With a truly global perspective, this vivid and readable narrative provides a comprehensive overview of the history of electronic music. The author draws upon his combined experience as composer, performer, researcher, entrepreneur, and teacher to provide insight into every aspect of electronic music, including the music itself, the instruments, and the industry. Based on more than 150 interviews with leaders in the field, this book allows students to understand how and why the musicians, engineers and businessmen did what they did to develop the modern synthesizer to its current state.
Quest’ottimo libro fu pubblicato negli USA nell’ormai lontano 1997, un’era geologica fa per i ritmi di sviluppo della musica elettronica e sviluppata con i computer. Non è mai stato aggiornato e nemmeno ristampato, men che mai tradotto in italiano. Eppure è uno dei libri più completi ed esaurienti che siano mai stati scritti su quell’incredibile avventura che è stata la nascita e lo sviluppo della musica elettronica, dalle origini fino, appunto, alla data della sua pubblicazione. Il suo autore fu direttamente coinvolto in parte nelle vicende raccontate, eppure ad oggi almeno qui da noi non è molto noto,e anche a cercare su internet le ricorrenze sono pochissime.
La musica elettronica ebbe i suoi albori già ai tempi delle prime invenzioni elettroacustiche, come il telefono e la radio. Fu un fatto abbastanza consequenziale quello di inventarsi modi creativi di usare le nuove macchine; va da sé che questi tentativi furono rudimentali e costosissimi, si trattava di apparecchiature enormi e pesanti di difficile uso, eppure un certo riscontro, se non commerciale in senso stretto almeno di pubblico e di notorietà giornalistica riuscirono ad averlo. Negli stessi tempi un po’ ovunque si sentiva l’esigenza impellente di superare i limiti dei sistemi tonali per creare qualcosa di nuovo; da un lato con la musica concreta si pensò di partire da suoni autentici della vita quotidiana, sostanzialmente rumori e poco altro, registrandoli ed elaborandoli; dall’altro vennero prodotti suoni di sintesi, inesistenti e mai uditi prima di allora. La ricerca coinvolse stazioni radiotelevisive, che avevano i mezzi e le apparecchiature per fare questi tentativi (compresa la RAI di Milano), e poi anche università e centri di ricerca dei più svariati. Vari musicisti di estrazione “accademica” si rivolsero con interesse ai questi ambiti; tra essi Xenakis, Berio, Ligeti, Messiaen; altri invece emersero proprio dal mondo dello sviluppo e della ricerca; in sostanza furono ingegneri curiosi e interessati che divennero a loro volta musicisti. La potenzialità dei nuovi strumenti stava, secondo alcune delle numerosissime testimonianze qui raccolte, anche nel fatto che con essi i compositori potevano affrancarsi dall’intermediazione degli esecutori, e dare direttamente corpo alle loro idee - previa comunque una formazione che non era breve né facile, data la complessità di queste macchine.
Stante l’avanzare delle tecnologia i mezzi a disposizione e la loro utilizzabilità aumentarono repentinamente. La miniaturizzazione elettronica permise la nascita di strumenti compatti e trasportabili come i sintetizzatori, poi arrivò l’informatica, la creazione di programmi che convertivano in suoni sequenze di numeri e dati e consentivano quindi una sperimentazione sempre più estesa, compatibilmente con la scarsa potenza delle macchine di allora, se confrontata con quella attuale (qualcuno diceva che era vantaggioso avere tempo per pensare mentre la macchina ruminava i dati per restituire un prodotto finito). Il protocollo MIDI dette la possibilità agli strumenti elettronici e ai computer di dialogare tra loro in modo standardizzato (e, anche se Chadabe dice che non sempre le soluzioni tecniche implementate furono le migliori, io personalmente trovo incredibile che nel giro di pochissimi anni aziende spesso in concorrenza tra loro e centri di ricerca di tutto il mondo abbiano trovato un’intesa e un dialogo tanto forti da arrivare allo sviluppo compiuto di un simile progetto, senza fare differenza tra grandi e piccoli, piuttosto che limitarsi a vangare il proprio orticello. Lo scorso autunno ho partecipato al SoundMIT, un’interessante manifestazione di studio e scambio nel campo della musica elettronica, dove tra l’altro ha avuto luogo una conferenza sullo sviluppo futuro del MIDI. Vi ha preso parte, in diretta dalla California, il presidente del consorzio MIDI, un simpatico e dimesso signore a capo di un’organizzazione di cui fanno parte in maniera paritetica enti e società di tutto il mondo, tra cui Microsoft, Apple, Google. Mi pare significativo che la persona a capo di una simile organizzazione sia stata pronta a presenziare ad una manifestazione piuttosto periferica, per quanto interessante).
