Tutti i protagonisti di questo libro cercano un modo per resistere alla guerra. C'è chi sceglie la renitenza alla leva o la sfida all'istituzione psichiatrica, correndo il rischio che la follia simulata diventi reale. C'è chi sperimenta la mimetizzazione e l'utopia di un'invisibilità che renda impossibile agli uomini combattersi. C'è chi trova il modo di nascondersi nelle pieghe della guerra, praticando l'umorismo e il paradosso, esplorando gli abissi della psiche umana, fantasticando piani grandiosi per farla pagare al mondo che ha reso possibile la carneficina. C'è chi si arruola negli Arditi, scansando la vita di trincea, ma al prezzo di divenire un uomo-arma, da impiegare in azioni al limite dell'impossibile e del suicidio.
Wu Ming (extended name: Wu Ming Foundation) is the collective pen name of four Italian writers: Roberto Bui, Giovanni Cattabriga, Federico Guglielmi and Riccardo Pedrini, respectively known as "Wu Ming 1", "Wu Ming 2", "Wu Ming 4" and "Wu Ming 5". "Wu Ming" means "anonymous" in Chinese. Although their real names are not secret, the four authors never use them. The quartet was a quintet until 2008, when Luca Di Meo aka "Wu Ming 3" left the group. Wu Ming had previously been using another pen name: Luther Blissett. http://www.goodreads.com/author/show/... Under that nom de plume, Wu Ming wrote the novel Q. Each member of the group also writes as an individual author: Wu Ming 1 http://www.goodreads.com/author/show/... Wu Ming 2 http://www.goodreads.com/author/show/... Wu Ming 4 http://www.goodreads.com/author/show/... Wu Ming 5 http://www.goodreads.com/author/show/...
Sono abituato a leggere cose diverse quando prendo in mano i libri di Wu Ming, ad esempio lunghi ed eccellenti romanzi metastorici, o quelli che il quintetto bolognese ama definire "oggetti letterari non identificati" (con questo chissà intendendo una massa di ispirazioni che non ha trovato una sua collocazione definita sulla pagina): in questo caso è qualcosa di assai più piccolo e snello come quattro racconti, ma di certo non di minor valore. Quattro racconti sulla prima guerra mondiale. E' uno degli argomenti topici della narrativa di estrema sinistra, probabilmente perchè si caratterizza in modo assai più chiaro come guerra classista e liberale nel senso più deteriore del termine: il titanico scontro che fu la seconda è innegabilmente qualcosa di assai più controverso. Del resto, decidere chi fosse il buono tra Hitler e Stalin, ridursi a considerare le plutocrazie occidentali come "liberatori" è qualcosa che ha messo alla prova il senso morale e politico di menti anche ben superiori a quelle del quintetto romagnolo. Romanzi di Sinistra sul classismo feroce del macello del 15-18 se ne sono letti tanti, su tutti "Un anno sull'altopiano" di Emilio Lussu: ma questo "L'invisibile ovunque" abbandona il clichè del romanzo della memoria e della denuncia sociale affrontando il tema in modo assai più sottile e moderno, allontanandosi dalla trincea. E' legittimo farlo perchè la continuata esposizione all'orrore ed alla morte gratuita (la stupidità e la bassezza morale degli ufficiali di quella guerra sono diventate qualcosa di epico) cambia il modo di pensare e di sentire al punto che persino l'aria sa di guerra, che diventa appunto qualcosa di invisibile ed ovunque. Ed in queste condizioni, il disperato e folle sforzo di ogni singolo fantaccino di trovare una soluzione e sopravvivere diventa una storia degna di essere raccontata. Si passa dall'adesione non convinta ai battaglioni di Arditi per uscire dalla trincea alla simulazione della follia (che conduce ad un inferno assai peggiore della trincea, del quale non parlerò), ma soprattutto al ripensamento del gesto artistico come strumento per la vita, e non per la morte. L'arte d'avanguardia e la guerra. Non sembra un argomento molto centrato, parlando di questi temi, soprattutto se si pensa che quelli erano i tempi di Boccioni e di Carlo Carrà che celebravano la guerra come rilascio di rumore e di energia; erano i tempi in cui quella miserabile persona che fu D'Annunzio (di cui ogni italiano con una coscienza dovrebbe vergognarsi) vagava alla ricerca di gloria per autocelebrarsi passeggiando su cadaveri di innocenti che la sua ambizione aveva inutilmente ucciso. E' giusto dire che l'orrore della guerra mondiale abbia provocato la crisi e la fine delle avanguardie storiche che la avevano celebrata, eppure queste pagine raccontano come quella crisi, in piccolo, in piccoli eventi nascosti tra le pieghe della storia, abbia potuto trasformare il gesto artistico in qualcosa di alternativo al gesto eroico; abbia messo forse per la prima volta l'opera d'arte al servizio della pace, e non della guerra. Un nuovo modo di raccontare quella storia che rende il libro veramente degno di essere letto, peraltro scritto in modo impeccabile. Se arriverò mai un giorno a scrivere un libro, mi piacerebbe scriverlo alla maniera di Wu Ming. Una paratassi chiara e lineare, che riesce a raccontare con dovizia di particolari rimanendo così fluida da sembrare quasi liquida. Leggere una pagina del quintetto equivale a bere un bicchiere d'acqua fresca, un periodo tira l'altro come una sorsata. Libro bello ed utile: all'altezza delle produzioni per le quali vai famoso, signor Ming. Bravo.
