Edmond Jabes was a major voice in French poetry in the latter half of this century. An Egyptian Jew, he was haunted by the question of place and the loss of place in relation to writing, and he was one of the most significant thinkers of what one might call poetical alienation. He focused on the space of the book, seeing it as the true space in which exile and the promised land meet in poetry and in question. (This is summarized from the reader's description in A New History of French Literature, ed. Denis Hollier.) Very many of Jabes's books of prose and poetry have been translated into English, including The Book of Dialogue ( Wesleyan, 1987) and The Book of Margins (Chicago, 1993), both translated by Rosmarie Waldrop.
L'incompiuto come sovversione del pensiero. L'oblio come sua origine.
"Hai opposto Dio a Dio, il Pensiero al Pensiero, il Libro al Libro, e li hai distrutti così l'uno attraverso l'altro; eppure Dio sopravvive a Dio, il Pensiero al Pensiero, il Libro al Libro. E proprio nella loro sopravvivenza continuerai a provocarli. Al deserto segue il deserto, come alla morte la morte".
"Eternità insensibile! Il cielo scompare nel cielo e il mare nel mare senza seminare il minimo turbamento e senza destare compassione. La perdita dell'istante ha conseguenze, immediate o lontane che siano, solo per ciò che germoglia e per ciò che appassisce. Per i cieli, per l'oceano, la notte non è né un lutto né un sonno, ma una difficoltà. Il sole gioca l'eternità contro l'istante [...]. Luce al di sopra dei nostri pallidi lumi [...].
"La scrittura è una scommessa con la solitudine. Flusso e riflusso della non-quiete. Essa è pure riflesso d’una realtà riflessa, colta nella sua rinascita, una realtà della quale andiamo costruendo l’immagine, nel cuore dei nostri desideri confusi, nel cuore dei nostri dubbi." (p. 46)
"Abbiamo, così, da un lato una Parola sacra, libera, sovrana, dall'altro uno spazio indefinito che l'uomo si impegna a circoscrivere e che può essere il libro: libro profano, che vive dei nostri vocaboli, ma che la vicinanza di questi alla Parola sacra eleva all'altezza di quest'ultima. [...] Sicché ci sono due libri in uno. Il libro che è nel libro – Libro sacro, austero, inafferrabile – e il libro che si offre alla nostra curiosità; opera profana, certo, ma d'una trasparenza che a tratti lascia intravedere il Libro che in essa è nascosto: improvviso lampeggiare d'un vocabolo ispirato, talmente immateriale, abbagliante, avido di durata, che per un breve istante può farci precipitare nel cuore d'una eternità folgorante, bianca, nuda. Eternità del verbo divino, di cui il verbo opaco dell'uomo è solo l'eco disperata. [...] In quanto risposta definitiva e risolutiva, il sacro è muto. Si situa prima e dopo l'interrogazione. La scrittura, che è interrogativa persino quando afferma, ed è sempre traversata da domande, è la nostra debolezza. Per questo appartiene all'ordine del profano. [...] La scrittura, di opera in opera, è lo sforzo che i vocaboli compiono per estenuare il dire – l'istante – onde potersi rifugiare nell'indicibile. Il quale non è ciò che non può essere detto, ma proprio ciò che è stato detto in modo così intimo e totale che ormai dice solo questa intimità, questa totalità".
"Se escribe siempre al filo de la nada" este verso condensa una de las búsquedas de que está hecho este libro de la subversión, la contemplación constante del abismo, del vacío, el linde en que la palabra ya no es pero resulta necesaria. El conflicto del poeta, del escritor, ante ese desierto que es la página, ante ese desierto que es el pensamiento y que no asible.