La casa è un luogo che ha ispirato autori di tutte le epoche, uno spazio che è stato declinato in molti modi diversi all’interno della storia della letteratura: casa come luogo fisico o immaginario, spazio chiuso del ricordo familiare o ambiente prescelto per le manifestazioni del subconscio. Lasciamo le nostre tracce sulle case che abbiamo abitato, così come loro le hanno lasciate su di noi.
Michele Mari parla delle proprie case, quelle dove ha trascorso lunghi periodi durante l’infanzia, e lo fa per immagini, “per feticci” come recita il sottotitolo del volume. In un racconto che si intreccia con le fotografie di Francesco Pernigo, Mari ci invita all’interno delle sue dimore, ci mostra gli angoli nascosti raccontando, attraverso aneddoti e citazioni, la storia indissolubilmente legata agli oggetti che la popolano. Ne emerge un’identità letteraria evocata attraverso le tracce fisiche di una storia personale e famigliare, un’identità ambigua come quelle, alluse nel titolo, dell’Asterione di Borges e degli Usher di Poe.
Michele Mari è nato a Milano nel 1955. Figlio del designer e artista Enzo Mari, insegna Letteratura Italiana all'Università Statale di Milano. Dal 1992 risiede a Roma.
Filologo, cultore di fantascienza e di fumetti, il suo stile letterario, estremamente composito, sembra richiamare scrittori quali Carlo Emilio Gadda, Tommaso Landolfi e Giorgio Manganelli, e fuori d'Italia, Louis-Ferdinand Céline.
Oltre alle opere narrative, va segnalata la produzione poetica. Rilevante anche l'attività critico-filologica e saggistica, volta soprattutto alla letteratura italiana del Sette-Ottocento e alla letteratura fantastica in chiave comparatistica.
Alcuni suoi libri sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989), Io venía pien d'angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998), La stiva e l'abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell'anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002), I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro (2010), Cento poesie d'amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007), Milano fantasma (2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e Fantasmagonia (Einaudi 2012).
più che un'autobiografia per feticci come recita il sottotitolo, un'autobiografia per feticisti (di michele mari). il diario di bordo della memoria e della poetica di un ossessivo collezionista di ricordi, scritto nella traversata ideale tra due case e gli infiniti oggetti che le abitano. tra l'appartamento di milano e la sgarrupata, fascinosa villa dei nonni materni sul lago, a nasca in provincia di varese (che sta alla casa di verderame o al maniero di osmoc in di bestia in bestia come la realtà sta alle ombre nella caverna di platone). si circumnavigano mobili, libri, teste lignee di doppelgänger, fotografie, finestre con le persiane sbilenche. e un po' stupisce, da parte di un timido e riservatissimo confesso qual è MM, che abbia aperto le porte sue più private per mostrare feticci di una (sanguinosa) infanzia e di un presente che lui stesso dichiara essere tutto nella scrittura, nei ricordi, negli oggetti e nel significato che li investe. verso ogni cosa fotografata mari prova un senso di appartenenza per il quale scomoda le cinque pi del beniamino venarvaghi di gadda: «mia propria privata privatissima personale proprietà». e qui metto un asterisco. perché il punto di partenza è comune a ciascuno di noi, ed è la consapevolezza di quanto lo spazio che abitiamo sia proiezione e forma del nostro essere più intimo (come avere una stanza tutta per sé all'interno della casa) e di quanto ogni cambiamento o muro abbattuto in quello spazio implichi il dover in parte ridisegnare se stessi. ma quando a pagare l'imu è uno scrittore, c'è un passaggio che va oltre. c'è in aggiunta la possibilità di rintracciare una corrispondenza diretta tra i luoghi reali e i passaggi dei suoi libri. un po' quello che succede nel finale de i soliti sospetti, quando si scopre che il racconto di kevin spacey-keyser söze si è srotolato a partire da quello che aveva davanti, il biglietto fissato a una bacheca, la scritta su una tazza, una fotografia, un depliant. così girando le pagine di asterusher (che è crasi citazionista tra la casa di asterione di borges e la caduta della casa degli usher di poe) si alza il sopracciglio davanti alle foto (vere) dell'impilata di scatole di puzzle protagonista di un racconto, e di una legnaia precisa a quella di cui parla un romanzo. si carezza con un sorriso la collezione degli urania (ricordando magari che suo nonno morì fra il 609 e il 610, nel 1973), si annuisce vedendo la faccia animalesca modellata su un comignolo o una scala verticale che sale a una botola. è l'effetto tadààm, e lieti i feticisti ringraziano.
