Appunti Giugno 2015
Emozionante nella sua semplicità, la scrittura di Tolstoj è luminescente, è elettrizzante, elettrificante… è un materiale altamente conduttore.
La narrazione si struttura in brevi capitoli, con brevi dialoghi e brevi descrizioni che si alternano in modo uniforme, il ritmo è comunque lento e riflessivo.
Il tema è l'evoluzione di una esperienza intima, la ricerca della felicità e di una auto-realizzazione attraverso il ricongiungimento con la natura, con una realtà essenziale e primitiva come quella dei Cosacchi, un tema che in Tolstoj ricorre spesso. Racconto autobiografico in cui il protagonista, alter ego dell'autore, è un giovane aristocratico ingenuo, entusiasta e narciso che sceglie di abbandonare la vita nella buona società moscovita per andare alla ricerca di una immediatezza dell'essere: questo giovane Olenin parte da Mosca con la stessa inesperienza, la stessa presunzione, le stesse aspirazioni a compiere gesta eroiche e mirabolanti avventure e imprese, le stesse caratteristiche che si notano nel giovane Arturo ne L'isola di Arturo della Morante.
Al termine dell'avventura tra i Cosacchi il fallimento non sarà totale, una maturazione in lui avverrà comunque, ma il protagonista imparerà che il mondo di queste popolazioni è un qualcosa di completamente diverso da quello che lui si aspettava e per sempre distante da quello lui è o può essere.
"In quella sua nuova vita egli si sentiva di giorno in giorno più libero e più uomo. Il Caucaso gli si era rivelato completamente diverso da quel che egli si era immaginato; egli non vi aveva trovato assolutamente nulla di simile ai suoi sogni, né a tutte le descrizioni di quella regione che gli era capitato di sentire. […] Qui […] la gente vive così come vive la natura: muoiono, nascono, si accoppiano, di nuovo nascono, lottano fra loro, bevono, mangiano, fanno festa e di nuovo muoiono. E non esiste nessuna legge, a parte quelle immutabili che la natura impone al sole, all'erba, alle belve o agli alberi. Questa gente non conosce altre leggi… [...] E proprio per questa ragione quegli uomini gli apparivano, in confronto con se stesso, molto più belli, più forti e più liberi, tanto che, guardandoli, Olenin si sentiva preso da un sentimento di vergogna e di compassione per se stesso."
Si scoprirà in modo pratico, quasi concreto, che chi ha in sé - per sua natura o per educazione - determinate coscienza e sensibilità, può ammirare e tentare di condividere la vita di quelli che, quasi come animali, vivono a stretto contatto con la natura, in un mondo fatto di istinto e anche di violenza, secondo antichi ritmi e leggi, isolati e lontani dalla modernità. Ma alla fine egli non ce la farà mai del tutto a vivere come loro e sentirsi come loro, può capirli ma non può regredire e diventare come loro, e loro d'altro canto non saranno mai in grado di comprendere lui. Questa contrapposizione è rappresentata sotto forma di un amore non corrisposto: il protagonista non può trasformarsi in quello che non è, nemmeno se lo desidera; e la vita selvaggia che lui ammira e desidera non può essere piegata alla sua esigenza, perché se venisse piegata per definizione non sarebbe più libera e selvaggia. Lo stabilirsi di un rapporto richiederebbe necessariamente l'annullamento di uno dei due.
Questo racconto è anche una descrizione piuttosto dettagliata e obiettiva delle popolazioni cosacche nel Daghestan con i loro usi, costumi, abitudini, attività, le leggi, i valori, i sentimenti, ecc. a metà del XIX sec. La voce narrante spiega e descrive rivolgendosi direttamente al lettore; ma questo popolo viene presentato anche attraverso alcuni personaggi rappresentativi, specialmente il vecchio Zio Eroska: tramite la sua figura e i suoi racconti, si scopre che già all'epoca in cui si svolgono gli eventi narrati, l'età dell'oro dei popoli cosacchi era ormai terminata e faceva già parte di racconti epici come una Iliade o un'Odissea.
Appunti Settembre 2020
In occasione della mia prima lettura, cinque anni fa, mi concentrai principalmente sui significati psicologici e i risvolti autobiografici dell'opera. Stavolta ho cercato di godermela un po' di più dal punto di vista narrativo e paesaggistico: funziona benissimo anche per questo verso.L'autunno, la steppa, il fiume, il villaggio, i monti incombenti. Funziona alla perfezione in qualsiasi verso lo si prenda, se così non fosse non sarebbe neanche Tolstoj.
Cinque stelle anche per la seconda lettura, niente da modificare alla mia prima recensione. Mi limito ad aggiungere qualche appunto riguardo le assonanze con altre opere famose: oltre al tema del rapporto con la natura, o ancora meglio di un "ritorno" alla natura, tema che come ben si sa verrà in seguito più ampiamente sviluppato da Tolstoj, ho osservato questa volta una netta somiglianza/assonanza con Le notti bianche: il giovane ed inesperto Olenin (alias conte Tolstoj) sembra dibattersi alla ricerca di una felicità che non solo non sa trovare, ma non sa neanche bene come catalogare: felicità è sacrificarsi per gli altri? Felicità è cercare solo il proprio bene personale e fare poi così, di riflesso, anche il bene degli altri (novello Adam Smith)? Felicità è essere accettati dagli altri? Felicità è amare o essere amati? Felicità è affare di un secondo o qualcosa che deve durare tutta una vita? Abbastanza sorprendente la lucidità e profondità con cui un giovanissimo Tolstoj sa analizzarsi e un po' anche prendersi in giro quando si rivede dal punto di vista della voce narrante esterna onnisciente.
E a proposito del tema dell'essere accettato dagli altri, da quel gruppo di persone di cui si vorrebbe far parte, non so com'è ma mi è venuto alla mente il racconto di Thomas Mann, Tonio Krŏger : per quanto Olenin si sforzi, non riesce a fare in modo che i cosacchi lo sentano come uno dei loro. Non con i gesti di generosità, non cercando di imitarli, non con il solo stare in loro compagnia. E risulta ancor più paradossale che il principe Beleckij, senza fare sforzo alcuno per piacere ai cosacchi, anzi disprezzandoli alquanto, raggiunga tutti quegli obiettivi che Olenin non riesce a raggiungere pur applicandovisi al massimo: il principe riesce a integrarsi, a scherzare e a godere della loro compagnia, si fa anche la morosa, tutto quello che Olenin desidera e non raggiunge, lui lo raggiunge pur non desiderandolo. Ed è così che mi torna in mente Tonio in disparte che osserva Hans e Ingeborg, alle prese con l'amarezza, con l'incomprensione, forse anche con l'invidia.
Infine, la scena del duello finale cui Olenin desidera partecipare non solo per estremo tentativo di emulazione dei cosacchi ma anche per poter infine vedere di persona i montanari ribelli ceceni, riporta molto da vicino al Deserto dei Tartari di Buzzati. Il tenente Drogo questi tartari non arriverà a vederli mai, mentre Olenin ai suoi ceceni riesce a dare un'occhiata di sguincio, ma alla fin fine il risultato è il medesimo: è l'attesa spasmodica, è l'anelare a un qualcosa che non verrà mai raggiunto, l'impresa che si deve abbandonare ancora prima di averla potuta davvero iniziare.
Inizierei a rileggerlo daccapo anche subito.