“Oh, che bella vita che bella davver/la vita del bucanier
Su e giù per il mare mi piace vagar/del pirata mi piace il mestier”
O per tradurre questa amena canzone Disney in parole byroniane:
Sulle serene onde del mar azzurro cupo
I nostri pensieri e i nostri cuori liberi e sconfinati al par di quello,
Dovunque ci conduca il vento e il flutto spumeggiante,
Un impero posseggono e una patria!
Questo è il nostro dominio illimitato,
E nostro scettro è quel vessillo che tutti fa tremare.
Qui è l'irrequieta nostra vita, che divisa è sempre
Fra gli affanni e l'ozio, sempre gioiosa al mutar della sorte.
Chi può dir questo come noi?
Il primo canto si apre con queste parole di romantica vita piratesca di stampo ottocentesco da manuale, per poi spostarsi su una ciurma di pirati che intenti a piratare nel loro covo attendono la nave dei compagni tornare da una missione. Si va a cercare Conrad, il loro capitano, perché egli li spinga verso una nuova fantasmagorica avventura piena di pericolo, sangue, scimitarre ed epiteti pirateschi. Egli è:
Quell'uomo solitario e misterioso,
Raro al sorriso e raro anche al sospiro,
Il cui nome anche i più fieri della ciurma fa tremare,
E quei volti abbronzati rende smorti,
E su di lor sa imporsi con quell'arte dell'imperio
Che confonde, domina e ogni cuor raggela.
Quello che fa di lui un grande capitano è sostanzialmente la capacità di incutere timore con lo sguardo e un odio insano nei confronti dell’umanità tutta, cose che sembrano accomunare tutti i capitani pirata di romanzi d’avventura e mia madre. Sua unica debolezza una donna, l’amata Medora, cui resta fedelissimo e devoto. Mentre tutti dormono tranquilli in attesa della missione che li attende al mattino lui solo resta sveglio, presagendo istintivamente la rovina, e va a salutare per l’ultima volta la sua avvenente signora con la quale si intrattiene per tutta la notte (si suppone non per giocare a Rubamazzo), al punto che alla mattina si sveglia troppo tardi, modello cartone animato con protagonista simpatica e sbarazzina ma un po’ tonta che non riesce mai ad arrivare a scuola per tempo e corre per strada con l’immancabile fetta di pane tostato in bocca. Conrad arriva alla spiaggia e:
Qui frena la sua corsa, non tanto per goder della frescura
Che si leva dal mar, quanto per dar al passo maggiore dignità,
Ché non convien apparir troppo frettoloso alla turba dei suoi.
Aveva Conrad ben appreso a dominar la gente
Con quell'arte che d'un velo ricopre l'orgoglioso, e spesso lo difende.
Altero il portamento, sprezzante era il suo volto
Sì che gli sguardi altrui tutti evitava o li rendeva timorosi.
Fiero l'aspetto, superbo aveva l'occhio
Che, pur cortese, ogni gioia volgare raffrenava.
Ogni suo moto sapeva controllar
Pur d'imporre il suo imperio.
Ma se voleva qualcuno accattivarsi, tanto mansueto si faceva
Che la sua cortesia l'ascoltator rendeva fiducioso
E tale da giudicar meno preziosi i doni altrui
D'una qualsiasi sua parola,
Quando risuonava nel cuor, mossa dal cuor di lui,
Quella profonda e dolce melodia d'accenti.
E tuttavia inconsueti gli sono questi modi:
Di compiacer gl'importa poco, sol soggiogare vuole;
Della sua gioventù le ne passioni
Tale lo han reso da stimar molto più chi lo teme che chi l'ama.
Nel secondo canto il pascià Sayd, da bravo musulmano, già festeggia e gozzoviglia come i Galli alla fine di un volumetto di Asterix per l’imminente sconfitta dei suoi nemici pirati. Non si è capito esattamente cosa gli abbiano fatto o in cosa consista la missione dei pirati del canto primo (che comunque riguarda lo Scià), ma ci fidiamo. Mentre Sayd viene distratto da una spia che si finge un fuggiasco catturato dai pirati e che chiacchiera come Paperina a una serata del club delle papere (uno dei trucchi più vecchi del mondo ma che evidentemente nell’800 funzionavano) i pirati danno l’assalto alle sue navi e si lanciano all’assalto del palazzo facendo una strage.
Da bravo musulmano della narrativa Sayd si dà alla fuga.
Conrad intima ai suoi uomini di lasciar stare le donne del suo Harem, perché bisogna combattere solo i soldati dello Scià, lealmente ed armi in pugno, senza torcere un capello alle innocenti. Non pago di ciò fa anche un po’ il piacione con le belle orientali, in barba a Medora che sempre aspetta il suo ritorno al covo. Nella battaglia cruenta che segue Conra si batte valorosamente ma viene catturato e gettato in prigione in attesa dell’esecuzione.
Senonchè durante la notte riesce ad andarlo a trovare Gulnare, la favorita dell’Harem e una delle pulzelle con cui Conrad ha pocanzi fatto il piacione. Lo scopo di questa visita notturna non è ben chiaro, visto che lei non ha il potere di farlo fuggire nonostante sia arrivata lì mostrando a guardie mezze assopite l’anello dello Scià come se fosse roba sua e lui non ha alcuna intenzione di fuggire nel cuore della notte, perché:
Incapace di vincer, dovrò forse fuggire come un vile,
Il solo fra tutta la mia ciurma a non saper morire?
