C’è una linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. È sul margine di questa frontiera che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo. Questa soglia è inafferrabile, indefinibile, non-materiale: la scrittura vi si avvicina per approssimazioni, tentativi, muovendosi nell’inesplorato, là dove si consumano le migrazioni e i respingimenti, là dove si combatte per vivere o per morire. Leogrande ci porta a bordo delle navi dell’operazione Mare Nostrum e pesca le parole dai fondali marini in cui stanno incastrate e nascoste. Ci porta a conoscere trafficanti e baby-scafisti, insieme alle storie dei sopravvissuti ai naufragi del Mediterraneo al largo di Lampedusa; ricostruisce la storia degli eritrei, popolo tra i popoli forzati alla migrazione da una feroce dittatura, causata anche dal colonialismo italiano; ci racconta l’altra frontiera, quella greca, quella di Alba Dorata e di Patrasso, e poi l’altra ancora, quella dei Balcani; ci introduce in una Libia esplosa e devastata, ci fa entrare dentro i Cie italiani e i loro soprusi, nella violenza della periferia romana e in quella nascosta nelle nostre anime: così si dà parola all’innominabile buco nero in cui ogni giorno sprofondano il diritto comunitario e le nostre coscienze. Quanta sofferenza. Quanto caos. Quanta indifferenza. Da qualche parte nel futuro, i nostri discendenti si chiederanno come abbiamo potuto lasciare che tutto ciò accadesse.
Quella parola indica una linea lunga chilometri e spessa anni. Un solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano. È la frontiera.
Alessandro Leogrande was an Italian journalist. He made his debut in long form journalism with Un Mare Nascosto (A Hidden Sea 1999), dedicated to his hometown, and in later books he went on investigating the new mafias, protest movements, and the exploitation of foreign agricultural laborers in Southern Italy. He then explored the topic of migration from Africa and the Balkans in his books Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Death in the Mediterranean 2011), Adriatico (Adriatic 2011), La frontiera (The border 2015), and wrote the libretto of two operas: Katër i Radës (2014) on the Tragedy of Otranto, and Haye, Le parole, la notte (2017), a musical voyage in contemporary migrations.
Leogrande died in Rome at the age of 40 from a heart attack. In speaking of his son, his father Stefano remembered his work "in defense of the downtrodden and the most fiercely exploited in all sort of settings where abuses were committed, from agricultural labourers to migrants to Argentinian desaparecidos." In 2018 a street was entitled to him in the capital of Albania, Tirana.
Sospeso fra racconto e saggio, Leogrande ci parla della frontiera, di migrazioni, respingimenti, CIE, vita, morte, sofferenza, violenza gratuita, diritti umani. Una scrittura chiara, riassunto di un pensiero preciso e lucido. Un libro imprescindibile che alza un velo su ciò che nessuno in Italia oggi vuole vedere, che ci costringe a guardare ciò che nessuno vuole vedere. Che ci costringe a fare i conti con il nostro bieco razzismo e la nostra ipocrisia.
Un reportage molto ben documentato sul tema dell'immigrazione (sia economica che di rifugio): uno dei temi più attuali della vita politica e sociale di oggi, se non il più attuale in assoluto.
Alessandro Leogrande dimostra di essere profondamente addentro alle questioni di cui parla; cerca ed intervista i diretti interessati e le persone che fanno da cardine al meccanismo dell'assistenza; approfondisce le condizioni economiche e politiche che hanno generato il flusso migratorio; descrive a fondo le politiche implementate dai paesi europei per far fronte alla situazione dando anche una lettura il più possibile obiettiva delle conseguenze.
