Com'è tradizione nella storia della migliore prosa moderna americana, il Fante delle short stories non ha nulla da invidiare all'autore dei grandi romanzi, e dimostra fin dall'inizio degli anni Trenta di essere in grado di utilizzare questo genere narrativo con virtuosismo stilistico e una sempre nuova capacità di divertire e commuovere. In racconti come il "Muratore nella neve", Fante raggiunge alcuni dei suoi vertici espressivi, e lo stesso può dirsi di tanti testi scritti e pubblicati dopo "Dago Red", anche se lo scrittore, eternamente insoddisfatto della sua opera, non pensò mai a raccoglierli in un nuovo volume.
Fante's early years were spent in relative poverty. The son of an Italian born father, Nicola Fante, and an Italian-American mother, Mary Capolungo, Fante was educated in various Catholic schools in Boulder and Denver, Colorado, and briefly attended the University of Colorado.
In 1929, he dropped out of college and moved to Southern California to concentrate on his writing. He lived and worked in Wilmington, Long Beach, and in the Bunker Hill district of downtown Los Angeles, California.
He is known to be one of the first writers to portray the tough times faced by many writers in L.A. His work and style has influenced such similar authors as "Poet Laureate of Skid Row" Charles Bukowski and influential beat generation writer Jack Kerouac. He was proclaimed by Time Out magazine as one of America's "criminally neglected writers."
Light, funny, deceptively simple and stylish as heck. And the story, Home Sweet Home is the finest short story ever written. It reads like poetry. Truly a writer's writer, ol' John Fante!
Ogni volta che termino un libro di Fante mi sento orfana di un amico. In genere i racconti non sono la mia cosa preferita ma con lui va bene tutto, anche quando mi parla di preti, chiese, santa messa, chierichetti, riesce sempre a rendere tutto interessante e anche spassoso. Insomma, io in 6 mesi mi sono già bevuta 8 libri suoi e c'è il rischio che nel giro di un anno mi bruci tutta la sua produzione pubblicata in Italia, però non ce la faccio a fermarmi, sento già la mancanza dei suoi personaggi strani, strambi, assurdi, ubriaconi, folli, grezzi, zotici, rissosi, e di tutte quelle situazioni tipicamente italiane trapiantate negli States che pure se non le hai vissute ti ci ritrovi sempre alla grande. Non metto il massimo delle stelline perché preferisco sempre i romanzi ma questa è giusto un'inutile sottigliezza.
Una delle cose più belle da fare davanti a un bicchiere è farsi raccontare la vita di chi ci sta davanti. Non solo le beghe quotidiane, ché per quelle è difficile trovare una soluzione pratica quando in testa si hanno solo il bisogno di staccarsi dal mondo e farsi lingua e gola, solo lingua e gola e piacevole vertigine, almeno per un po'. Sono gli episodi della propria personale mitologia a costituire l'accompagnamento migliore, e per una ragione molto semplice: proiettano in un passato felice. O anche infelice, ma ormai così lontano e metabolizzato da aver assunto le tinte del mito. Nessuno piange più per Dafne che è diventata albero per via dell'amante respinto: sono rimasti solo gli alberi, che tutt'al più sentiranno un formicolio di rimorsi dove scorre la linfa. Allora immaginate di avere davanti del vino, quel Dago Red che era la bevanda prediletta degli italiani espatriati in America il secolo scorso. Un vino dolciastro, che va alla testa, che «vellica i precordi». E immaginate di essere approdati in un bar, uno alla Hopper, con le luci bianche e le poltrone verdi, e il tintinnio dei bicchieri in preparazione. Stanchi, scossi, annoiati, col buio e il freddo di fuori che vi hanno avvelenato anche dentro. E al bancone trovate un Jimmy Toscana, un ex chierichetto cresciuto, un italoamericano qualunque. Niente di speciale all'apparenza, un po' come tutti quando indossano solo la propria faccia e nient'altro. Magari vi mettete a parlare e, dopo qualche bega quotidiana, un inanellarsi di "una volta" vi fa approdare al centro dell'uomo che avete davanti, al suo Olimpo personale. Il bicchiere fa riemergere tutto il dolce e l'amaro che una volta proprio quel vino aiutò a mandar giù. Ce n'è per ogni sapore, per ogni zona della lingua. Mostri mitologici e semidei, il Padre muratore e ubriacone, la Madre sciupata da una vita casalinga passata a riguardar dalla finestra le speranze della giovinezza, i Fratelli, la Morte, la Chiesa che su tutto incombe come un indice ammonitore, la Speranza tutta religiosa in un lieto fine, la Rassegnazione, il Comico e il Grottesco, il Sesso che rallegra e intorbidisce i giorni presenti e carica quelli futuri di un desiderio impreciso, ma proprio per questo ammaliante. Il nero che sporca il bianco di una vita piena di dio e angeli solo nominati, in realtà abitata solo da uomini che nell'abbracciarsi forte si incrinano sempre qualche costola. Questo Pantheon è capace in un attimo di far sparire tutto. Scompare il bar, scompare la luce, scompare il buio: ci siete solo voi, spettatori da tappezzeria, e lui e Loro. Se volete qualcosa per diventare solo lingua e gola, lingua gola e piacevole vertigine, questo è il bicchiere giusto.