Avvertenza: il mio commento a questo libro forse sarà un lungo pilotto. Che parlerà forse più di me che di Mari, o di questo libro in particolare (ad ognuno il proprio narcisismo!). Perché non lo giudicherò come un libro bello o brutto (è difficile infatti valutarlo con questo metro), ma solo sulla base del possibile interesse, oppure (ed è il mio caso) sotto l’ aspetto del coinvolgimento emotivo. Perché può rimanere poco utile (per chi non conosce già ed apprezza la scrittura di Mari almeno un pochino), interessante (nel caso opposto), oppure estremamente denso e coinvolgente per chi lo ama e ha facilmente condiviso, leggendo le sue storie, le sue stesse sensazioni, le sue paure e le sue infatuazioni infantili, le sue fantasticherie, le sue manie più o meno feticitistiche.
Perché si tratta solo di brevi istantanee, quelle fotografiche e quelle discorsive a commento di queste (estrapolate nei più casi dai suoi libri già pubblicati) e divise in due gruppi: il primo riguardante la casa dei nonni in campagna sul lago Maggiore (dove lui trascorreva le vacanze) ed il secondo la casa di famiglia a Milano che lui abitò per lungo tempo. E tutte queste istantanee, che riguardano ambienti ed oggetti che li popolano ancora, e tali stessi ambienti e oggetti li ritroviamo, intatti o solo leggermente trasfigurati, tra le sue pagine scritte. Ma aiutano (e non poco) a ricalarsi nei suoi libri, a ripercorrerli con la mente e a riscoprire un mondo suo che era un po’ anche il mio: stessa generazione (solo un paio di anni di differenza tra me e lui) stessa attitudine alla conservazione di libri, fumetti, oggetti, giocattoli, immagini… Voglia di catalogarli, classificarli e collezionarli.
Peccato per parte mia avere dovuto subire la dispersione, complici diversi traslochi fin dalla giovane età: 4 case diverse solo nei primi 12 anni della mia vita e poi il trasferimento da Genova a Roma… E poi l’aver subito la distruzione di collezioni di: annate di Linus (le prime, preziosissime), di “Principe Valiant” e di “Flash Gordon”, di “CoccoBill” e di “Classici dell’Audacia” aventi per protagonisti il pilota di Formula1 Michel Vaillant o il Prof. Mortimer e il Capitano Blake contro il perfido Orlik, o di TinTin…, e ancora album di “Figurine Panini”, collezioni di soldatini (nordisti e sudisti, antichi romani…) ciclisti del Tour e del Giro, automobiline da corsa e da turismo…Così come degli esilaranti libri del Manzoni (il Carletto, non l’Alisander) aventi per protagonista l’investigatore Chico Pipa, ispirato un po’ a Marlow e un po’ a Fred Buscaglione, a sconsiderata opera di mio fratello maggiore e della sua facile propensione al prestito ai SUOI amici. Pochi di essi furono recuperati….
E stessa attrazione per tutto ciò che potesse stimolare la mia fantasia, possibilmente suscitando paura, terrore: ombre e rumori inconsueti , macchie e crepe sui muri, ragnatele e oscurità odorose di muffa in sotterranee cantine, soppalchi stipati di oggetti vetusti e dimenticati….
A parziale compensazione dei misfatti di mio fratello, debbo riconoscergli il merito di essere stato un divoratore di Urania, che lui comprava regolarmente, dei quali pochi ho realmente letto ma le cui copertine disegnate da Karel Thole bastavano ad appagare i miei sensi. Ricordo in particolare quella di un Lovecraft, “Colui che sussurrava nel buio”, che non ebbi il coraggio di leggere se non diversi anni dopo, tanta era la paura che mi suscitava (vedi qui:
Peccato, per parte mia, il non avere avuto neanche dimore stabili nelle quali tali reperti potessero essere conservati, né una casa di nonni in campagna dove regolarmente trascorrere le vacanze e ritrovare stanze, oggetti, ricordi ancora oggi reperibili e fotografabili.