Come ogni reportage che si rispetti, "la frontiera" prima di tutto informa, racconta. E' un libro fatto di soli fatti, che riduce al minimo le narrazioni politiche e la carica emotiva del dramma che va raccontando: e di cose da imparare per coloro che ne siano interessati questo libro ne espone davvero tante. Per bocca dei martiri che ci sono passati vengono raccontate le linee del percorso di ingresso in Europa (quella mediterranea, quella greca, quella dell' Europa centrale) con tutte le caratteristiche ed i rischi; vengono descritte le strutture politiche delle sanguinose dittature o delle guerre dalle quali i profughi fuggono (NON è vero che il mondo intero si sta trasferendo in Europa, la strangrande maggioranza dei migranti nasce dalla catastrofe di pochissimi paesi, su cui brilla lo spaventoso inferno stalinista dell' Eritrea di Afewerki); particolarmente interessante la parte in cui viene chiarito il significato delle operazioni di pattugliamento del mediterraneo che ci hanno visti protagonisti, come Mare Nostrum e la successiva Trident; viene descritta la vita di coloro di quelli che "ce l'hanno fatta", esponendone i passi avanti nell'integrazione e gli eventuali spostamenti a livello europeo. Non mancano cenni su come si sia evoluto l'atteggiamento delle forze politiche e sociali italiane verso queste problematiche, in particolar modo quello della chiesa cattolica, che pur recitando come ovvio un ruolo decisivo nel salvare quante più vite umane possibile, allo stesso tempo non nasconde diffidenze forti sugli effetti che una immigrazione di tipo islamico possa avere sulla tenuta del tessuto culuturale dell' Italia e dell' Europa.
A livello di reportage è davvero esaustivo, ma è un libro che può servire solo a chi sia già interessato a queste tematiche perchè non riesce, mai, a parlare un linguaggio che gli indifferenti se non i nazionalisti siano disposti ad ascoltare. E' un muro contro muro che in qualche modo bisogna superare se vogliamo andare avanti: Alessandro Leogrande in un libro così approfondito non spreca una sola parola per cercare di capire su quali basi poggino i ragionamenti destrorsi (ma non solo) che sostengono che l'accoglienza sia di per se stessa un pericolo sia economico che sociale, al punto da far assumere al flusso migratorio i caratteri di una invasione (il che è palesemente un falso sia storico che economico, ma è ormai palese che in termini di postverità le categorie di vero o falso contano davvero poco). Gli immigrati clandestini generaano un problema di ordine pubblico o no? Di che portata? Qual'è il costo dell'assistenza ai nuovi arrivati? Quanto e come impatta l'arrivo di manodopera a basso costo sul mercato del lavoro dei paesi del sud Europa? Quali sono i principali problemi dell' integrazione? Si percepisce con facilità il fastidio di Leogrande nell'affrontare temi come questi cui pure bisogna guardare se si vuole superare uno sterile muro contro muro fra le varie fazioni politiche interessate.
Al termine di "La frontiera" mi è rimasto un nero pessimismo sul miglioramento della situazione. L'inadeguatezza del trattato di Dublino (che consente di richiedere asilo solo una volta giunti sul continente riducendo i fuggiaschi a carne da trasporto durante la quasi totalità del viaggio, oltre a fornire un criterio assolutamente folle sullo smistamento dei rifugiati nelle varie zone del continente); la necessità di pressioni geopolitiche e di intervento economico su paesi in condizioni drammatiche come l' Eritrea; la necessità di giocare un ruolo decisivo in quelle zone del mondo in preda a conflitti che generano rifugiati (Siria) indicano che il problema andrebbe affrontato a livello europeo. Solo che l' Europa non è mai stata più in crisi di adesso. L'impoverimento di larghi strati di popolazione non scolarizzata ha creato paure ed odi feroci che vengono strumentalizzate da fazioni sovraniste che vanno facilmente al potere, peggiorando ulteriormente la situazione sia economica che politica e si ricomincia da capo.
Il caso italiano è palese: non solo il partito di maggioranza nei sondaggi porta avanti con forza la narrazione dell'invasione e del muro (in tutta la storia umana non si è mai visto un muro funzionare contro gli spostamenti umani, pure i muri non sono mai stati così popolari come adesso, anche pensando al Trump col Rio Grande), ma non sembra neppure interessata a risolvere il problema neanche guardandolo dal suo distorto punto di vista: le riunioni a livello europeo che discutono il trattato di Dublino vengono sistematicamente ignorate, non si pubblicano dati nè vengono condotte politiche che favoriscano l' integrazione... il problema è che la paura e l'odio del diverso sono strumenti di consenso e di governo potentissimi, ed una certo schieramento politico non ci rinuncerà tanto facilmente.
Il vento che tira purtroppo è questo. Speriamo che cambi, mentre continuiamo a faare la conta dei morti di fame nei paesi di partenza, di torture nei campi di prigionia dei trafficanti di schiavi, dei morti annegati, asfissiati e di malattia durante il viaggio....