Altri campi di ricerca, ci racconta Chadabe, furono le interfacce macchina-utente, ovvero sistemi che convertivano in segnali elettrico-elettronici il suono di strumenti acustici, luci e movimenti fisici, con gli evidenti riscontri che questo avrebbe avuto nella sinergia tra musica e danza (applicare ad esempio sensori sui corpi dei danzatori); lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, con la creazione di macchine automatizzate e programmi che, se non erano capaci di comporre musica autonomamente, erano però in grado di “dialogare” con i musicisti e restituire loro un qualche genere di feedback.Una di queste applicazioni mi ha fatto sorridere, anche perché ne avevo letto all’epoca della mia adolescenza e poi mai più sentita nominare: un’apparecchiatura da applicare alla tastiera di un pianoforte acustico, in grado di registrare i movimenti meccanici di chi lo suona, di elaborarli con un computer e farli “suonare” successivamente dalla stessa apparecchiatura schiacciando fisicamente i tasti; una versione tecnologica degli autopiano a rulli, insomma. Poi va da sé che l’elaborazione elettronica poteva permettere di rallentare, di velocizzare l’esecuzione, di fondere tra loro diverse esecuzioni, di far suonare al pianoforte cose impossibili a un pianista, eccetera… Comunque si trattava di un procedimento complesso e costosissimo, che all’epoca doveva apparire quasi miracoloso, ma che oggi con la tecnologia MIDI e banali programmi DAW è fattibile da chiunque in pochissimi minuti e minimo dispendio economico (proprio ieri l’ho fatto anch’io, senza nemmeno pensare che stavo facendo qualcosa di particolarmente rilevante).
La narrazione, come abbiamo detto, termina attorno al 1995, quando molte altre cose stavano per succedere nel campo dell’elettronica musicale e della musica prodotta coi computer. Mi piace pensare che le parole più appropriate per concludere questo avvincente racconto le abbia scritte un altro storico musicale americano, Paul Griffiths, nel volume “La musica del Novecento” di una quindicina di anni dopo. Eccole.
“Anche se l’IRCAM [il centro di ricerca musicale d’avanguardia francese ubicato sotto il Centro Georges Pompidou di Parigi] riconosceva giustamente la centralità del computer, il computer aveva altre idee - non aveva intenzione di farsi confinare nei sotterranei dotati di aria condizionata, e voleva invece diventare un normale elettrodomestico. Pochi anni dopo l’inizio del XXI secolo, tutte le risorse di uno studio di musica elettronica si sarebbero concentrate in un computer portatile. Cosa ancora più importante, il computer avrebbe permesso a un’enorme quantità di compositori di comunicare le loro musica a chiunque fosse disposto ad ascoltare. Avrebbe reso più democratica l’arte delle composizione, con conseguenze tuttora imprevedibili”.
E’ il mondo in cui viviamo ora. E che, anche solo per questo, è preferibile a qualsiasi mondo lo abbia preceduto, alla faccia di rimpianti e nostalgie.
It's been around 12 years since I read this and I still think about it today. This was part of my introduction to electronic music and I loved every second of it. Couldn't put it down. Maybe it's proof that when you become interested in a subject it can consume you and you can't get enough information. But I loved how it started from the beginnings of electric sound, and I was captivated by the early inventions.. from there Chadabe followed the evolution of hardware and composers. Another surprise I learned about with this book is 20th century composers and their roots. Even ones that didn't use electronics in their compositions. This book is incredibly comprehensive.
My cousin gave me this book when I visited him in the Netherlands where he was studying electric sound, and this book was used as a textbook, so maybe some people will find the content dry and academic. But it is definitely the first textbook I've ever read completely, cover to cover.
if you are really into analog music synthesis, you'll have to read this book at some point. the reason i didn't give it more stars was because half of the book is a really dry history of computer music and pre-synth music. when that happens you learn about a bunch of white men playing with computers and or merely parts of a future synth. not one of the musical pieces made at that time is still popular, although they might serve as an interesting footnote. it was cool to read about Stockhausen's techniques and to learn a lot about Thaddeus Cahill's Telharmonium but most of the pre-synth stories are remarkably boring and the computer music chapter is a total snooze fest.
all the photos are horribly printed - you'd think they would have scanned the pictures, but no, they HAD to zerox the pics so there is barely any detail and there's a nasty moire pattern on many of them that could have been removed in 3 seconds if they weren't xeroxed. what's up with that?
it's common knowledge that that the Buchla 200 wasn't available until 1970, so why does the author, who knows better, put a pic of a 200 in the book on p. 149 and label it as late 1960's? in the late 60's Buchla was making the Model 100 which is still considered Buchla's finest creation (ask Buchla expert Phil Corocco - and Vincent Gallo too). so why show a picture of a marginal 200 and mislabel it when you could have included a pic of the Model 100 which sounds much better AND it was built as the description says, in the late 60's? there are a lot of good facts in this book that are usable. it's not a bad book at all; it's just not the best. synth addicts will have to read this one for what it does have. and thanks to the author for discussing the john chowning story of the creation of FM synthesis, noother book i've read mentions the development of FM.