Un grazie quindi a Mari, ai suoi racconti e romanzi, a questo libro singolare e ad una persona a me cara, che me ne ha fatto graditissimo dono. E non posso quindi esimermi dall’elargire meno di 4 piene e fulgide stellette!
Apre le porte dell'intimità storica e familiare Michele Mari, racconta i luoghi dei suoi romanzi in un metalibro, un libro che parla e si collega ai suoi testi narrativi, segue l'ispirazione del borgesiano Asterione e della casa Usher di Poe, storie di orrore e immaginazione, dove le case (casa-libro, casa-prigione, casa-mente, casa-amante) sono luoghi fisici e immaginari, abitati dai corpi e dal subconscio: ad arricchire il viaggio testuale fatto di brevi note, digressioni, citazioni, brani e frammenti dell'opera del filologo amante degli oggetti, le fotografie di stanze e spazi, mobili e libri, mappe e passaggi, memoria e ambiente, “perchè questo noi siamo: la nostra scrittura e le nostre cose; questo il nostro lascito e, ben più esattamente che in una nota biografica, il nostro curriculum”. Il paesaggio qui è dimora umana e letteraria, dove cose del passato (declinato in tracce fisiche) partecipano emotivamente all'identità del vivere, descrivendo una bellezza fatta di materia e intelletto, di poesia e progetto, di parole sedimentate e antiche concretezze. Un testo che celebra la meraviglia della vita nelle sue note dolorose e malinconiche e insieme suggerisce nuove prospettive sulla natura formale, insieme tattile e visiva, della creazione letteraria. Oggetti che parlano, diventano interlocutori di un'assenza, di un fantasma che si commuove nella visione, di una memoria che si sorprende nell'incontro con le proprie rappresentazioni (”Le case sono mie; mia la vita trascorsavi; miei gli oggetti e il senso che li investe; miei i ricordi; mia l'idea di questo libro e miei i testi”). Infine, si suggerisce una solitudine sentimentale capace di consumarsi nel comprendere attraverso i sensi l'alfabeto del mondo circostante. Per tutti i lettori di Mari affezionati felicemente alla sua ambivalente poetica, in un'osmosi soggetto-oggetto che consente di fantasticare moltissimo, al di fuori del tempo.
“Pertanto il recluso respirerà di se stesso, e sarà proprio questa autoinalazione a rendere possibile la sua sopravvivenza in forma di fantasma. Respirando quelle nebulose di molecole, infatti, egli avrà respirato anche le molecole di cui è fatta la casa, e sarà in un certo modo diventato parte della casa egli stesso. Si spiega così l'indicibile angoscia che il recluso, pur perseverando nel dispettoso isolamento, prova ogni volta che il suo sguardo cada su una parvenza qualsiasi della casa: anzi gli basta pensarla, questa parvenza che potrà essere una certa piastrella in un'altra stanza o una macchia d'umido su un soffitto al piano di sopra, per essere tutto e interamente dell'angoscia. Si spiega, dicevamo, perché figgersi in quell'obbietto significa ormai per lui contemplare dall'interno un punto preciso della sua stessa mente”.
La recente lettura di “Locus Desperatus” mi ha indotto a procurarmi questo particolare oggetto che è “Asterusher”, strano nel titolo, nella forma e soprattutto nel contenuto che riesco a definire solo in forma negativa: non è un romanzo di Mari, non un memoir, non un saggio, non un album di fotografie.
“Asterusher” attinge in modo indiretto a tutte queste categorie: si avvale di immagini, splendidamente fotografate dal coautore dell’opera (Francesco Pernigo), equamente distribuite fra le due case del cuore di Michele Mari (la residenza abituale di Milano e l’avita casa di campagna di Nasca) e corredate da brevissime didascalie, brani di romanzi dell’autore oppure frasi da lui scelte per commentare e conferire significati evidenti o reconditi al soggetto ritratto.
