Le nostre città hanno bisogno urgente di biblioteche di nuova concezione, dove i cittadini si possano incontrare stabilendo relazioni sia intellettuali che sono le ‘piazze del sapere' di cui ci parla questo libro innovativo. Guido Martinotti
Antonella Agnoli ripensa gli spazi urbani proprio a partire dalle nuove biblioteche, viste come luogo di rinascita di un paese sempre più ignorante. Un libro davvero interessante. Giuseppe Culicchia , "Tuttolibri"
Devono essere un servizio. Devono funzionare come un luogo d'incontro. Devono essere attraenti e comode. Devono opporsi alla trasformazione dei luoghi pubblici in centri commerciali, ma alla luminosità e ai colori di un centro commerciale dovrebbero tendere. Secondo Antonella Agnoli, che con trent'anni di lavoro in biblioteca è consulente di architetti e amministrazioni pubbliche in Italia e all'estero, le biblioteche italiane devono cambiare ruolo e aspetto. Francesco Erbani , "la Repubblica"
Già l'imperatrice Maria Teresa d'Austria aveva capito (nel 1770) che la biblioteca doveva essere «collocata in un sito opportuno per quanto possibile vicino al centro della città, di facile accesso a ciascuno che vorrà frequentarla». Questo libro è una rivelazione, è illuminante e credo dovrebbero leggerlo tutti, addetti e non, politici e intellettuali, chi fa cultura e chi ne usufruisce. Amo la biblioteca, la sento amica. E sorrido all'idea che possa compiersi la metamorfosi a rederla a tutto tondo luogo di dibattito, di scambi culturali, di ritrovo, biblioteca da vivere con idee e libri da condividere. E tanto, tanto altro ancora.
"Leggere un fumetto distesi su un divano che guarda il mare, sedersi ad ascoltare musica su un pouf in un luogo un po' psichedelico, rannicchiarsi a leggere un libro in una grande poltrona rossa, magari abbracciati a un orsacchiotto, sedersi al pianoforte a intrattenere il resto del pubblico..."
La biblioteca con la barca, perché al momento della ristrutturazione uno dei bambini coinvolti nel progetto dice che lui ci metterebbe una barca, suo nonno era pescatore, ma lui non ha mai visto il mare. E così nella biblioteca c'è una bellissima barca che al posto dei pesci contiene libri e bambini che leggono...
La biblioteca con l'ombrellone, quella col giardino fiorito, quella col giardino giapponese, quella con la casa sull'albero, quella con un grande spazio di verde coperto con sette tipi di palme. Una biblioteca viva, attiva, colorata, sempre in movimento. E i bibliotecari che ti aiutano e ti trasmettono l'amore per il sapere senza farsi notare. Una biblioteca dove tutti siamo uguali e diversi, dove il sapere di uno diviene collettivo, la cultura di ognuno si fa conoscenza per tutti. Una biblioteca dove puoi spegnere la luce e accendere un libro, dove il silenzio ha una voce che dovevi ancora scoprire. Una biblioteca da vivere. "La Biblioteca".
A risolvere gli enigmi e i rebus di ogni sorta non sono mai stato bravo. Ogni volta che per gioco mi imbattevo in uno di questi quiz per misurare le mie capacità intellettive rimanevo inebetito a rigirarmi l’enigma tra le mani, come se fosse il famoso cubo di Rubik, senza trovare una soluzione razionale. A pensare allo sfacelo politico culturale che mi circonda un po’ mi capita la stessa cosa: lo sfacelo diventa un odioso cubo di Rubik che mi rigiro tra le mani senza poter concepire una soluzione sistemica di sorta. E l’enigma diventa così odioso (perché mi fa sentire stupido) da accantonarlo per noia o pigrizia mentale (non è che sono stupido, mi dico, è che sono pigro). Poi arrivo a leggere Le piazze del sapere. Biblioteche e libertà e succede che Antonella Agnoli, come quei compagni svegli che ho sempre ammirato per la loro potenza intellettiva quando risolvevano un qualsiasi cubo di Rubik, ti mostra varie possibilità che possono assurgere a causa prima dello sfacelo suddetto; causa prima che ancora non so bene quale sia tra le due che citerò di seguito (devo fare ancora lo spareggio): 1) un terzo dei 15enni italiani, secondo statistiche OCSE (lo so che è un organismo economico e con criteri euristici discutibili, ma questi sono i dati che cita il libro), hanno difficoltà a fare addizioni e sottrazioni, 2) quasi il 40% della popolazione italiana non è nelle condizioni di leggere non ‘la repubblica’ o il ‘corriere’, ma un giornalino per ragazzi (io penso, per semplicità, a Topolino). Senza indignarmi (che ormai lo fanno tutti ed è diventato di moda e quindi inutile), senza piangermi addosso (pure a fare questo siamo in tanti), senza snobismo (non ne ho le capacità intellettive) e/o classismo (non appartengo alla classe sociale adatta), affermo quanto segue: quale discorso politico possiamo attuare (come nazione) se 1 cittadino su 3 (lasciando fuori solo i bambini inferiori ai 36 mesi) non riuscirebbe a comprendere una domanda di una lettrice al direttore del (defunto?) Cioè? Possiamo parlare di cittadini? Possiamo