Storie di frontiera: drammatiche, sconvolgenti, eppure ormai quotidiane. Leogrande racconta quello che di solito cerchiamo di non vedere e che non è facile capire, "tuttavia non è la violenza a sgomentarci, ma il fatto che, anche quando comprendiamo pienamente le sue leggi, non riusciamo ad arrestarle".
“Quella parola indica una linea lunga chilometri e spessa anni. Un solco che attraversa la materia e il tempo, le notti e i giorni, le generazioni e le stesse voci che ne parlano, si inseguono, si accavallano, si contraddicono, si comprimono, si dilatano. È la frontiera. Per molti è sinonimo di impazienza, per altri di terrore. Per altri ancora coincide con gli argini di un fortino che si vuole difendere. Tutti la mettono in cima alle altre parole, come se queste esistessero unicamente per sorreggere le frasi che delineano le sue fattezze. La frontiera corre sempre nel mezzo. Di qua c’è il mondo di prima. Di là c’è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai.”
Tristemente bello e ancor più triste averlo letto pochi giorni dopo la morte di Alessandro Leogrande.
"La Frontiera corre sempre nel mezzo. Di qua c'è il mondo di prima. Di là c'è quello che deve ancora venire e che forse non arriverà mai". Da tempo, nel mese di Gennaio, mese in cui si celebra la Giornata della Memoria, leggo qualcosa di attinente. Negli anni però ho allargato la mia visione di Giornata della Memoria, per cui mi dedico a libri che parlino di grandi tragedie umane e storiche, di stragi e massacri frutto del male, dell'ignoranza e delle dittature, avvenuti in giro per il mondo. E ci sono centinaia di pagine nere, nerissime che riguardano il Nostro Novecento. Quest'anno ho deciso di leggere Frontiera, di Alessandro Leogrande, scrittore tarantino, morto prematuramente a soli quarant'anni. Ho scelto questo libro inchiesta perchè, aldilà dell'umana compassione che provo nel vedere quei barconi, sento anche l'urgenza di capire in maniera approfondita questo fenomeno. Non avrei potuto fare scelta migliore.
"Ad apparirci spesso incomprensibili sono i frammenti di Storia, gli sconquassi sociali, le fratture globali che avvolgono le motivazioni individuali, fino a stritolarle. Incomprensibili perchè provengono letteralmente da un altro mondo. Credo che sia questo il motivo per cui è difficile comprendere il popolo dei barconi che giunge sulle coste europee".
Ed ancora: "C'è qualcosa che manca. Possiamo acnhe ricostruire tutte le fasi del naufragio, fare il conto dei vivi e dei morti, raccontare le loro storie. Ma c'è sempre qualcosa che manca. Manca il contesto. Più riduciamo il popolo del peschereccio affondato al rango di vittime, più allontaniamo il contesto".
Leogrande non è solo un giornalista che racconta, che analizza, che approfondisce, è un giornalista che si/ci pone delle domande: "Fino a che punto è lecito scavare, porre e porsi domande, interrogare i superstiti? Qual è il punto esatto in cui il dovere della memoria sconfina nella morbosità? Come scansare il rischio di dire il già detto, di scivolare nella reiterazione delle tragedie che, viste da una certa distanza, come dalla costa in mezzo ai bagnanti, possono apparire tutte uguali? Come farsi testimone dell'unicità di ogni ferita?".
Lubię myśleć o sobie, że jestem raczej osobą oczytaną, orientującą się, chociaż powierzchownie w tym, co się dzieje na świecie. Ale "Granica" uświadomiła mi, że nie wiem nic o tematach wychodzących z mojego "podwórka", dziedziny zainteresowań czy pracy.
Miałam okazję przeczytań "Granicę" dzięki uprzejmości Wydawnictwa Relacja w ramach współpracy barterowej.