“La prima (guerra) non avrà mai eguali per l’ipocrisia con cui si portò avanti la mattanza. Mai eguali”
Anche nella mia immaginazione ho sempre associato la Prima Guerra Mondiale al massimo grado di follia e insensatezza che una guerra può rappresentare (benché riflettendoci esistano ben poche guerre, e forse nessuna, che non siano intrinsecamente folli).
E’ in questo contesto che i Wu Ming piazzano la loro ultima opera, anomala e mal classificabile, che attraversa i generi e gli stili, i punti di vista e i toni, la fiction e la vera o falsificata (*) cronaca storiografica.
(*) Proprio loro che della ricerca storica hanno fatto un caposaldo della narrazione, da Q in poi!
Ne consegue una certa inevitabile disuguaglianza di risultato fra le quattro parti che compongono il libro e, sebbene voglia astenermi da qualunque tipo di graduatoria, voglio sottolineare l’eccezionale qualità dell’ultima sezione, dal sapore a tratti metafisico e borgesiano, con la geniale invenzione di un finto protagonista storicamente documentato e innumerevoli implicazioni che arrivano ad affievolire il confine stesso fra l’arte e la guerra.
Il mimetismo, il “camouflage” contrapposto all’ottusa rigidità dei criminali ordini dei comandanti, finirà per ottenere maggiori successi ed esiti risolutivi, conseguendo un più alto grado di eroismo in contrasto con la storiografia ufficiale tesa a disconoscere con ogni mezzo ciò che non si adatta agli schemi del passato.
La suggestione del capitolo quattro è tale da riverberare significati retrospettivi e valori aggiunti anche al resto di “L’invisibile ovunque”, un manuale di resistenza e di scelta umana per contrapporsi o dribblare l’assoluta insania della guerra o di qualsiasi altra calamità (in)naturale, con cui Wu Ming rimarca il proprio assiduo e formidabile diritto/dovere di resistere.
I Wu Ming con questo ultimo libro sperimentano nuove forme narrative, seppure non abbandonando il loro caro romanzo storico.
Di fatto sono quattro racconti, narrativamente slegati eppure tematicamente molto vicini tra di loro. Il filo che li unisce è il tema dell'invisibilità, così come espresso nel titolo: tutte le storie tendono verso il nulla, ma non volendo i Wu Ming risultare metafisici decidono di rievocare il nulla attraverso un termine più materiale. L' 'invisibile', infatti, rappresenta ciò che non si vede, non ciò che non esiste: è una nullificazione percettiva, non essenziale.
Nel primo si narra di un giovane che dalla guerra non impara nulla: trasferisce le categorie della propria mediocrità all'eccezionalità della guerra, trasformando quest'ultima nell'ennesima forma di mediocrità. Alla fine si assiste a un nulla di esperienza, in cui il giovane risulta 'invisibile' solo perché massificato, irreggimentato, uguale a tutti gli altri.