parlare di democrazia e possibilità di scelta? Non penso proprio. Suppongo che è per l’immensità di questo problema teorico che, atterriti, ci rintaniamo in caverne dialettiche molto più confortanti: c’è una casta di alieni contrapposta ad una nazione fatta di persone oneste, c’è un uomo solo che è il male assoluto (pure lui è un alieno, non si capisce da dove sia spuntato) e ci siamo noi, sofferenti ed onesti, che non riusciamo a disfarcene. La verità è molto più semplice: 1 essere umano su 3 non riesce a comprendere un pensiero di Paperino, uno di quelli contenuti nelle nuvolette per intenderci. Può un aspetto così insignificante spiegare il successo di Bruno Vespa, di Beppe Grillo e della GGGente, di SB? Può essere la chiave di volta mancante per spiegare l’assenza, nella pratica, di un buon senso comune? Certamente. E questa mancanza di cultura – che non è, o non è solo, leggere Proust e Joyce (mi viene in mente un’intervista a Confalonieri in cui alle critiche sulla “programmazione” Mediaset lui rispondeva “Non è che ogni sera, la gente, legge I promessi sposi o uno Scekspir!”), ma saper appunto comprendere un testo di qualche riga pensato per un dodicenne – è una mancanza atavica (leggi millenaria) che non ci fa essere cittadini. E senza cittadini non ci può essere Stato. Assodato che questa sia LA causa primigenia, cosa fare? Puntare sul sapere, pubblico e gratuito, risponde (ed io con lei) Antonella Agnoli. Spendere soldi e tempo (e neuroni, soprattutto) per costruire una scuola ed un sistema culturale (biblioteche, librerie, musei, e via dicendo) che formino cittadini che sappiano capire il pensiero di Topolino, leggere un manuale per assemblare un mobile, comprendere un articolo di giornale e discernere le castronerie dalle proposizioni sensate (non penso che esista la Verità) espresse per voce o attraverso un “programma” politico. Tutto ciò non interessa a nessuno e le soluzioni di questo sfacelo sono pescate nell’economia (più o meno liberista), come se uscire fuori dalla crisi significasse avere più soldi e non essere degli esseri umani capaci di comprendere il punto del globo terrestre che ricoprono in relazione ai loro simili e all’ambiente circostante. Antonella Agnoli, giustamente dico io, parla delle biblioteche (ma per esteso parlerei di teatri, musei, librerie, caffè-librerie, auditorium, sale concerti, associazioni culturali, parchi pubblici) come di piazze del sapere, intendendo riaffermare la centralità di uno spazio topografico di cui crediamo di poter fare a meno, oppure di poter riempire solo in determinate date per inneggiare al Capo ed applaudirlo oppure sorreggerlo mentre fa un giro su di un canotto (sic). La piazza è un luogo antichissimo in cui le persone, o meglio, i cittadini, si incontra(va)no per scambiare merci, idee, punti di vista, visioni del mondo. La piazza è quindi IL luogo della democrazia, non solo simbolico, ma soprattutto fisico. Deve essere un luogo confortevole (d’estate come d’inverno), in cui poterci passare il tempo (con altri o da soli, per studio, per dialogo, per svago, per guardare la gente passare e, visto che sono all’interno di una parentesi mi viene in mente che una volta, nella rubrica Sette giorni di cattivi pensieri che Gianni Mura tiene – o teneva, visto che ho smesso da qualche anno di comprare il giornale – su La Repubblica, lessi che secondo Mura una città può essere giudicata dalla comodità delle panchine che offre e, beh, subito pensai alle piazze costruite negli anni ’70 e successivi, così brutte, spoglie e, soprattutto, senza uno straccio di panchina decente su cui sedersi). Non deve avere molte regole (non deve essere percepito un luogo “istituzionale”, nel senso deteriore del termine), divieti o costrizioni architettoniche. Noi, che ormai stiamo costruendo palazzi su palazzi senza avere un minimo di senso pratico od estetico, che abbiamo svenduto il nostro essere cittadini per diventare clienti dei centri commerciali, non riusciamo ancora a comprendere che nella piazza e nel sapere pubblico e gratuito risiede il punto da cui ripartire, per una società più giusta e finalmente – sembrerà una tautologia, invece a me pare il contrario – umana.
Più che un libro, lo si potrebbe definire uno scorrevole ed esaltante manifesto. Agnoli fornisce, difatti, delle idee per una concezione di biblioteca come luogo pubblico, per chiunque, dall'anziano cittadino al senzatetto. Tali idee vengono suffragate dall'esperienza professionale dell'autrice, nonché dalla letteratura in tema di biblioteconomia e da numerose realtà all'estero. Si trova così a parlare dei piani di investimento di recenti governi, europei e non; del ruolo della prossemica nella progettazione degli spazi della biblioteca; e molto, molto altro materiale di riflessione, che non solo è davvero accessibile anche a un "outsider", ma invoglia ad approfondire le proprie conoscenze nel mondo della biblioteconomia.