"Granica" jest zbiorem historii migracji z afrykańskich krajów do (głównie) Włoch. Tragiczne historie podróży, niesprawiedliwości, przemocy, biedy, przeprawy przez granice (czym są granice?) i morze. Najbardziej doceniam opisanie przyczyn migracji z Erytrei, bo muszę z bólem przyznać, że wcześniej po prostu o tym kraju, a co więcej obecnej sytuacji politycznej, nie słyszałam. Dopiero zrozumienie powodów migracji i ucieczki, dały mi pełny obraz tego, dlaczego wiele osób jest w stanie poświęcić dosłownie wszystko, aby uciec i przeżyć. Więc przynajmniej pod tym kątem, nadrobiłam braki wiedzy, które gdzieś na drodze mojego bardziej ścisłego wykształcenia nie zostały uzupełnione. Niemniej nic nie byłoby w stanie przygotować mnie na dokładne poznanie wszystkich okrutnych elementów przeprawy do Włoch. Tu znowu zwracam uwagę na wątek, przez który mam nadzieję, mnie instagram nie zbanuje: a chodzi o h*ndel org*n*mi. To dosłownie jeden z wielu, naprawdę wielu, okropnie trudnych wątków w tej książce, ale gdzieś w mojej podświadomości przez lata wypierałam ideę, że takie coś dzieje się na świecie. Jeżeli chodzi już o bardziej techniczne aspekty tej książki, myślę, że warto zwrócić uwagę na to, że "Granica" głównie dotyczy włoskiego spojrzenia na kryzys migracyjny. Chociaż jest też jeden rozdział o Grecji — faszyzmie i nacjonalizmie, Złotym Świcie — z którego znowu się wiele dowiedziałam i myślę, że był jednym z lepszych. Sam styl autora jest po prostu okej, ale to bardziej same wydarzenia zwracały moją uwagę.
Nie powiem, że jest to książka, którą każdy musi przeczytać, bo po prostu jest tematycznie trudna, niewygodna, nikt raczej nie chce czytać o tym w wolnym czasie. Ale patrząc na ostatnie wydarzenia w Polsce w ostatnim czasie, myślę, że czas wyjść ze swojej strefy komfortu. "Granica" otworzyła moje oczy na tematy i aspekty, mam nadzieję, że dzięki temu będę bardziej świadomym czytelnikiem i człowiekiem.
"Weź 650 ciał. Weź 650 ciał mężczyzn, kobiet, dzieci, starców. Weź je jedno po drugim i ułóż w rzędzie. Ile metrów będzie miał ten rząd?" Już prolog tej wstrząsającej książki wali obuchem w czytelnika. Później napięcie nie opada - wiele razy podczas lektury płakałam. Alessandro Leogrande zebrał historie migrantów przeprawiających się przez morza i lądy, skupiając się na granicy śródziemnomorskiej. Osią jest katastrofa u wybrzeży Lampedusy w 2013 roku, ale czytamy też o ataku chemicznym na kurdyjskie miasteczko w Iraku, o przemytnikach, z których najgorsi są w Libii, o zakładnikach w piwnicach na Synaju, o porcie Patras w Grecji, który jest punktem zbiorczym migrantów i zagłębiem konfliktów rasowych. Autor nie szczędzi opisów tortur, potwornych tortur, bombarduje nas tą pornografią śmierci, pokazuje jej "obsceniczną twarz". Cel tego jest jasny - musimy wiedzieć, co dzieje się daleko od nas, co spotyka na morzach i oceanach tych, którzy uciekają od wojen, głodu, nędzy, z marzeniami o lepszym świecie. Co jest najcenniejszego w "Granicy"? To, w jaki sposób autor pisze o migrantach. To nie są "czarne kształty", "czarne cienie" czy "dwie wiązki kątów ostrych" jak w "Jądrze ciemności" Josepha Conrada. To ludzie tacy sami jak my. Niby oczywistość, ale biorąc pod uwagę radykalizację Europy i coraz głośniejsze hasła zamykania granic - nigdy za wiele mówienia tych oczywistości. "Zmęczenie materiału" Marka Šindelki, "Koncertina" Andrzeja Muszyńskiego, "Zielona granica" Agnieszki Holland, a teraz i "Granica" Leogrande to teksty kultury, które my, szczęściarze z dachem nad głową w bezpiecznym kraju powinniśmy poznać obowiązkowo. Uświadomią nam, że to szczęście może być i chwilowe, i złudne.