Nel secondo si passa dalla classe povera a quella borghese: il giovane di buona famiglia cerca di simulare la follia per scampare alla guerra. Qui si raggiunge il paradosso: è sano colui che affronta la morte in faccia, mentre è folle, vigliacco, anormale colui che vuole abbandonare lo scempio del fronte. Quindi si assiste alla sanità che simula la follia per poter sopravvivere alla follia della guerra, che divenuta la norma diventa la nuova sanità. Purtroppo, in questo gioco schizofrenico, la vera sanità non riesce ad uscirne totalmente pulita.
Il terzo racconto è la storia di una censura da parte di un mondo che, inneggiando alla virilità, nega l'appellativo di eroe a colui che mostra la propria forza nell'omosessualità e nell'ironia contro la guerra. E' interessante il parallelismo col mondo greco, il quale ha sancito cosa fosse un vero eroe nel mondo occidentale. E mostra come, a volte, quella che può sembrare una sconfitta rappresenta la massima affermazione dell'eroicità.
Il quarto racconto è il più interessante, con una struttura che a volte assomiglia a quella di un saggio storico. In più, è quello che spiega un po' tutta l'operazione dei Wu Ming. In sostanza, parla di come si sono sviluppate le tecniche mimetiche. Attraverso questo racconto si mostra come la visione eroica della guerra abbia fatto più danni della guerra stessa: purtroppo, qualsiasi tattica, che privilegiasse la salvaguardia dei propri soldati a scapito del sacrificio estremo, veniva vista come vigliacca. Nell'epoca della morte di massa, i generali pensavano ancora di star partecipando a una giostra di cavalieri in cui mettere in mostra il proprio coraggio. E le tecniche mimetiche, seppure estremamente efficaci, furono ostacolate perché contrastanti con la visione eroica dei generali italiani. Da ciò la mattanza di migliaia di soldati italiani, sacrificati per permettere all'Italia di rappresentarsi come patria eroica, pronta all'estremo sacrificio. Oggi, finalmente, il romanzo dei Wu Ming ripristina la memoria di coloro che hanno cercato di difendere la vita dei soldati, senza neanche venir meno alla volontà di vincere e combattere il nemico.
E' il loro romanzo più metaforico (o come direbbero loro, più 'allegorico'): se negli altri romanzi giocano con l'intrecciarsi delle vicende, qui decidono di privilegiare la giustapposizione. Il collante, quindi, non deve essere narrativo, bensì logico. Ciò rende questo testo anche il loro romanzo più riflessivo, molto probabilmente frutto equilibrato di alcuni sperimentalismi più estremi effettuati durante la scrittura solista (il quarto racconto ricorda fortemente per stile Point Lenana di Wu Ming 1).
Attendo con ansia di vedere come evolveranno ancora.
La Grande Guerra e l’Arma del Genio … italico … Premetto che sono di parte, perché dei Wu Ming, come per Gassman, se ricopiassero gli scontrini del supermercato, mi entusiasmerei a leggerli comunque. Però anche in questo loro ultimo esercizio di ricerca e rilettura di temi forse non roboanti, come possono essere il rapporto tra i pittori dell’epoca e il camouflage, o la pazzia (vera o finta, ma sempre stile Comma 22 … ), o il rapporto tra una Parigi in guerra e il surrealismo, dimostrano come sempre grande attenzione verso il particolare e descrivono, per quadri, il violento impatto che ebbe allora la Grande Guerra, su una società che ancora si fondava su un tessuto economico e sociale prevalentemente rurale e contadino. Quattro brevi storie dove Caporetto, il Monte Grappa, il Piave, rimangono sullo sfondo, ma dove l’intreccio, sempre impeccabilmente documentato, tra storie e Storia è sempre ricco di stimoli e spunti di riflessione. Hai presente quando una sera chiacchieri e bevi un bicchiere di vino nella trincea con il tuo amico con cui, lasciata la zappa o il fucile per la caccia in un angolo, sei partito dal paese per venire a difendere il patrio suolo e la sera dopo lo trovi allineato tra i caduti del valoroso attacco all’alba? Ecco per dire … «Affinché la storia facesse il suo giro nella direzione voluta doveva essere scritta con il sangue dei nemici e degli eroi sepolti nei sacrari monumentali, non con l’inchiostro simpatico di invisibili artisti-guerrieri. Un buon motivo per augurarsi che prima o poi il calore di una candela si avvicini al punto giusto e renda il mistero ancora più intrigante.» Piccole storie collaterali ma che offrono alla nostra attenzione, in una asciutta forma narrativa, l’atroce attualità della follia della guerra. [anobii Jan, 2016]
Racconti di vite e morti durante la prima guerra mondiale. Un connubio di personaggi, luoghi e voci che si stropicciano assieme in un coro di autentica denuncia. Il collettivo si esprime con diverse tonalità, talvolta romanzesche, talvolta poetiche ma senza mai dimenticare la cronaca, la storia. L'uso della parola per ricordare è sempre cosa buona. Bravi Wu Ming. Piccole perle.