Tuttavia Gulnare si offre comunque di intercedere presso lo Scià per ottenere clemenza. Conrad, che non brilla per arguzia, a questo punto pensa che sia un’ottima idea rivelare a una donna che chiaramente ti vuole salvare solo perché le hai fatto fare la Samba agli ormoni del suo grande amore per Medora. Gulnare, anch’essa in lizza per il Premio Darwin, invece di mandare a cagare lui e l’inutile Medora, afferma di invidiare e rispettare questo sentimento e decide di intercedere comunque verso il suo signore al grido mentale di “provarci è lecito, rispondere è cortesia”.
Il canto terzo comincia sull’isola dei pirati, dove Medora dopo giorni di sempre più inutile attesa vede tornare la nave dalle rosse bandiere in rovina e i pochi uomini rimasti in condizioni non punto belle. Manca però il suo Conrad, e nell’interrogare gli uomini lo scopre catturato e in catene, di certo ferito e forse addirittura già morto. A quel punto:
Ella più non ascolta; vano lottar sarebbe
Nel tumulto del cuore e dei pensieri; ella più non resiste,
Quelle parole l'han tanto sopraffatta
Ch'ella vacilla e cade e l'infuriata onda
La strapperebbe sol da un'altra tomba,
Se quelli che hanno lacrime negli occhi,
Ancorché rozze mani, non le offrissero il soccorso
Che la Pietà sollecita fornisce
La scena si sposta lontano con stacchi registici che Ejzenstejn se li sognava, nel luogo in cui lo Scià dopo giorni sta ancora meditando della sorte dell’uomo che gli ha distrutto mezzo palazzo e mezza flotta pirata. Forse perché distratto dalla bella ed esotica Gulnare che cerca di intercedere per lui con la paraculaggine tipica delle favorite degli uomini di potere: peccato che lo Scià sia un po’ meno pirla di quanto non sembri e non ci caschi: e di fronte alla sua reazione stizzita ha un bel dire Gulnare che lo Scià non capisce il cuore complicato delle donne e che la sua accorata difesa di Conrad altro non è che solidarietà tra prigionieri, ma il modo in cui il suo generoso petto palpitava alla vista del pirata piacione in catene era chiaro a tutti noi che leggevamo.
Nel frattempo Conrad riflette sulla vita e la morte.
Occupazione tipica di chi ha un sacco di tempo libero da perdere.
Non trovando una soluzione migliore e non essendoci riuscita con le buone Gulnare decide, da brava donna esotica e malevola, di usare le cattive: nonostante le flebili rimostranze di Conrad sul bisogno di uccidere un nemico onorevole in leale combattimento, del fatto che ancora parli del suo amore per Medora, dell’etica piratesca, lei prende e ammazza lo Scià senza che a nessuno importi un’emerita. Fuggendo verso il porto, con una carrambata degna del servizio televisivo nazionale, spunta la nave pirata dei suoi uomini, accorsi in suo aiuto.
Si dà l’addio a Gulnare con un bacio.
Medora perdonerà e a Gulnare basterà. Sono donne dopotutto.
Di ritorno a casa, pronto a riabbracciare l’amata Medora ha una sorpresa non del tutto inaspettata: Medora, incapace di sopportare una vita senza il suo amato pirata, si è uccisa mentre lui era lontano.
Ma chi può sopportar di separarsi da quel che gli è più caro?
Uno sguardo stoico e un aspetto severo
Spesso son maschera d'un cuore
A cui il dolore quasi tutto ha insegnato,
E molti pensieri inariditi sono nascosti eppur non cancellati
Da un sorriso che non s'addice affatto a chi l'ostenta.
E poi Conrad scompare:
Non c'è di lui né traccia, né segno che possa rivelar
Dove conduca la sua vita nell'angoscia,
O dove disperato abbia chiuso i suoi giorni.
A lungo lo pianse la sua ciurma
Che mai tanto non pianse per alcuno;
Un degno monumento funebre innalzano i pirati alla sua sposa,
Ma pietra non erigon in memoria di lui,
Ché la sua morte è dubbia, le imprese troppo note e malfamate.
Egli lascia alle future età un nome di Corsaro
Legato a un'unica virtù e a innumeri delitti.
Ma a noi piace pensare che sia andato da Gulnare a darle ben più di un bacio in barba all’etica piratesca.
*
IMPRESSIONI GENERALI
“Il corsaro” è un poema figlio del suo tempo e terribilmente ottocentesco che pecca di tutte le ingenuità del genere e del periodo: la figura dell’eroe sanguinario ma dotato di un’etica piratesca, donne esotiche e fatali che per amore sono disposte ad andare oltre morale e buonsenso, le compagne fedeli, amori puri e tragici, piacioneria a go-go.
Ciò non toglie che Byron non è il primo stronzo che passa.
Questo è un poema con immagini potenti e strazianti, incredibilmente vivide, che conducono chi legge a quelle atmosfere avventurose dei tempi passati, dove si combatteva seguendo certe regole e dove la morte è compagna fedele e insaziabile di uomini rudi. Certo, le parti migliori per quel che mi riguarda sono quelle più intimiste, laddove della bellezza esotica di Gulnare non me ne potrebbe fregar di meno. Ciò non toglie che ho letto il poema con gran piacere e divertimento. Da amante di tutto ciò che è piratesco non avrei potuto chiedere di più.