Jack deve morire, ovvero Jack of Spades, il fante di picche, titolo originale di questo romanzo breve del 2015. Parte da un’idea non originalissima: uno scrittore famoso usa uno pseudonimo per pubblicare romanzi turpi; seguono eventi sinistri. Richiamando la trama di varie storie di Stephen King (e la sua stessa vita), Joyce Carol Oates mette le mani avanti e cita esplicitamente King fin dalla prima pagina. Abbiamo dunque il protagonista e voce narrante Andrew, autore di thriller bestseller, che viene definito un “King gentiluomo”; Andrew ci spiega come, pur essendo un autore di successo, non sia nemmeno lontanamente ricco e famoso quanto King; nel corso della storia continuerà a chiamarlo in causa, usando anche una storpiatura del suo nome per identificarsi.
Quello tra il personaggio e lo scrittore horror è un gioco di specchi in cui il riflesso viene sempre rimpicciolito: così come non c’è paragone tra Andrew e Stephen King – perché King vince su tutti i fronti – Oates mette in chiaro che con questo libro non è il paragone, quello che sta cercando. D’altra parte, sono numerosissimi i casi in cui uno scrittore di fama discreta usa uno pseudonimo per pubblicare romanzi considerati più “bassi”; la stessa Joyce Carol Oates lo ha fatto, pubblicando una decina di mistery coi nomi Rosamond Smith e Lauren Kelly. Oates è una delle autrici più prolifiche di tutti i tempi, credo, e ha sperimentato in prima persona lo sdoppiamento letterario.
In questo racconto, la quiete del protagonista viene disturbata da una signora anziana dai modi enfatici, vestita con abiti dal taglio mascolino e vittima di crisi epilettiche che paiono delle possessioni. La voce di Andrew esplicita la similitudine: la signora è come una strega, e le sue invettive sono per lui maledizioni. Seppure lo spunto sia fiabesco, va a inserirsi in una storia dove tutti gli elementi di conflitto sembrano riguardare la relazione che il protagonista ha con le donne che fanno parte della sua vita. A ben vedere, la “strega” corrisponde a un’incarnazione teatrale e grottesca della paura e della sopraffazione che fanno parte dei rapporti che Andrew ha con moglie e figlia.
Ma non è questo, il terreno che Oates va a esplorare. Menziona parecchi autori e autrici horror e thriller; tira in ballo un tema classico, lo scrittore e il suo doppio, la metà oscura; gioca esplicitamente con la citazione di Edgar Allan Poe, col classico dei classici, Il gatto nero; e richiama la doppiezza dei soliti Doc Jeckyll e signor Hyde. Cosa sta dicendo, allora, Joyce Carol Oates?
SPOILER MINORI
Il conflitto in questa storia è innescato da un’accusa di plagio nei confronti del protagonista. Anzi, non solo nei suoi confronti; persino Stephen King è chiamato in causa, e con lui altri romanzieri (tutti maschi e bianchi, forse non per caso). La misteriosa “strega” è una specie di Guido Morselli che colleziona autopubblicazioni e lettere di rifiuto per più di 40 anni. Eppure, i suoi romanzi imperfetti sembrano anticipare le trame di quelli che poi diventano i bestseller di scrittori come King. Andrew è sicuro di non averla plagiata; eppure, entrambi hanno avuto idee molto simili. Ho pensato che forse Oates in questo romanzo parli soprattutto di come, dentro a un certo canone e a una tradizione letteraria (l’horror americano), alla fine le idee siano più o meno sempre le stesse; e che il punto allora non sia chi plagia cosa, perché non ha senso parlare di plagio.
Qual è allora, il punto? Forse, a far la differenza, non è nemmeno il saper scrivere bene o male. Quando parla di C. W. Haider, l’anziana scrittrice morselliana, Andrew riflette sul fatto che i suoi modi ambiziosi e il suo aspetto mascolino non l’abbiano di certo aiutata a fare carriera in un ambito che predilige il maschio, come l’horror negli USA. Oates descrive Andrew come un vecchio bianco privilegiato, ricco, vanitoso, un po’ razzista, e tutto sommato mediocre come scrittore. Penso allora che uno dei temi di questo psychothriller sia la difficoltà incontrata da tutti quei soggetti che non corrispondono alla descrizione di Andrew.
Il romanzo è carino, appassionante, ma, per l’appunto, non particolarmente originale: per sua natura deve essere una variazione sul tema. È molto corto, e si legge d’un fiato. Mi lascia con un interrogativo, e cioè se nell’horror odierno sia davvero impossibile produrre qualcosa di originale senza dover per forza citare e omaggiare tutto il secolo e mezzo precedente (al cinema come nei libri).
Particolarmente bella la copertina scelta dal Saggiatore.