Due stelle forse severe, dato comunque il contenuto e lo studio che ci sta dietro. La sensazione finale è di non sapere bene che cosa ho letto però. E' un romanzo ma in verità si tratta di quattro storie, il cui unico filo conduttore è la prima guerra mondiale. Se le prime due mantengono un alto livello, anche in fatto di ironia, il terzo racconto e poi il quarto mi hanno lasciato un po' perplesso; non ho capito il cambio di registro e di argomento - relativamente, diventa quasi un trattato d'arte anche se la guerra è sempre sullo sfondo. Mi è sembrato un libro incompleto.
La Grande Guerra non è il periodo che personalmente mi appassiona di più, ma i Wu Ming si confermano insuperabili nel frugare fra le pieghe della Storia e trarne i fili giusti per tessere arazzi pregiatissimi.
Nascondersi dalla guerra, sottrarsi alla sua vista, per istinto di sopravvivenza, per paura, per pura strategia bellica: questo è il filo conduttore che lega i quattro brani di questo testo. Non avevo mai riflettuto sulla prima guerra mondiale in questi termini, l'ho trovato un punto di vista molto interessante.
Lo dico senza esagerare: un romanzo (che romanzo non è) che mancava nella sterminata bibliografia inerente la Grande Guerra. O, per lo meno, mai ne avevo letti di simili.
Quattro racconti, apparentemente slegati fra loro, che non fanno invece che rincorrersi e riprendersi, sia a livello di concetti che di rimandi narrativi: la follia di quattro anni folli, di un carnaio che a un certo punto non aveva nemmeno più bisogno di spiegazioni, tanto illogico era diventato, raccontati secondo punti di vista diametralmente opposti ma che convergono tutti nel mettere a nudo la mostruosità di un conflitto inumano, che trasforma uomini in bestie assassine prive di sentimenti o uomini sani che si fingono pazzi in veri pazzi. Alla fine, dicono i Wu Ming tra le righe, solo la bellezza e l'arte possono salvare l'uomo: l'umanesimo come antidoto al veleno della guerra. Magistrale il quarto racconto, un camouflage in prosa che, lungi dall'essere il noioso resoconto della vita militare di un pittore mai esistito, diventa summa del pensiero pacifista nel senso più alto e più nobile che a questo abusatissimo termine - costruito ormai intorno a ridicole balconate piene di stracci arcobaleno - si può dare. Un colpo di genio camaleontico, una continua compenetrazione fra cronaca e arte che ha illuminato ulteriormente un libro già notevole, scritto come da copione estremamente bene e che riesce a non essere banale in nessun passaggio. Se Altai era stato per me un passo indietro rispetto al memorabile Q , con questo libro i Wu Ming tornano ampiamente al di sopra della media della narrativa contemporanea italiana. Geni.
'Dei quattro racconti ho apprezzato moltissimo il secondo che mi ha fatto restare in dubbio tra mistificazione e realtà fino alla fine. Anche il primo racconto è interessante. Forse è quello più ''normale'' dei quattro, in quanto racconta una storia di povera gente che si trova ad avere a che fare con la guerra. C'è chi viene chiamato alle armi e chi invece si arruola volontariamente per sfuggire a una quotidianità giudicata peggiore del fronte, L'ultimo racconto mi è piaciuto più per il messaggio che lascia che non per come è strutturato (non me ne vogliano i Wu Ming). Se il nemico è invisibile è impossibile uccidersi e in qualche modo anche questo può essere un espediente per sfuggire alla guerra. Il terzo racconto devo dire che non l'ho proprio capito. Non mi è piaciuto, forse perchè ha una struttura atipica, molto evocativa, fatta di accenni, intuizioni, segni. No, sono decisamente per le storie più lineari, sono razionale io!'
