-" Non posso - disse - esigere da ognuno le mie virtù.
E’ già bello se ritrovo in loro i miei vizi."
La scelta di unire in un’unica pubblicazione “L’immoralista” (1902) e “La porta stretta” (1909) ha senso proprio per farsi un’idea completa dell’opera di Gide.
Come ben spiega Carlo Bo (nell'edizione Mursia), i due brevi romanzi sono uniti nella loro contrapposizione di fondo.
Entrambi sono raccontati in prima persona e si fondano s'una comune rigidità dell’educazione religiosa ricevuta, si separano, tuttavia, nella modalità in cui affrontano le questioni d’amore e la vita stessa.
Si hanno così due nature in contrasto che, in entrambi i casi, si conducono con una doloroso lotta interiore.
Da un lato “L’immoralista”, dove Michel descrive il percorso verso la presa di coscienza della propria omosessualità (e più precisamente pederastia).
Il matrimonio (consumato in un’unica notte d’amore) con la cugina Marceline, il viaggio in Africa, la tubercolosi da cui guarisce portando a galla “un uomo nuovo”.
Accettare la presa di coscienza della propria realtà è il compito più arduo.
Michel infatti dice:
“Potersi liberare è nulla; il difficile, è saper essere liberi.”
Nel racconto di Michel il viaggio* è metafora di questo percorso di rinascita che parte dall'accettazione del proprio corpo e quindi della propria sessualità.
Fondamentale è l’incontro con l’amico Ménalque (in cui qualcuno ha voluto ravvisare la figura del reale amico Oscar Wilde) che diviene esempio di libertà morale come è palese da questo dialogo tra i due:
”Io non aspiro che ad essere naturale, e, per ogni azione, il piacere che provo, è segno che la dovevo compiere.
- Questo può portar lontano, - gli dissi.
- E io ci conto, - riprese Ménalque. - Ah! se tutti quelli che ci stanno intorno se ne potessero persuadere. Ma la maggior parte di loro pensa di non poter ottenere da se stessa nulla di buono se non con la costrizione; non si piacciono che contraffatti. E’ a se stesso che ciascuno pretende di assomigliare di meno. Ognuno si propone un patrono, poi lo imita; nemmeno sceglie il patrono che imita; accetta un patrono già scelto. Ci sono pure, io credo, altre cose da leggere nell’uomo. Non si osa. Non si osa voltare la pagina. Leggi dell’imitazione; io le chiamo: leggi della paura. Si ha paura di trovarsi soli; e non ci si trova del tutto. Questa agorafobia morale mi è odiosa; è la peggiore delle viltà. Eppure è sempre da soli che si inventa. Ma chi cerca qui di inventare? Quel che si possiede in se stessi di diverso, è proprio quel che si possiede di rado, quel che attribuisce a ciascuno il suo valore; ed è proprio quello che si cerca di sopprimere.
Si imita.
E si pretende di amare la vita.”
Sette anni dopo, Gide pubblica “La porta stretta” come a voler dare una risposta speculare e antitetica a ciò che dichiarava Michel.
Qui, difatti, la voce narrante di Jérôme confida i ricordi del suo legame con Alissa:
un amore prima tenuto a bada dall'esaltazione della virtù e poi completamente frenato dall'esaltazione religiosa che nega e sopprime ogni piacere carnale:
“Sforzatevi di entrare per la porta stretta, poiché larga è la porta, e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti son coloro che entrano per essa. Quanto è stretta la porta, e angusta la via che mena alla vita! e pochi son coloro che la trovano…”
Tanto Michel –ne “L’immoralista”- libera le sue pulsioni, scavalca le barricate del (pre)giudizio altrui e vive intensamente il presente; quanto Jérôme (attraverso Alissa) si prefigge di conquistare la purezza dello spirito rinnegando tutto ciò che è carnalità, inneggiando e praticando un assolto sacrificio di sé per salvare l’altro, infine, vivendo nella sola prospettiva della ricompensa eterna.
Leggendo dunque in successione le due opere si ha un’idea di quello che Gide stesso era (c’è molto della sua biografia in entrambi i libri):
una contrapposizione simmetrica che ci racconta sì due modalità di dare corso alla propria vita ma anche la possibilità di una compresenza di queste due nature e del tormento che comportano.
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Una piccola parentesi-Da lettore a lettore -
Per leggere Gide bisogna amare la Letteratura.
Questa affermazione la faccio per tre motivi.:
Il primo è morale ma non di quella morale che l’autore ha subito.
Ciò a cui mi riferisco, e come lo intendo, è completamente alieno dall'etica religiosa che non mi appartiene per nulla.
Mi riferisco alla questione della pedofilia che è chiaramente esplicita ne “L’immoralista” e sappiamo vera dalla biografia di Gide.
In effetti, leggendo pensavo che almeno Mann ne “La morte a Venezia” maschera il tutto con l’esaltazione dell’ideale ellenico della Bellezza.
Qui, invece, lo sguardo di un bambino è sensualità pura e ciò è proprio irritante.
In quest’opera, tra l’altro, c’è un atteggiamento da “colonizzatore” bianco nei confronti dei ragazzini africani: si mette in risalto l’idea di supremazia razziale seppur probabilmente non conscia.
Ed è questo il secondo motivo: lo sfruttamento di questi corpi è consensuale nella misura in cui loro sono bisognosi di soldi.
La loro miseria è tale da giustificarne la vendita dei loro corpi come cosa normale e giusta.
Michel compie delle scelte che "loro" non hanno libertà di fare.
Il terzo rospo da ingoiare sta nella pesantezza de “La porta stretta”.
La crescente rigidità di fanatismo di Alissa è parallela al crescente odio che ho provato per la seconda volta (avevo già letto il romanzo tanti anni fa) nei suoi confronti.
Un assoluto bisogno di scuoterla e farla ragionare o guardare Jérôme negli occhi e dirgli: «svegliati!!!!».
Dunque, detto fra noi, il consiglio di leggere Gide c’è tutto ma sottolineo che occorre avere un grande amore per la Letteratura…
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* La questione del viaggio mi ha ricordato la letteratura del ‘700 –inglese ma soprattutto francese- che mitizzava il viaggio in Italia e, in particolare, quella teoria di Madame de Staël che legava i costumi di un popolo al clima. Michel ad un certo punto dice: ” Avevo, quando mi avete conosciuto prima, una grande fissità di pensieri, e so che è quello che fa i veri uomini; non l’ho più. Ma questo clima, credo, ne è la causa. Nulla scoraggia tanto il pensiero quanto questa persistenza dell’azzurro. Qui ogni ricerca è impossibile tanto la voluttà segue da vicino il desiderio. Circondato di splendore e di morte, sento la felicità troppo presente e l’abbandono ad essa troppo uniforme.”