L’ho scelto perché parla dell’India, perché è un viaggio interiore e intimo. E come sempre succede quando si legge Terzani, ho viaggiato anch’io.
E così, mi è sembrato che di quel paese che mi manca tanto, dove non posso andare tutte le volte che voglio, posso percepirne la straordinaria bellezza da ogni posto, perché in qualche modo che non capisco, mi sento di farne parte.
(Pag 153 e seg.)
Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. È sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso maleodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l’amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.
Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si è disposti a tutto. Innamorati, ci si sente inebriati di libertà; si ha l’impressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che l’intero mondo ci abbracci. L’India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino.
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In nessun altro posto al mondo la contrapposizione degli opposti - bellezza e mostruosità, ricchezza e povertà - è così drammatica, così sfacciata come in India.
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L’India ti fa sentire semplicemente umano, naturalmente mortale; ti fa capire che sei una delle tante comparse in un grande, assurdo spettacolo di cui solo noi occidentali pensiamo di essere i registi e di poter decidere come va a finire.
(Pag.518)
“ quando l’allievo è pronto il maestro compare”, dicono gli indiani a proposito di un guru, ma lo stesso è vero di un amore, di un posto, di un avvenimento che sono in certe condizioni diventa importante. Inutile cercare le ragioni, andare a caccia di fatti e spiegazioni. Noi stessi siamo alla riprova che c’è una realtà aldilà di quella dei sensi, che c’è una verità aldilà di quella dei fatti e se ci ostiniamo a non crederci, perdiamo l’altra parte della vita e con quella la gioia, appunto, del mistero.
(Pag. 530)
La natura, nella sua primitiva purezza, è in equilibrio, a quella completezza a cui noi umani aspiriamo. Semplicemente osservandola, avevo l’impressione di ritrovare una patria; sentivo un’assonanza che avevo dimenticato. Rimettere la mia vita al suo ritmo mi pareva in sé una medicina. Nelle città non ci facciamo più caso. Il giorno finisce e automaticamente si accendono le luci. si continua a leggere, a camminare, a lavorare lo stesso. Si potrebbe-e molti, costretti dai loro mestieri, lo fanno-capovolgere tutto: star svegli di notte e dormire di giorno. Ma con questo capovolgiamo noi stessi. Più ci inciviliamo, più ci allontaniamo dalla natura, compresa la nostra natura che è quella di essere parte del tutto.
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La natura aiuta a espandere la coscienza e la mia sembrava improvvisamente capace di percepire la totalità.nella natura non c’è niente di piccolo, di meschino; niente che ci angustia, che ci immiserisce. Al contrario, dalla natura ci si sente portati alla grandezza e, come volessimo far entrare dentro di noi quella che è fuori, allarghiamo istintivamente i polmoni e respiriamo profondamente.