L'invisibile ovunque si propone di portare luce in alcune zone d'ombra delle vicende della prima Guerra mondiale, scegliendo la via dell'anticelebrazione proprio nel periodo in cui l'Italia commemorava, forse con un registro un po'troppo glorioso, il centenario dell'entrata nel conflitto. I quattro racconti, anonimi anch'essi (sono infatti indicati come Primo, Secondo, Terzo e Quarto, come se fossero i movimenti di un unico romanzo), condividono l'orizzonte storico della tematica e alcuni rimandi interni, ma restano indipendenti testimonianze di una condizione comune a tanti uomini che hanno vissuto la vita di trincea. http://athenaenoctua2013.blogspot.it/...
Contro ogni mia previsione al ribasso, questo "ultimo romanzo storico" di Wu Ming è riuscito e intrigante. E promette bene per il futuro, indicando la direzione di alcune possibili evoluzioni che - se confermate - saprebbero traghettare lo stile narrativo dei Wu Ming verso lidi inattesi ma sorprendentemente in continuità con quelli finora battuti. Il "romanzo" (le virgolette sono d'obbligo, perché il libro consiste in realtà di quattro racconti solo cosmeticamente legati fra loro sul piano narrativo) ripropone alcune delle caratteristiche stilistiche più consuete di Wu Ming: la cura dei dettagli storici e delle finezze di intreccio, il mescolamento di registri alti e bassi, la poliedricità dei punti di vista narrativi, l'aspetto "corale", la sostanziale refrattarietà al concetto narratologico di "protagonista". Come consueto, poi, lo sguardo al periodo narrato e alla sua analisi è quello "dalla parte sbagliata" delle vicente, rappresentata qui non tanto dagli sconfitti (i personaggi appartengono tutti a nazioni "vincitrici", e tornano dalla guerra vivi, avendo in qualche modo portato a termine i loro piani) bensì dai "dimenticati", i geni incompresi o incomprensibili, resi "invisibili" (da qui il titolo) talvolta dal loro essere in controfase con lo spirito del tempo, talvolta dalla loro stessa genialità. Al tempo stesso, però, "L'invisibile ovunque" appare meno stratificato e più bozzettistico di ciò che è abituale per Wu Ming. I quattro segmenti di cui si compone non compongono, come consueto nelle narrazioni incrociate degli altri romanzi, porzioni di un grande e indistricabile Affresco, ma sono invece quadretti a tema, ognuno centrato su una particolare idea e focalizzato esclusivamente sui dettagli a essa funzionali. Ciascuno di essi rappresenta, in qualche modo, un "conte philosophique" travestito da racconto a cornice, e rilegge il massimalismo delle altre opere alla luce di una fantasia mistificatrice e una limpidezza delle geometrie che paiono rimandare assai più a Borges e Calvino che al nume tutelare Umberto Eco. Se il primo racconto è associabile più a un esercizio di stile neorealista che alla descrizione di cui sopra, i racconti successivi si fanno sempre più conformi a questa nuova concezione. La transizione è completa col racconto finale, capolavoro di verosimiglianza e immaginazione. Nel riepilogare la storia del tutto specifica e anti-epica di come l'inventore (del tutto inventato!) del camuffamento tattico dei militari riuscì nell'impresa di rendere invisibili e i suoi uomini solo al prezzo di diventare egli stesso invisibile alla Storia, Wu Ming riesce a costruire una storia dal respiro universale, acuto, poetico. L'idealismo incespicato del capitano Francesco Paolo Bonamore e la sua scomparsa dalla memoria sembrano subliminalmente fare eco alla vicenda del gucciniano "macchinista ferroviere" che armato di utopie, spirito di rivalsa e treno a vapore finì per incagliarsi in un cumulo di lamiere al termine di un binario morto. In qualche modo, "Quarto" è dunque "La locomotiva" del collettivo Wu Ming, degna conclusione di un concerto lungo quasi vent'anni.
“L’invisibile ovunque”, di Wu Ming, edizioni Einaudi, ISBN: 978-88-0622591-9.
Più che un romanzo completo, si tratta di quattro racconti incentrati sulla Grande Guerra. I primi due, a mio avviso completamente slegati dal resto, gli ultimi due collegati da un filo conduttore che è l’arte, in particolare, la pittura surrealista.