Questo libro è un pugno allo stomaco. È un secchio d'acqua fredda che ti colpisce in pieno volto proprio quando cercavi di guardare da un'altra parte... E anche se, come me forse, hai cercato di guardare dalla parte giusta, e credevi di averne viste un po', di saperne un po', puoi solo restare ammutolito. "La Frontiera" è una immaginaria linea di confine che si snoda attraverso il Mediterraneo, attraversata da milioni di profughi alla ricerca della terra promessa. Splendido, l'accostamento letterario che l'autore ci propone con la " linea d'ombra" di J. Conrad, linea che segna l'irreversibile passaggio dall'eta' giovanile a quella adulta. Questo libro, nella sua assoluta drammaticità, è esso stesso una "Frontiera". Perché c'è un confine immaginato che si snoda tra le pagine e, quando l'attraversi arrivando all'ultima, senti in qualche modo che non è più come prima. Questa non è una recensione. Io non so scriverne. È un invito a leggere e divulgare. È un invito, in epoca di tante parole inutili, a ritrovare la capacità di restare in silenzio. È un invito a ricordare l' autore, Alessandro Leogrande, morto precocemente, voce e paladino degli ultimi della terra.
Dovrebbe essere inserito nei programmi di scuola. Tema attuale. Reportage esplicativo del fenomeno delle migrazioni, a mio avviso per chi non è del settore farebbe bene a leggerlo, per dipanare la confusione sul tema, che aleggia sovrana. Ricco di testimonianze (preziose), di fatti storici, di riflessioni personali, che condivide con il lettore in maniera molto delicata, non esprime mai un giudizio, ma con le sue parole invita ad attivare il proprio pensiero critico. Lucido nella sua analisi, vicino ai deboli, ma non per questo schierato a prescindere, approfondisce le situazioni e invita a guardarle con globalità. Per la seconda volta, nell'arco di un paio di mesi mi trovo a fare questa riflessione, prima con la Nemirovsky, ora con Leogrande, il mondo ha perso due ottimi autori, due anime brillanti e questo credo sia davvero un peccato.
Questo libro andrebbe letto da tutti! Il problema che lo leggiamo solo noi che siamo già, per natura o esperienza di vita, vicini all’argomento. Dietro ogni migrante c’è un essere umano ma purtroppo non tutti lo capiscono.
Da un lato ricchezza, apatia ed indifferenza. Dall'altro povertà, disperazione e voglia di vivere una vita degna d'esser vissuta. "La frontiera corre sempre nel mezzo. Di qua c'è il mondo di prima. Di là c'è quello che deve ancora venire, e che forse non arriverà mai."
Quanto sappiamo davvero delle stragi del mediterraneo? Quanto siamo al corrente che è anche nostra responsabilità capire il mondo che ci circonda e i meccanismi che lo muovono? Quanto possiamo capire il dolore e le prove che ogni immigrato deve affrontare prima di arrivare qui, in Italia? Leogrande ci spiega, attraverso la voce di chi veramente ha vissuto le esperienze che spesso vediamo scritte sui giornali, la grande tragedia che coinvolge il mediterraneo, l'Europa e il mondo intero.
Era tanto che non leggevo un libro di questo calibro. Si parla di immigrazione. Leogrande ci conduce lungo un percorso preciso, a ritroso. Perché il problema dell'immigrazione non risiede nei barconi tanto odiati da tanti – troppi – di noi, ma nel PERCHÉ questi signori sono disposti a sottoporsi a dogane, polizie di frontiera, passeurs, scafisti, trafficanti, centri di detenzione, navi militari, soccorsi, aiuti, tir, a corse e rincorse, a stop e respingimenti. Leogrande scrive “Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti ad andare incontro alla morte. […] [È necessario] Ascoltare la voce di chi ha oltrepassato i confini come essi sono fatti. Come sono fatte le città e i fiumi, le muraglie e i loro guardiani, le carceri e i loro custodi, gli eserciti e i loro generali, i predoni e i loro covi. Come sono fatti i compagni di viaggio, e perché – a un certo punto – li si chiama compagni. Come sono fatte le barche. Come sono fatte le onde del mare. Come è fatto il buio della notte.” Leogrande conduce la sua indagine con sguardo attento, analitico, oggettivo e allo stesso tempo profondamente umano grazie alle storie delle persone che ha incontrato nell'arco degli anni. Non giudica mai nell'esporre i fatti riportati. Solo alla fine trae le sue conclusioni. Tutti dovrebbero leggere questo libro, a maggior ragione i razzisti, compresi quelli “io non sono razzista, ma”. Così… per capire. Semplicemente. Ma loro hanno già la verità in bocca. Buon per loro. Peccato che questa verità sia amara perché composta al 100% di ignoranza. Perché nel momento in cui dicono “aiutiamoli a casa loro”, non fanno altro che gridare ai quattro venti la loro ignoranza sulla verità dei fatti.
