Giovanni e la sua irrequieta adolescenza, le sue paure, le sue debolezze. Un ragazzo dal corpo troppo ingombrante per poter passare inosservato, vittima perfetta dei bulli della scuola. Il sadico equilibrio creatosi all’interno della piccola comunità si rompe quando Giovanni scompare nel nulla, improvvisamente. È lui stesso a raccontare in presa diretta cosa succede in paese dopo la sua scomparsa, quali sono le reazioni di tutti, da una prospettiva obliqua e lucidissima, utile a restituire i comportamenti e gli umori della gente di fronte a un evento tristissimo e inspiegabile. L’ultima volta che ho avuto sedici anni racconta una storia purtroppo quotidiana, tanto feroce quanto possono esserlo i ragazzi. Ci racconta l’inconsapevolezza che a volte guida i più giovani nel mettere in pratica le violenze più ignobili e ottuse.
Mi chiamo Giovanni, ho quasi diciassette anni, porto occhiali con lenti spesse e ho superato da poco i centoventi chili. Mi chiamano ciccione, maiale, lurido porco, malato, merendina, grassone, cicciobomba, panzone, trippone, barile, latrina, lardoso e in un milione di altri modi anche se il soprannome che usano più spesso è Palla di lardo, come il personaggio del film. Quel giorno, il giorno che ho deciso di andarmene, non avevo capito che aprendo una porta la mia vita sarebbe cambiata per sempre.
Un racconto davvero duro sul bullismo tra gli adolescenti, i limiti e l'ignoranza del giudicare gli altri e le loro vite, il capire che non esistono né vincitori né vinti ma tanta sofferenza per tutti. Ho trovato un po' inverosimile il repentino cambiamento di uno dei bulli protagonisti del racconto, Spillo, come se nell'economia dell'intera storia fosse trattato con troppa fretta; nonostante ciò è un passaggio funzionale al proseguimento delle vicende e soprattutto indispensabile allo scopo del racconto che è sì denunciare il bullismo, ma anche lasciare uno spiraglio alla speranza, alla luce. Anche se dalle prime righe già si intuisce il finale, questo è un libro che lascia tanta tristezza, amarezza e uno stato di ansia al pensiero della giungla selvaggia che è il quotidiano dei nostri giovanissimi. Consiglio questa lettura ai 16/17enni, lettura che va fatta sotto la guida di un insegnante o di un adulto con cui parlare, capire, sviscerare questa piaga.
L'ultima volta che ho avuto sedici anni Marino Buzzi Editore: Baldini&Castoldi Pag: 173 Voto: 3/5
3.5 È stato davvero difficile dare un voto a questo libro: prima di leggere l'ultimo capitolo, ero, infatti, abbastanza delusa da questa lettura. Non mi sentivo coinvolta, mi sembrava che le storie dei protagonisti mi scivolassero addosso senza lasciare un vero e proprio segno. Quando, però, ho letto le ultime pagine, quella che ho avuto è stata una reazione fisica, un forte dolore allo stomaco. Il finale, infatti, è ovvio, ma si continua a non volerci credere: per tutto il romanzo sappiamo che il libro non si potrà concludere che in un modo solo, eppure, quando accade, ci sembra così inaspettato e doloroso da non poter pensare che sia vero.
In biblioteca era nel reparto giovani adulti. Comprensibilmente. Speravo, come a volte succede, che un libro young adult potesse piacere anche a persone ben più adulte (ho praticamente il doppio dell'età del protagonista, sigh) ma così non è stato, almeno non completamente. Non è male, ma dopo i 20 anni non mi vengono in mente buoni motivi per leggerlo.
Il libro descrive molto bene come si sente chi viene preso di mira dai bulli ma narra anche la storia di Giulio, Marco e Tony. Fa riflettere su come spesso non ci si renda conto delle conseguenze delle proprie azioni. La descrizione degli eventi l'ho trovata a volte molto cruda ma il libro mi è piaciuto, non riuscivo a smettere di leggerlo anche se mi ha lasciato un senso di amarezza.
Riuscire a confrontarsi con una tematica drammaticamente attuale come quella che ci propone questo romanzo, non è semplice. La voce narrante, l’adolescente Giovanni che per tanto tempo ha subito le violenze e lo scherno dei compagni di scuola, si assume l’onere di presentare in modo il più possibile oggettivo la realtà non solo dei soprusi che ha subito ma anche delle ragioni che li hanno scatenati. La sua colpa è l’obesità che lo condanna a essere individuato come diverso dal gruppo, eppure il pregio maggiore della storia è proprio quella di andare oltre al dato oggettivo: Giovanni scava nel profondo, non si limita a descrivere il suo dramma ma presenta tutte le contraddizioni e i dolori dei suoi compagni, i loro segreti che pur trasformandoli in carnefici, in nome di una popolarità effimera, li trasforma comunque in altrettanti perdenti. Senza via di scampo.
L’autore ha utilizzato il punto di vista del giovane per porre rilievo a tutte le sfaccettature di un disagio condiviso e al tempo stesso personale: da una famiglia economicamente potente ma povera di affetti per Spillo, alla lotta individuale per emergere e magari scappare da una realtà grigia, come nel caso di Ombra e per certi versi anche di Anna, sino a dinamiche più profonde, come l’omosessualità di Bambi, altro bersaglio di derisione e brutalità, o alla stessa rabbia irrazionale di Tony, il capo della combriccola che attiva tutti i comportamenti più pesanti nei confronti degli emarginati a beneficio dell’intero microcosmo scolastico.