Viste le aspettative che ho verso questo collettivo di autori, considero “L’invisibile ovunque” al di sotto degli standard ai quali questi scrittori mi hanno ormai abituato, questo però non vuol dire che esso manchi d’interesse, semplicemente, forse, non è sempre possibile produrre capolavori, ogni tanto, viene fuori “solo” qualcosa di godibile ma non di eccezionale.
C’è da aggiungere comunque che Wu Ming qualcosa finisce sempre per regalarlo ai suoi lettori, e non c’è volta che io non sia stato costretto a fare qualche breve ricerca per appagare la curiosità che suscitano le loro idee e i loro protagonisti. Per me, quest’aspetto è l’unica caratteristica che salva questa raccolta da un giudizio più impietoso e riguarda il caso del terzo e quarto racconto che, fanno emergere alcuni personaggi storici, aspetti ed eventi della prima guerra mondiale veramente impensabili dando a quest’opera un taglio originale e un punto di vista sul conflitto assai inconsueto. Nello specifico, si finisce per portare alla luce un insospettabile quanto stranissimo rapporto fra il filone artistico del surrealismo e l’arte del mimetismo e del camuffamento. Chi l’avrebbe mai detto! Eppure sembra tutto vero o, almeno, plausibile. Già solo per seguire questa traccia, dunque, potrebbe valere la pena di leggersi questa breve raccolta che, comunque, non annoia e si divora in un attimo.
I Wu Ming, simpatiche canaglie... arguti, acculturati, sorprendenti - e contemporaneamene ottusi, ultraschierati, trollatori. Ma hanno anche dei difetti. Li ho sempre tenuti a distanza di sicurezza, lo ammetto. Però questo esperimento letterario "open source" mi incuriosiva e ho deciso di concedere il beneficio del dubbio, ben sapendo che finora ero sempre stato colpevolmente e consapevolmente prevenuto. E un po' me l'aspettavo, che questo libro mi avrebbe preso bene. Perchè è vero, bisogna saper scindere la persona dall'autore - conviene sempre: nella peggiore delle ipotesi, ci si può pentire dopo e si è buttata solo qualche ora (e qualche spicciolo). "L'invisibile ovunque" è difficile da definire, tecnicamente sarebbe una raccolta di quattro racconti accomunati dall'ambientazione (tendenzialmente l'Italia durante la Grande Guerra). Il filo logico non troppo evidente che li unisce però ne fa qualcosa di più e nobilita il risultato finale - c'è della buona letteratura qui, a tratti ottima. C'è stile (deliberatamente variabile), ci sono idee, c'è brillantezza - ci sono certo anche i "messaggi", ma ci stanno e non sono urlati. Ognuno può trarne ciò che vuole, o che si sente. Ma di sicuro la qualità è alta e ai Wu Ming va riconosciuto. Una birra con loro me la berrei volentieri. Una vacanza insieme anche no. Ma in fondo devo (voglio) solo leggerli, non sposarli.
Guerra mascherata o mascherata in guerra? Modulando in crescendo il rapporto tra vero storico e Storia romanzata, racconto dopo racconto gli autori del collettivo mettono in scena un gioco di specchi e di rimandi in cui il lettore si avventura, si perde e infine si ritrova più consapevole della “sfida” che trasversalmente occupa le menti degli uomini (combattenti e non) al tempo della Grande Guerra. La via per la sopravvivenza sembra passare per l’invisibilità: se non si è visti, notati, inquadrati, non si è colpiti, avvistati, segnalati… la guerra diventa gioco delle parti: si recita un ruolo, ci si dipinge e “addobba” il corpo e l’animo per sembrare “altro” negli occhi di chi guarda. Un ipnotico tuffo nel surrealismo, figlio di quell’epoca attraverso la nuova formula del romanzo storico del collettivo.
un filo sottile che lega quattro storie, vere come quelle appena accennate, dai vecchi quando eravamo bambini. cent'anni sono pochi, se li pensi nei racconti di chi li ha vissuti. cent'anni sono i racconti dei nonni, il loro ricordi dei racconti dei loro nonni. la guerra non è lontana come ci illudiamo che sia. quelli che sono morti insieme ai topi in trincea, o che hanno visto passare migliaia di scarponi chiodati, sono gli stessi che ci hanno posato una mano sulla fronte, da bambini. così le storie si collegano, incontri fugaci o solo vicinanze, in un tritacarne nel quale non si distingue più la vita di uno da quella di tutti.