Ne risulta un documento, perfettamente compendiato dall’epigrafe al titolo, “Autobiografia per feticci”, che ci conferma la profondità e il valore del rapporto che lega Michele Mari, l’uomo e lo scrittore, agli oggetti soprattutto, ma anche ad elementi quasi incidentali (crepe sul muro, attrezzi abbandonati, scorci intravisti da uno specchio o una finestra) che riverberano l’esistenza e il passato.
Vi si possono individuare la matrice e l’ispirazione di pagine o interi racconti del corpus letterario dell’autore, l’impulso alla catalogazione, all’affezione nei riguardi del dettaglio e del particolare che troviamo sviluppati nella sua prosa, in particolare e come è ovvio, nelle opere che maggiormente attingono alla sua biografia (“Tu sanguinosa infanzia”, “Leggenda privata”, “Euridice aveva un cane”, “Locus Desperatus”).
Per gli appassionati di Mari, fra i quali mi annovero, contemplare questi cimeli dà la sensazione di aggirarsi in un museo, o meglio ancora nella casa/museo di un artista, un’eco dell’emozione che provai visitando la dimora estiva dell’infanzia di Proust ad Illiers/Combray.
Non sono esperto di fotografia ma credo che questo effetto non sarebbe stato il medesimo senza il talento di Pernigo nella scelta delle inquadrature, della distanza dagli oggetti, dell’effetto generato sulla luminosità dal momento della giornata più idoneo. Una scelta presumo combinata fra i due autori ma che consente di trascendere il mero ritratto oggettivo mediante una sorta di velo o diaframma, cui concorrono la patina del tempo, la suggestione delle opere dello scrittore, l’armonia fra i componenti dell’istantanea.
La lettura/visione di “Asterusher” comunica la percezione del potere magico e ideale delle cose inanimate, soprattutto quelle che conservano i segreti dell’infanzia, dell’adolescenza e in generale del passato in cui è incastonato l’esclusivo patrimonio spirituale di ogni individuo, alimentando i ricordi al fine di preservarne l’essenza e la materialità dalla dissoluzione generata dal tempo.
Questo libricino è una chicca meravigliosa per chi ama Michele Mari. Ad altri occhi sembrerà solo una raccolta di foto, con brevi citazioni di Mari stesso o di altri autori, ma quelli di un affezionato lettore possono riconoscere in quelle immagini luoghi, ispirazioni, manie, incontrati nei suoi racconti. È quasi intimo, questo poter lanciare un ulteriore sguardo nel mondo personale dello scrittore, oltre a quello che già ci ha concesso con i suoi scritti. Tra l’avita casa di campagna e quella di Milano, un tuffo tra libri, ricordi, oggetti di poco conto ma preziosi, significativi, semi di futuri racconti, fantasie e incubi. Così, sarà sciocco, ma mi ritrovo a invidiare (di quell’invidia buona, che poi è ammirazione) quest’uomo non solo per il suo talento e la sua cultura, ma anche per la possibilità che ha avuto di conservare intatta una parte della sua infanzia, oggetti e luoghi, piccoli tesori. Dei giochi, libri, quaderni, e piccoli tesori dell’infanzia mia non ho più nulla, tutto sacrificato al ‘non c’è spazio, non serve più, ormai sei/sono grande’. Mi spremo, ma credo mi resti solo un salvadanaio, un singolo disegno, le pagelle delle elementari (“la bambina più che distratta è astratta” cit: la maestra). Vorrei aver avuto saggezza e spazio per conservare di più. Che tristezza, sarà per questo che ora faccio fatica a separarmi dagli oggetti, un po’ per nostalgia anticipata un po’ per sindrome da ‘può sempre servire’ che manco mia nonna che aveva fatto la guerra. Qui rischio di diventare un’accumulatrice seriale e di finire nell’edizione del 2047 di Sepolti in Casa. Per citare ancora Mari: “Un feticista, un conservatore morboso di tutte le mie cose”, e “Ciò che hai amato, anche solo un mattino, tenertelo stretto fino alla morte.”
"Perché questo noi siamo: la nostra scrittura e le nostre cose; questo il nostro lascito e ben più esattamente che in una nota biografica, il nostro curriculum." (Prefazione)