Può darsi che tra qualche decennio i romanzi di Yehoshua verranno classificati come romanzi storici, per il modo brutalmente raffinato in cui affrontano a viso aperto l'irriducibile complessità del reale israeliano.
Può darsi. Io la penso già così, e l'idea si è radicata con la lettura di questo "La sposa liberata", pubblicato nel 2001.
Lettura impegnativa: 592 pagine in cui nulla ci viene celato dei detti e fatti del simpatico professor Rivlin, israeliano, uomo sensibile polemico ed energico, docente al Dipartimento di Studi Mediorientali presso l'Università di Haifa (tra le colline rosate della Galilea) dove lo stesso autore insegna letteratura ebraica.
Se ne "Il responsabile delle risorse umane" un distratto ma sensibile direttore del personale scopriva grazie alla morte di una donna delle pulizie immigrata russa l'umanità nascosta dietro mansionari ed elenchi di dipendenti di una fabbrica, qui il protagonista è uno storico, un individuo quindi non solo estremamente consapevole della realtà che gli si agita attorno, ma che per contratto e per la sua natura cerca incessantemente risposte (non sopporto, nella ricerca come nella vita, di essere lasciato sospeso a mezz'aria... Se Ofer avesse davvero capito perché il suo matrimonio è fallito, non sarebbe bloccato nella situazione in cui si trova ora), anche a ciò che non si può spiegare e che fino alla fine non saprà. Come il segreto che ha distrutto dopo un solo anno il matrimonio dell'adorato figlio Ofer con Galia. O meglio: ironicamente l'omniscient narrator Yehoshua lo svelerà a noi lettori, ma a Rivlin farà solo sfiorare fisicamente luoghi e protagonisti di quel segreto, quasi contaminandolo, e questo nonostante la sua vivissima intelligenza.
La triste conclusione di un'indagine che fin dall'inizio tutti, soprattutto la moglie ("Hai cercato stupidamente di aggrapparti a un nuovo espediente che creerà solo dolore e non porterà alcun beneficio") ma anche i figli, incluso lo stesso Ofer, avevano cercato con fastidio di impedirgli.
Ma all'inchiesta tutta privata si intrecciano i difficili equilibrismi dottrinari, i giochi burocratici di potere, le dispute intellettuali del mondo universitario, che nell'Israele di Yehoshua bene o male hanno sempre a che fare con la carne e il sangue: si comprende cioè come lo studio dei popoli arabi, della dissoluzione ottomana, del terrorismo algerino (le cui radici Rivlin, non trovando soddisfacenti risposte razionaliste, andrà infine a cercare nelle tracce poetiche e narrative degli ultimi anni di dominazione francese) non sono morta accademia, ma rappresentano l'Oggi e il Domani di un ceto intellettuale che non può fare a meno di interrogarsi sulle possibilità di una pace che nel 1998-99, gli anni in cui si svolge il romanzo, sembrava meno irraggiungibile del solito.
Ed ecco quindi il professore - senza sentimentalismi o sensi di superiorità o di inferiorità - mescolarsi riluttante e affaticato agli studenti arabi, alle loro feste, sempre più coinvolto dalla loro gentilezza avvolgente e ambigua, dalla loro llingua e poesia, dai loro laceranti problemi familiari e territoriali.
Il lettore occidentale nota anche un puntiglio quasi da bestiario medievale nel districarsi del narratore e dei protagonisti tra le identità dei loro antagonisti, che pur vivendo sulla stessa terra, hanno lingue, religioni, status giuridici così diversi e apparentemente separati: gli altri sono sempre "l'ebreo", "l'arabo israeliano", ma anche "un arabo dei territori", un druso, una suora libanese dal canto divino, o l'anziano professor Tedeschi immigrato dall'Italia dopo l'emanazione delle leggi razziali fasciste, o i parenti israeliani che vivono all'estero ma vengono ogni tanto in visita... e ognuno ha la sua pena, pubblica o privata.
La sposa liberata del meraviglioso titolo (che in ebraico sarebbe in realtà "la sposa liberatrice") potrebbe rappresentare la Galia che si purifica alla fine, nell'imminenza del parto, dal conflitto che la opponeva al primo marito; o la triste giovane vedova dello studioso di poesia algerina morto a causa di una bomba, la quale supplica inutilmente Rivlin di farsi carico dei suoi problemi sottraendola alla tutela dei suoceri; o l'enigmatica Samaher, orgogliosa, malata immaginaria, bugiarda compulsiva, impelagata in una relazione extraconiugale con il cugino Rashed, uno dei personaggi più indimenticabili del libro, portatore di racconti con la stessa Samaher come traduttrice dall'arabo, spiritelli entrambi da Mille e Una Notte.
O forse, infine, la donna ebrea del Dybuk, poema ebraico magicamente rappresentato a Ramallah da un'improvvisata compagnia teatrale di studenti arabi durante un altrettanto improvvisato festival della poesia e dell'amore: la donna che un esorcismo libera appunto dal dybuk (demone).
Un romanzo sulla speranza di riconciliazione e di pace, in cui l'insopportabile, dolciastra retorica politichese della pace viene per fortuna lasciata fuori dalla porta.