Enrico Oliviero è un politico cinquantenne che dopo dieci anni come consigliere alla Regione Lombardia non viene più rieletto. Ferito nell’orgoglio e incapace di riabituarsi a una vita mediocre, compra una baita a San Bernardo di Mendatica, sulle Alpi Marittime. Lì si trasferisce, in segreto, abbandonandosi a giornate senza scopo e notti affogate nell’alcool. Il suo isolamento, però, dura poco. Dal solaio della nuova casa spunta fuori un quadro che prima lo affascina e poi lo ossessiona. È opera del precedente inquilino – un pittore francese – e ritrae una ragazzina che Enrico ribattezza Ophelia. Deciso a scoprirne l’identità, inizia caute indagini fra gli abitanti del paese... ma la percezione del pericolo arriva troppo tardi, quando l’incubo è ormai iniziato. Il romanzo è scritto a tre Enrico, Beatrice (la giornalista che con lui ha una relazione – l’unica a cercarlo, e a trovarlo), e una strana ragazza che parla con le marmotte.
Da sempre sono una grandissima fan del mitico Dario Argento degli anni '70-'80 e da sempre ricerco, fra le mie letture, dei romanzi che possano regalarmi lo stesso brivido che i suoi film più riusciti e famosi mi hanno regalato. Un brivido senza pari, una vera e propria manna per gli amanti del genere. Ebbene, ci sono cascata anche stavolta. Intendiamoci, gli ingredienti del giallo-gotico all'italiana, "Non tornare a Mameson", ce li ha tutti: un'ambientazione nostrana, gli impervi monti della Liguria, spezzati da piccoli paesini locali e attraversati da tornanti e da strade scoscese; un eore forestiero che vi si trasferisce, ovvero Enrico Oliviero, ex consigliere regionale lombardo il quale, per staccare da una mediocre vita di temporanei fallimenti e molte incertezze, affitta una baia isolata dove si affoga nell'acool e nella solitudine; un misterioso quadro che Oliviero trova nella baita, opera di un pittore francese che ha abitato nella stessa baita fino a poco prima e raffigurante una ragazza di una bellezza strana e diafana; una macabra bambola rinvenuta assieme al quadro e dunque, tutto insieme, il "mistero". Perchè per Oliviero il quadro diventa un'ossessione...e quando comincia a fare domande tra i paesani per scoprire chi è la ragazza ritratta e si scontra con un muro di reticenze e diffidenza, ecco che capisce che qualcosa non va. Insomma, il fascino di Dario c'è. Ma solo fino a un certo punto, in questi particolari di stile gotico/macabro che costruiscono la trama e attirano il lettore. Di fatto, però, il romanzo non si può classificare puramente come un giallo: un assassino da scoprire non c'è (o meglio, ci sono delle assassine, ma ancor prima che il mistero si dipani il lettore sa chi sono), l'ansia da lama affilata pronta a colpire la prossima vittima non c'è, l'attenzione non cala ma, in fondo, non si prova poi grossa paura. Più che giallo lo definirei romanzo di elementi similgotici con un bel mistero sullo sfondo, mistero che cela poi un profondo dramma di tipo familiare e sociale. La molla di partenza è la follia, che sconvogle la mente delle assassine in modo tragico e del resto molto plausibile, perchè il dramma svelato potrebbe tranquillamente essere uno di quelli che ogni giorno sentiamo al telegionarale, uno dei drammi di cui le nostre cronache sono così assetate. In questo il romanzo riesce a essere terribilmente attuale. Degno di nota, poi, lo stile, spesso pizzicante e ironico, a mio avviso atipico per un romanzo del genere ma che risulta comunque piacevole alla lettura (tra l'altro il romanzo è stato scritto a quattro mani, sarebbe interessante sapere chi ha scritto che parti). Insomma, Dario non c'è, o c'è solo in partenza, nei dettagli, ma poi non aspettatevi la bella paura che si prova seguendo un suo film, per quanto il romanzo sia una piacevolissima compagnia. Quanto a me non demordo: troverò mai un giallo che mi regali le stesse sensazioni di un "Profondo Rosso"?
Un bel thriller ambientato nell'entroterra ligure. Scrittura magistrale, che cattura. Personaggi tratteggiati con maestria. Finale scontato, ma non così tanto.