Elsa Morante tenne una rubrica sul settimanale Oggi, verso la fine del 1939, aveva appena compiuto 27 anni. Queste quindici prose brevi, di quattro cinque pagine, sono uno spasso raro. Mi chiedo come potesse lei stessa non averle inserite nelle prose e racconti che formarono raccolte come Lo scialle andaluso. E a non averle neppure volute riconoscere nelle opere ufficiali. Questo libro è l'esito di recuperi posteriori, merito dei suoi migliori lettori come Garboli. I racconti dello scialle andaluso sono di tutto rispetto, ma le prose in cui racconta aneddoti infantili sono qualcosa di unico. Una libertà, un brio, una precisione... peccato siano soltanto una settantina di pagine. Vi copio tre brani esemplari. Ciao.
A molte fanciulle tocca portare gli abiti smessi o quelli rifatti della madre, o perfino, tornando le mode, di acconciarsi con frivolità scovando nelle casse delle antenate. Ma io, dopo i dieci anni, mi distinsi da tali fanciulle per la mia ferma aspirazione ad una sontuosità regale. Certo era avanzata nel mio sangue una goccia illustre: certo qualche monarca o gentiluomo stava alle radici del mio albero genealogico ed ora l’ombra sua si trascinava al mio fianco, malinconica e solitaria. Simile ad un visconte rovinato, io, per ubbidienza al fantasma suddetto non mi rassegnavo alla mediocrità. Quando mia madre mi proponeva: «Adesso ti facciamo un bel cappottino nuovo con questa vecchia coperta da letto», ovvero «con la giacca grigia del papà», l’anima mia prendeva a fantasticare. Essendo la coperta da letto di un color sanguigno, subito il solito fantasma dell’antenato con lusinghevoli modi mi proponeva un manto di porpora guarnito di ermellino. Esigevo dunque un mantello alla moschettiera, e lo guarnivo intorno intorno con pezzi di uno spelacchiato coniglio bianco. E così avvolta, uscivo nei miei copiosi riccioli, imbronciata. Cosa avrà detto di me la città? Lo ignoro.
Fin dalla prima infanzia, il mio fratello minore rivelò una vocazione per la vita contemplativa. Il chiasso della famiglia non lo scuoteva: se ne stava sul suo sgabello, e scriveva apologhi sopra una lavagnetta che teneva sulle ginocchia. Questi apologhi non li faceva leggere a nessuno e subito li scancellava con la spugna. Di tanto in tanto il mio fratello maggiore gli crollava addosso, dandogli schiaffi e pugni; ma dopo essersi asciugato le lacrime, quello tornava alla sua lavagna. Aveva una faccetta pallida e tutta sgraffiata a causa di quei litigi col fratello maggiore; occhi grandi e neri, e un sorriso di superiorità. Quando non scriveva pensava alla donna amata, una certa Fiammetta, che faceva l’asilo. Per lui l’amore consisteva nel pensare accanitamente a lei, sgombrando dall’animo ogni idea profana. Lo si vedeva dunque nel suo angolo coi pugni stretti e le palpebre sigillate. Ogni tanto ci diceva in tono sacerdotale e remoto: - Chiudete scuri e finestre. Devo pensare a lei -. Nessuno lo ascoltava e tutti lo beffavano; non che per ciò egli si scuotesse dall’amorosa meditazione.
Ero la prima della classe. Le altre bambine mi mettevano in tasca, di nascosto, dei torroncini o dei “coccetti”, e cioè delle piccolissime pentole o padelle di coccio. Ma io sapevo che esse non mi amavano e facevano di tutto per interesse, affinché io suggerissi e lasciassi copiare i compiti. Nessuna meraviglia, del resto, perché io stessa non mi amavo. Avrei voluto essere brava in ginnastica e nei giochi, essere grassa e colorita come Marcella Péllisier. L’anima mia si protendeva disperatamente verso tutti coloro che, grassi e coloriti, erano bravi in ginnastica e nei giochi. L’anima mia, nera d’orgoglio e di sprezzo, era in realtà quanto esiste di più avvilito. Io facevo poesie con le rime, che venivano recitate da ragazzini scornati e lamentevoli nelle feste scolastiche. La direttrice mi presentava al pubblico, dicendo: - Signori, devo premettere che le poesie che udirete sono state composte dalla bambina qui presente, e non esito a riconoscere con intensa emozione, che siamo dinanzi a un genio -. Io mi inchinavo, pallidissima, lanciando sguardi lampeggianti di superbia alle modeste compagne. Vedevo i ginocchi delle mie compagne sporchi di terra, i graziosi polpacci di Marcella Péllisier, e me stessa lontano da tutti, in un’ombra nera e piena di lampi, un fenomeno della creazione.