“L’invisibile ovunque” è un libro che si costruisce man mano. Il legame tra i quattro episodi si va intensificando andando verso la fine, circolarmente e con abilità. Ma più che un legame è una memoria che rimbalza tra i personaggi, e manda avanti e ti trovi a dire ‘toh, ve’ chi c’è’. Il secondo più scorrevole, il terzo più ardito, il quarto più brillante - ah, che buffi i WM alle prese con un mockumentary - il primo me lo ricordo meno (e dire che l’ho letto solo ieri, ma sono così tante le immagini di queste - tutto sommato - poche pagine che si sovrappongono le une alle altre, e mi confondo tra personaggi, pittori, caporali, matti. Donne, poche). Un libro ovviamente pacifista, sempre ben scritto, concentrato e completo. Sempre una spanna sopra.
Questo è stato uno di quei libri scelti a naso e che chiamano anche se non si sa perchè. Non amo molto il Novecento, ma avevo scelto il libro perchè mi dava l'idea col nome di essere scritto da cinesi e dalla foto un'ambientazione giapponese. Niente di più sbagliato, il libro è scritto da un collettivo di autori che scrisse anche un libro sotto lo pseudonimo "Q" e, a giudicare dalla lettura e dall'aver notato il loro intervento in altri libri ed i temi di questi libri, a me sembrano proprio italiani. Il libro raggruppa quattro racconti dedicati alla Prima Guerra Mondiale sotto duplici punti di vista. Il primo è quello del ragazzo di costituzione atipica per una famiglia di contadini, che odia i campi ed ama la caccia. Il fratello maggiore andrà in guerra, a lui toccherà occuparsi dei campi e dei genitori. Scapperà, si arruolerà, ma odierà la vita di trincea dove in pratica si aspetta la morte. Allora fa di tutto per entrare negli Arditi, impiegati nelle missioni più pericolose. E' un uomo d'azione. Il secondo libro tratta dell'episodio dei "malati di mente" che si fingono tali per evitare il fronte o farsi mandare lontano da esso. Il protagonista riteneva questa opzione quella dei codardi, ma alla lunga cede alla sua lusinga per poi, in seguito ai test per accertare il suo stato mentale, diviene matto davvero. Il terzo testo parla di due uomini realmente esistiti: il surrealista André Breton e il militare artista Jacques Vaché. Breton racconterà di Jacques (e indirettamente di Nadja, sua amante e protagonista del suo romanzo) alla sorella che scopre dell'esistenza del fratello, nascosta per un fatto "orribile" da lui commesso. Nel quarto testo si narra di Bonamore, artista del camoufflage, la mimetica in tempi di guerra, scoperta più o meno in contemporanea dai francesi. Bonamore però aveva il sogno di usarla per proteggere i soldati e non le armi, ma era considerato un elemento scomodo e poco serio. Lo stesso Breton parla di lui. Un volume che parla di vita vera e non meri fatti storici, importanti anche quelli ma lontani per la gente comune e che non ha vissuto in guerra. Mi ha fatto accendere d'interesse per un periodo che normalmente rifuggo.
primo libro che leggo dei wu ming, piuttosto strambo e a tratti subdolo. primo racconto è appunto un racconto, di guerra, come tutti e 4, sulla guerra e nella guerra e intorno alla guerra. E dunque il primo mi è piaciuto molto, il secondo, che comincia a intersecare documenti reali alle fila della finzione è assolutamente bellissimo. il terzo aggiunge documenti e aggiunge anche documenti falsi e mescola le carte e i funambolismi letterari, e si mantiene sul filo, e in quel mantenersi ancora mi piace. il quarto mixa tutto, realtà finzione e realtà finta e finzione vera e in questa girandola mi ha perso. ho perso il filo della narrazione nel gioco del Rintraccia cosa è vero e cosa è falso. ma ne voglio provare un altro (dei Wu)
Bello nonostante l'argomento, chi è stato in quei luoghi può quasi vedersela davanti, la guerra di trincea. Da notare che l'ultimo quarto del libro è un breve saggio storiografico, scorrevolissimo e ben fatto, ma se non interessa l'approfondimento sugli aspetti particolari trattati nel libro potrebbe risultare inutile o noioso. Io personalmente, da storico, ho apprezzato.
