Se c’è un libro che il popolo di Springsteen attende da anni è quello firmato da un suo specialissimo fan, Alessandro Portelli, il più originale e infaticabile esploratore dell’America e delle sue profonde radici culturali. Slittando dalla musica alla letteratura, dalla storia al presente, Portelli mette la sua nota affabulazione al servizio del cantore dell’America che più ama, quella tutta fondata sul lavoro, un’America in cui la promessa della mobilità sociale e della realizzazione di sé è spesso frustrata e tradita. Attraverso una rilettura dei testi che Portelli sa ancorare saldamente al contesto culturale e storico, il libro guarda al mondo di Springsteen sotto la lente del il lavoro che divora le vite dei suoi personaggi (operai, cameriere, addette all’autolavaggio, cassiere, braccianti, disoccupati) e il suo lavoro, quello di musicista e di uomo di spettacolo. Il Bruce Springsteen narrato in questo libro è quello che racconta vite di seconda mano, come le Cadillac usate su cui i suoi protagonisti sfuggono al tedio di una quotidianità ripetitiva e senza sbocchi; che canta la rabbia di chi si ribella e di chi sogna di ribellarsi; che dà voce al senso di tradimento di chi crede che essere nato negli Stati Uniti lo autorizzi ad aspettarsi qualcosa di meglio; che avverte come il fantasma della rivolta torni ad aggirarsi sulle strade di un’America in crisi. Ma lo Springsteen di Portelli è anche quello che narra le sue storie dolorose con un sound travolgente che evoca l’orgoglio di essere, nonostante tutto, ancora vivi. In ultima istanza, non è il contenuto del sogno ciò che conta, e neanche la possibilità che il sogno si realizzi; conta piuttosto la capacità di sognare e la dignità di chi sogna. E il primo a sognare sulle note del Boss è lo stesso Portelli, che pagina dopo pagina ce lo racconta in presa diretta, attraverso le vivide istantanee dei concerti dal vivo, cui accorre da trent'anni da instancabile fan.
Alessandro Portelli, nato a Roma nel 1942, è considerato tra i fondatori della storia orale. Professore di Letteratura angloamericana all’Università «La Sapienza» di Roma, ha fondato e presiede il circolo Gianni Bosio per la conoscenza critica e la presenza alternativa delle culture popolari. Collabora con la Casa della Memoria e della Storia di Roma e con «il manifesto», «Liberazione» e «l’Unità».
"Quando Springsteen arrivò in Italia per il tour di The Ghost of Tom Joad, un giornale di destra mi intervistò con la banale, provocatoria domanda: ma che diritto ha un milionario con Springsteen di parlare dei poveri? Ricordo di avergli risposto che (...) quando della povertà parlano i poveri, non li state a sentire. Quando ne parla un ricco dite che è ipocrita e non ha diritto. In altre parole: dei poveri non si deve parlare mai."
Avrei preferito che approfondisse maggiormente la storia della musica di Springsteen rispetto all’analisi sociopolitica degli Stati Uniti, però mi ha stimolato a leggere con attenzione i testi delle canzoni, che ho sempre sottovalutato in confronto alla maestosità del loro suono.