Non me la sento di valutare questo libro con delle stelline. Come posso dire che mi sia "piaciuto moltissimo" leggere le storie personali di chi ha vissuto quanto di peggio questo mondo ha offrire? Posso, questo sì, esprimere ammirazione e gratitudine per la delicatezza e l'equilibrio tra umana empatia ed obiettività con cui Leogrande ha saputo raccontare queste storie e portare alla luce ciò che ogni giorno cerchiamo di non vedere, e non posso che rammaricarmi della prematura scomparsa di un giornalista di tale spessore. Posso, infine, consigliare la lettura di questo libro, come atto di resistenza all'indifferenza e all'odio che sembrano avanzare inesorabili intorno a noi.
Un libro completo che, senza retorica, è capace di raccontare le complesse vicende che costiuiscono il retroterra della "questione migranti", vicende che ogni italiano dovrebbe conoscere. Leogrande lo scrive da giornalista e da essere umano che si pone domande etiche, con una scrittura limpida e raffinata, mai banale. Racconta cose atroci, viaggi e esplorazioni, dialoghi e avvicinamenti vissuti personalmente: dall'Eritrea a Lampedusa, dal Salento a Bolzano, da Patrasso alle carceri libiche. Per capire un viaggiatore bisogna farsi viaggiatore.
Questo libro è stato pubblicato nel 2015, ma stando a quanto è facile ora parlare di "taxi del mare" senza nessuna idea e soprattutto senza nessuna vergogna, forse le cose non sono cambiate poi molto.
Przeczytanie tej książki było niezwykle trudnym, ale i otwierającym doświadczeniem. Autor w reportażu opisuje historie wielu uchodźców i emigrantów, którzy z różnych powodów zdecydowali się na podjęcie ryzyka w celu przedostania się do krajów UE. Wiele z tych historii sprawia, że można być prawdziwie wstrząśniętym, ale chyba najbardziej uderzało mnie to, jak bardzo ludzie są pozbawieni moralności. Tutaj w szczególności mam na myśli przemytników, którzy żerują na desperacji, niewiedzy i nieświadomości ludzi, którzy liczą, że po zapłacie uda im się przedostać na drugi brzeg.
Myśląc o tej książce cofnęłam się wstecz i zobaczyłam, jak wiele krzywdy wyrządzono krajom afrykańskim w czasach kolonializmu. Jest to przerażające, że jego skutki są tak mocno odczuwalne. Autor słusznie poruszył ten temat, a także fakt, że fale emigrantów pojawiały się już w latach 90, a kolejne fale, następujące przez lata, sprawiły, że znaleźliśmy się w obecnym punkcie.
Zawsze uważam, że nic nie jest zero-jedynkowe. Reportaż Leogrande porusza temat, który jednocześnie jest dla nas tak odległy i bliski. W lutym 2022 do granic Polski przybyło miliony Ukraińców. Warto zaznaczyć, że pomoc nie odbywała i odbywa się nie tylko na poziomie przyjmowania uchodźców, ale przede wszystkim na polu pomocy w wojnie, bo logiczną sprawą jest to, że aby kiedyś ludzie mogli bezpiecznie wrócić do swoich domów, jest fakt, że wojna musi się skończyć. Zastanawiałam się jednak dlaczego dopuszczono do tego, że konflikty w Afryce cały czas trwają i się zaogniają, nie wspominając już o krajach na Bliskim Wschodzie. Sądzę, że jest to jednak pytanie bez konkretnej odpowiedzi.
Mimo, że autor podjął się trudnego tematu i uważam, że dosyć dobrze przedstawił sytuacje polityczne krajów afrykańskich, jak i bliskiego wschodu. Wiele historii, które przedstawił jest także bardzo poruszających i tak naprawdę, chciałoby się powiedzieć wprost, że takie warunki życiowe nie powinny mieć miejsca. Sam temat książki uświadamia i sprawia, że utrwalona została pamięć o wielu zdarzeniach, które nigdy nie powinny mieć miejsca.