Sentimmo il suo messaggio ma non lo capimmo perché ci turbava e ci atterriva; e invece di soffrire con lei corremmo verso la porta del cortile mentre le risate di papà scuotevano la casa. Ma Clara rimase accanto a mamma tenendole la mano. (Una moglie per Dino Rossi)
Serie di racconti intimisti, che aprono una finestra sulla vita di Fante e sulla cultura italo-americana che la contraddistingue. Vi si ritrovano temi ed episodi che confluiranno poi nelle storie di Arturo Bandini.
My first Fante, the one that spurred the curiosity and lead me to read them all. Anger, humiliation, love all condensed in the life of small characters pursuing the dream of a normsl American life.
Pubblicato nel 1940 Dago Red è una raccolta di racconti, molti dei quali erano già apparsi singolarmente su riviste tra il 1932 e il 1937 che fungono da radice di quello che sarà l’universo letterario di Johnn Fante( in nuce Arturo Bandini). Non mi sono mai divertita tanto a leggere un libro. Sostanzialmente sono delle “istantanee” spesso tragicomiche della vita degli immigrati taliani in U.S.A. Il padre burbero ma sognatore, la madre, vero pilastro della famiglia, apprensiva e devota, simbolo di resilienza e amore incondizionato. È lei che porta avanti quella cultura e tradizioni italiane in una America che tenta di emarginarli. Il titolo stesso del libro evoca questa identità contesa, questa sorta di emarginazione: “rosso” come il vino degli italiani “dago” il termine spregiativo con cui venivano denominati. E poi ci sono la famiglia, l’infanzia del giovane Fante, i riti religiosi, le prime ribellioni e le prime esperienze. “Prima comunione” o “Chierichetto” sono quelle che mi sono piaciute di più : irriverenti ed esilaranti. Bel libro, compatto, autentico. La voce di Fante è spesso cruda, ironica, ma a volte malinconica e intrisa di un bel lirismo.
Dago red contiene tutti i temi cari a Fante : il padre, l’essere appunto un dago, il cattolicesimo rigido e castrante, la sua carriera di scrittore. Ogni racconto potrebbe essere sviluppato e diventare un romanzo a se ma si sente che fante è agli esordi , siamo tra il 32 ed il 37 alcuni racconti vennero spediti a delle riviste con la speranza che che venissero pubblicati. L’autore non ha pietà ed inizia quel l’operazione di analisi attraverso la scrittura della propria famiglia , un microcosmo specchio della più ampia società americana ma sempre nell’ambito degli Italo- americani , fante non si spinge oltre racconta quello che conosce , quello che ha introiettato o quello di cui ha bisogno di elaborare . Forse in questa fase il padre non è ancora quel DIO dei lavori successivi e questo da l’occasione a Fante di concentrarsi sull’altra figura fondamentale ossia la madre: figura cattolicamente sofferente. Chiude il libro il bellissimo racconto ave Maria dove rabbia risentimento e religione sembrano oramai fuori controllo .