Sulla assurdità della prima guerra mondiale. Quattro racconti distinti. I primi 2 un pò faticosi, non nello stile filante e aggressivo WuMing. Negli ultimi due recupero alla grande. Interessante, punto di vista come al solito fuori dal coro. Da leggere, dopo Q, Manituana, 54. Prima dell'Armata dei Sonnambuli, che non mi ha entusiasmato.
La mia prima esperienza con il collettivo, di cui non sapevo altro che questo. Evidentemente italiani (e non per il tema), i quattro racconti mi sono piaciuti moltissimo nello stile e nel modo di trattare il tema. Libro consigliatissimo.
3.5 It was interesting, but I found that the first 2 stories were the most interesting, with the third one being the most boring and tedious to read. I also found my limited knowledge of military ranking a problem.
In una terra grassa e piena di molluschi voglio scavarmi una fossa profonda dove distendermi e leggere Puskin o dormire nell'oblio come uno squalo nell'onda.
Prima guerra mondiale, fra le trincee di Italia e Francia, quattro "racconti" di stile diverso l'uno dall'altro, che mi hanno lasciato una grande voglia di curiosità approfondimento, se pure spiazzanti da una scrittura e una forma a tratti complicati. Ed è con un pochino di difficoltà che scrivo di questo libro, perchè francamente è un viaggio nei mille pensieri che mi ha lasciato, nel mettere insieme e dividere quello che ho trovato fra le pagine e quello che ho trovato su google quando la voglia di saperne di più prendeva il sopravvento. Divido allora per capitoli, così come ho trovato nel libro. Primo: la storia di Adelmo, Voglia di riscatto, brutalità, inquietudine ad una vita che va stretta sono le caratteristiche principali di un ragazzo che fugge dalla sua famiglia per arruolarsi e, dopo un periodo di trincea, si fa arruolare negli Arditi. Gli Arditi sono le forze d'assalto della fanteria, coloro che si "buttano" volutamente in prima linea, all'attacco dei nemici. Secondo: Giovanni Mizzoli, marito di Lisa e padre di un bambino piccolo, con la complicità di Ennio ed in parte della moglie, vuole scampare alla guerra diventando un " simulatore". Durante la grande guerra furono moltissimi gli uomini che ebbero problemi mentali o quelle che si definivano "malattie nervose", vennero quindi costruiti delle cliniche e dei reparti psichiatrici per accudire queste persone, in alcuni casi la degenza era lunga e dolorosa, in altri più breve e veniva poi proseguita a casa. I simulatori ricorrevano ad alcuni espedienti per farsi ricoverare, studiavano "come fare i matti" , inventavano anamnesi familiari con casi di nevrosi o malati psichiatrici, cercavano insomma di convincere i medici delle loro nevrosi. Giovanni però, a forza di simulare, passa il labile confine fra finzione e realtà.... Numerose sono le ricerche e le note in questo capitolo, abilmente sono stati mescolati dettagli delle cartelle cliniche dell'Archivio dell'Ospedale Psichiatrico di Colorno e studi effettuati sulle malattie psichiatriche causate dai conflitti bellici. Terzo: a Parigi Marie Louise fa visita a Andrè Breton, scrittore reduce di guerra che ben conosceva il fratello Jacques. Fratello di cui Marie Louise non sapeva nulla, nascosto dalla memoria della sua famiglia e dalla morte perchè considerato indegno. Un capitolo fra pensiere, vizi e virtù. Andrè Breton è uno dei più frandi esponenti del Surrealismo, in questo capitolo si parla di alcune sue opere e in particolare di Nadja, edito anche in Italia. Quarto: è una sorta di saggio sul"camouflage", espediente utilizzato da quella che veniva chiamata la"compagnia camaleonte". I pittori surrealisti, in questo caso si parla di Bonamore (conosciuto da Breton che ne ha organizzato una esposizione nel 1926), venivano chiamati per dipingere mezzi militari e gli uomini venivano preparati fisicamente e mentalmente al mimetismo, in una invisibilità difficile, ma che in alcuni casi ha deciso le sorti delle battaglie e dei soldati stessi, forse perfino dove gli Arditi avevano trovato solo la morte. Come ho scritto sopra non è facilissimo star dietro a questo stile narrativo, ma la grandissima curiosità che mi ha trasmesso e la voglia di avere più informazioni mi ha fatto apprezzare tantissimo questi autori.