Dziś przychodzę do Was z tematem, który jest ostatnio często poruszany w mediach, a mianowicie z tematem migracji. Autor, z pochodzenia Włoch, postanowił go zbadać z perspektywy „swojego podwórka”, czyli z wybrzeży swojego kraju, gdzie często dochodzi do nielegalnych migracji z innych kontynentów. Byłam bardzo ciekawa tej książki, gdyż zastanawiałam się czy autor ugryzie temat z dwóch stron - też z tej jak migranci potrafią się w Europie zachowywać, a nie tylko tej gdzie są ofiarami reżimów i europejskiej próby ochrony granic.
Najważniejsze dla mnie w tej książce jest to, że autor nie mówi jedynie o historiach osób, którym udało się lub nie udało się dostać do Europy. Jest tu też dużo o sytuacji politycznej i ekonomicznej tych ludzi w krajach, z których uciekali. Przede wszystkim dlaczego podjęli dezycję, żeby stamtąd uciec. Bardzo lubię, kiedy książka daje nam szerszy obraz tego co przedstawia, a nie jest ukierunkowana na jeden temat, więc za to ogromny plus.
Będzie to książka dla ludzi o mocnych nerwach, bo jest tu wiele ludzkich tragedii, które mogą przytłoczyć. Będzie to lektura, która nas uwrażliwi na ludzką tragedię i sprawi, że trochę inaczej spojrzymy na imigrantów - z większą empatią.
I teraz uwaga, uwaga, ta książka zmusiła mnie (lub po prostu sama chciałam) do poczytania odnośnie statystyk przestępczości w takich krajach jak Francja czy Szwecja. Czy przestępczość jest większa w kręgu migrantów? Okazuje się, że nie. Oczywiście jest wiele czynników na to wpływających, jednak w ogólnych rozrachunkach wiele się nie zmieniło. Nie powiem, trochę mnie to zdziwiło (patrząc na ostatnie wydarzenia), ale i otrzeźwiło. Nie mam więc zarzutów do tej książki odnośnie do poruszenia tu wspomnianego tematu, ponieważ to media „odpowiednio” zarządzane przez „odpowiednie” osoby potrafiły trochę nagiąć rzeczywistość. Czemu mnie to nie dziwi…
Un libro “forte”. Forte per le immagini di cruda realtà che descrive, la realtà di chi fugge dalla guerra, dalla dittatura, dalla fame, per un futuro migliore, perché non vuole più subire, perché vuole creare qualcosa di migliore per se e i propri cari. Ma è un libro “forte” anche perché fa pensare. Fa pensare fortemente alla propria vita, la nostra vista felice e privilegiata. Non abbiamo mai dovuto affrontare i veri problemi, le vere angosce e le vere paure che affrontano ogni giorno le persone costrette ad abbandonare la propria casa, I propri averi e i propri affetti. La questione migratoria è, assieme a quella ambientare, la grande sfida del nostro futuro. Capire e comprendere cosa affronta ogni giorno chi fugge e migra è il minimo che possiamo fare.
Un libro che tutti dovrebbero leggere per cercare di scalfire almeno superficialmente il muro di ignoranza che non ci permette di comprendere appieno cosa sta succedendo ormai da molti anni nella porzione di Mediterraneo su cui ci affacciamo. Nonostante questo libro tratti di fatti accaduti fino al 2015, rimangono sempre attuali, nulla è cambiato, i conflitti esplodono in Paesi diversi o continuano negli stessi e la gente continuerà a spostarsi e a morire cercando la salvezza attraverso la frontiera. Suggerisco a chiunque legga queste righe di leggere questo libro e di consigliarlo a propria volta.
Un'indagine preziosa che tenta di ricostruire ciò che c'è oltre la frontiera, oltre la retorica e gli slogan che si sentono dopo ogni naufragio, con testimonianze di curdi, eritrei, o di chi è giunto, da varie parti dell'Africa, nelle mani dei trafficanti di uomini del Sinai, che campano sulla migrazione, così come molti politici italiani. Una lettura che squarcia il cuore ma apre gli occhi; nota di merito all'autore, giornalista impegnato e purtroppo scomparso ancora giovane, che con uno stile molto scorrevole riesce a rendere la lettura veloce, nonostante le cose atroci che racconta.