Notte, suolo, pianeta, nulla
Questo testo tratta di nichilismo e misticismo. Pone al lettore molte domande, restando silenzioso e meditativo nelle risposte; se sia possibile pensare il non pensiero, se sia possibile pensare il nulla, se infine sia possibile comunicare l'esperienza mistica. Nell'ordinario non c'è in apparenza qualcosa di mistico, ma nel quotidiano accade spesso di oscillare tra una predilezione per la distanza, il prendersi tempo per noi, e la ricerca di un senso di comunità e appartenenza, come ben si riflette qui nel pensiero di Georges Bataille: […] quest'esperienza quotidiana rappresenta il nodo di un dilemma mistico: quello di un'esperienza della continuità (esistere in quanto mondo) che può aver luogo solo a condizione di una discontinuità di base (esistere nel mondo). Per esistere in quanto mondo, dobbiamo necessariamente smettere di esistere nel mondo”. Eugene Thacker disegna una filosofia dell'orrore, racconta una tradizione del misticismo dell'oscurità, che ha origine in Meister Eckhart e in Juan de la Cruz e Teresa D'Avila, passando per le grandi allegorie di Dante, il Faust e Lovecraft e i filosofemi del mondo per noi e del mondo in sé di Schopenhauer e la teologia negativa di Jakob Böhme, con l'idea di ungrund, senza fondo, ovvero di una esistenza e di una logica biologica che affrontano come cardine etico l'assenza di un fondamento, il disancoraggio, la perdita dell'umano e del divino, l'abisso e il nulla assoluto come condizione ineluttabile per l'essere umano. La via per procedere filosoficamente non è una fuga incondizionata dal possibile verso l'impossibile che lo circonda, cosa che, per quanto pericolosa, rischia di trasformarsi in un abbandono passivo all'illusione; invece, si deve credere che la conoscenza umana diviene calcolo del possibile, qualora tenda a organizzare la totalità delle cose in se stesse, convertendo l'impossibile in possibile. Più cose apprendiamo del pianeta, più esso ci appare strano (weird). Dobbiamo coniugare la velocità del tempo umano, l'economia convenzionale produzione-consumo, con l'economia cosmica, quella del tempo profondo, per un'ecologia radicale, non antropica, che si rivolga alla profondità e alla dormienza dell'energia geologica universale. Secondo Thacker, bisogna accettare l'ipotesi che il mondo sia letteralmente privo di ragione; che la ragione sia insufficiente a ordinare il mondo, a spiegare la creazione, a desumere una pluralità da un'unità: in questo senso la posizione della wille, la volontà, appare innestata in una logica paradossale, perché il mondo in sé è privo di quei connotati morali e teologici che noi invece per fragilità gli attribuiamo. A determinare e costituire la relazione tra sé e il mondo è la sofferenza; ed esperire la sofferenza, provarla, non significa comprenderla né essere in grado di descriverla. Bisogna, prosegue Thacker, volgersi al mondo e vedere la sua neutralità, la sua indifferenza, come una negazione, una sottrazione di intelligibilità, che non è né rabbia né amore, né male né bene, né luce né buio, semplicemente è una nientità autoctona, un nulla assoluto, un annientamento al di là dell'umano, che discende oscuramente dall'unione tra naturale e soprannaturale. Allora, riprendendo le fila del discorso, Thacker afferma che stiamo assistendo al duplice declino di scienza e religione, e in questa rivelazione (che è anche ulteriore inabissamento, notte oscura dell'anima), è necessario divenire consapevoli della nullità che sta a fondamento del sé e del mondo; è bene cercare di percepire “l'oscuro misticismo del mondo in sé”, nel suo primitivismo, che svuota ogni nostra rappresentazione. Allora, se è inutile disperarsi nell'abisso, ed è andare a fondo iterativamente ricercare un nuovo senso, la cosa che resta da fare alla filosofia che cerca una via di uscita è di cercarla nel nulla puramente negativo, nella fondatezza del non essere. Secondo il filosofo Nishitani e la tradizione buddhista, esattamente nel concetto di vacuità, śūnyatā, dove è possibile e attuabile la disgiunzione radicale tra sé e il mondo, l'identità poetica e allegorica del non-esistente e l'indifferenza (la perfetta sostituibilità) di tutto ciò che esiste. Sembra davvero una irresistibile espressione di umiltà. Nella quale, solo si può pensare il mondo senza nascondimento, ovvero il mondo senza di noi. Il mondo senza di noi è spettrale, e ci pone due opzioni: pensare che esista o che non esista., dubitando dei sensi o dello statuto della realtà; una ambiguità contenuta nel senso forse fantastico di un impotente orrore.
“A differenza del dominio del nulla, nel quale il desolato abisso senza fondo allontana le une dalle altre persino le persone o le cose più intimamente vicine, nel dominio del vuoto questa frattura assoluta denota direttamente il più intimo degli incontri con tutto ciò che esiste”.