John Fante is best known for “Ask the Dust,” his passionate stream of consciousness novel about a young man trying to find his way in interwar Los Angeles. The tone of that work is fiery—sometimes scandalous by the lights of the day—written in a style that’s pretty much sui generis. You might be able to point out some antecedents to its stark psychological realism, but all of those would be European, not American, and none Italian. Before “Ask the Dust,” though, Fante proved himself a conqueror of “the slicks,” those large circulation magazines that usually featured lighthearted, tender stories. Some of them might veer into darkness, but never too far. Most of the masters who worked that field—Hemingway, Fitzgerald, et. al.—eventually disavowed that work, dismissing it as juvenilia, a learning experience. And while for the most part I concur, these early stories still feature beautiful talent caught in its chrysalis form. Fante’s stories collected here are all heart and soul, though because Mencken and Nietzsche were influences on him, there’s a manque-like striving toward the intellectual, especially the Teutonic. Fante’s failure to emulate others is the reader’s gain, though, as he catalogues his passions, joys, sorrows and dreams. Subjects dealt with include: the dread power of family, the toll our very existence takes on our parents who labor to give us a better life; the disjunction between one’s dreams and aspirations on the one hand, and what life is actually offering on the other; the desire (and failure) to assimilate to the then-dominant WASP culture, when one’s name ends in a vowel and their eyes are fig-brown. And lastly, early forays into postmodernism, with Fante finally writing about writing, the craft which, like life itself, brings him both joys and frustrations. My favorite in the collection is also probably the lengthiest. “A Wife for Dino Rossi,” deals with two men, one petty and brutish, the other meek and simple in manners, and the way they serve as foils for each other in amorous pursuits. In this case it isn’t so much a matter of “nice guys finishing last,” but nice guys never even being in the running. And yet the caddish heel and playboy also plays the fool, ending up betrayed by his image of himself as a virile model of manhood. Also beautiful is “The Road To Hell.” Like much of Fante’s work, it deals with Catholicism, the mysterious way it continues to abide in the mind and spirit, even when secular ideas begin to intrude. Much as with family, the ultimate message seems to be that one is formed in their childhood, and no amount of counterprogramming can ever truly undo that. Or, as Mickey Rourke had it in “The Pope of Greenwich Village,” “Wasps outgrow people, Diane. We’re Italians.” Fante and his on-the-page alter egos are damned by blood, both their own and that quaffed transubstantiated in the chalice and soaked into the host. Third in the triumvirate is “One of Us.” It’s both weighty and light, inasmuch as it deals with the grave subject of death, yet finds humor and absurdity even there. For when Fante’s cousin dies, the dead boy’s resemblance to Fante’s brother sets his mother over the edge. She begins to coddle and smother the poor child until he goes half-mad. His constant protestations that, “I’m not dead!” do nothing to allay his mother’s overweening attachment to him. It takes a lot of skill to make such a subject anything but a grim slog, but Fante—as wild a prose stylist as he sometimes is—is also capable of great subtlety. Almost a century after these stories were published, they continue to feel fresh and vital, showing an unbridled passion that, while probably out of fashion, remains irrepressible. It makes you thankful for life, and for writers like Fante. And it proves once again that the more laser-like focused one remains on the specific, the more universal the ultimate experience becomes. It just takes a lot of talent and honesty, neither of which, unfortunately, are in the greatest supply in any of the arts. Highest recommendation
John Fante è uno dei miei autori preferiti in assoluto, ma questa raccolta di racconti è piuttosto deludente. Nessun guizzo, nessun personaggio particolare, nessuno slancio. Tutto scritto bene, ma tutto perfettamente dimenticabile e infatti non mi ricordo un racconto che sia uno.
In questo Dago red le tematiche di Fante ci sono tutte e lo si intuisce già dal titolo. Ogni racconto, scritto con il suo tipico stile ruvido, le tratteggia in modo molto netto: la dura vita degli immigrati italiani, tra povertà e discriminazione; il rapporto con il padre, violento e ubriacone e la madre, fragile e debole; l'ambiziosa ricerca del successo come scrittore in quel Los Angeles. Però Fante sul breve a mio avviso perde molto, perde la sua epicità, la sua potenza narrativa. O forse sono solo io il problema, come quando mi trovo in quei ristoranti dove assaggio il piatto fantastico ma sono appena tre bocconi e allora mi girano a manetta... Diciamo 3 stelle e mezzo.
Un libro di racconti indipendenti ma perfettamente collocabili nel futuro filone narrativo di Fante. C’è molto della saga di Arturo Bandini nei racconti di vita ed emarginazione di Dago Red. Fante descrive con estrema concretezza cosa significava essere immigrati e figli di immigrati italiani negli USA del primo Novecento.
Una fantastica raccolta autobiografica della gioventù dell'autore, nella Little Italy di Denver, in un quartiere che non riesce a domare l'energia di un ragazzino che si muove nel mondo come una lince. Un ragazzino indurito ma non cattivo, in una famiglia che vive ai margini ma dignitosamente. Uno spaccato importante di questo pezzo di società.
Se è vero che un racconto ferma il tempo e lo sospende per una manciata di istanti, "Dago Red" - libro che raccoglie i migliori racconti scritti da John Fante tra gli anni Trenta e Quaranta - permette di fare un balzo temporale non indifferente, perché ci fa entrare nelle vite della strampalata famiglia Toscana, ci fa accomodare al loro tavolo per degustare oltreoceano i tipici piatti della cucina italiana e per sorseggiare il classico vino rosso rubino tanto amato dai WOP e infine, ci ricorda di come la scrittura è contemporaneamente: passione e redenzione.
Rather episodic--despite what one perceives as the attempt to tie all the stories together (or the assumption that they will mesh). Best story "Home Sweet Home"--sort of reminding me of "In Dreams Begin Responsibilities"--the only one that really stands out like that. And a few good lines--like: "The water was too cold for drinking. It seized your teeth like electricity and you sucked it timidly." Basically this sort of Saroyan mishmash--where you just put everything down pellmell without reflection or reaction--just makes me think, well--isn't this all kind of nuts?