Non tanto sul testo - una discreta introduzione alla figura di Socrate, molto ben scritta - quanto sulla figura di Socrate, ci sarebbe da dire. Durante la lettura mi sono sentito spesso tentato di rinunciare in toto alla lettura nietzschiana: la difficoltà, infatti, di chiarire cosa Nietzsche intendesse concretamente comunicare creando la nota cesura tra tutto ciò che di edificante vi era nella presocratica era tragica dei greci e il socratismo “assassino dell’istinto” è grande. Il tragitto della cultura occidentale, infatti, letto in quest’ottica può sembrare in un certo senso segnato deterministicamente dal te estì socratico, senza possibilità d’uscita: nato il pensiero filosofico, e con esso tutta la costellazione di scienze componenti l’indagine razionale, e assopitosi il dionisiaco all’interno di tale volontà di ricerca, che senso ha lamentarsi ed invocare un ritorno a quelle dorate epoche di culti orgiastici e percezioni libere di cogliere la realtà in maniera non identificata? Per rispondere a questi dubbi, forse, l’unica cosa da fare è una digressione di natura intima: di fronte a queste due figure archetipiche, quella del caos primordiale proprio dell’epoca preclassica (ma, oserei dire, precedente persino a Talete) e quella della risposta intellettualistica data da Socrate, mi sento spesso e volentieri spiazzato ed immensamente indeciso. Cosa scegliere? Non potendo risolvere la questioni in termini assoluti - come hanno tentato di fare sia il Nietzsche della Nascita della Tragedia sia Socrate -è *per se stessi* meglio una vita orientata alla definizione socratica o una orientata alla disidentificazione tragica? Illuminanti, sebbene non complete, sono state per me in un certo senso le risposte di Hermann Hesse: nel manoscritto del Lupo della Steppa, infatti, viene brillantemente espressa la polifonia di archetipi che convinono all’interno di un singolo individuo, prismatico per sua stessa condizione naturale e non scindibile soltanto in una contrapposizione tra apollineo e dionisiaco. Che, dunque, ci si schieri con Socrate e con i socratismi (lo stoicismo su tutti) o con una liberazione dei sensi di rimbaudiana memoria, si rischia di finire in un vero e proprio errore di valutazione: è necessario, ma complesso, sforzarsi di cercare di equilibrare queste due componenti all’interno di tutti gli altri infiniti elementi ciò che ci compongono, senza cadere in una semplicistica dicotomia. Integrare in se un po’ di Socrate ed un po’ di Nietzsche, un po’ di Mozart e un po’ di Jim Morrison: questo è quanto mi sembra un buon risultato per introiettarelo studio di queste figure solo apparentemente contrapposte. Lavoro fondamentale, sia per lo studioso sia, ad un livello per me ancora più fondamentele, per il viandante che teme di smarrirsi.