Alla fine dell'Ottocento un uomo parte da una città del Sud, una Sapri ancora fresca delle utopie e delle ferite del Risorgimento, per raggiungere Colle, un paesino toscano. È il Maestro, giovane anarchico che, in questo luogo insieme reale e fiabesco, decide di unire la propria vita a quella della vedova Bartoli. Dal loro amore nascono Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero: figli dai nomi carichi di speranza che dal padre, costretto all'esilio, erediteranno i sogni e la fede nell'utopia. A Colle vivono anche i Bertorelli, ricchi commercianti di maiali che da generazioni si chiamano come gli eroi omerici: Ulisse, Achille, Euridice, Elena. Due famiglie che si uniscono quando la dolce e saggia Annina si innamora di Cafiero... Dagli ultimi anni dell'Ottocento alla fine del secondo conflitto mondiale, le vite dei protagonisti, i loro amori, le nascite, i sogni, i tradimenti e le riconciliazioni si intrecciano alle trasformazioni imposte dal progresso, dalle guerre, dalle lotte sociali. Un romanzo - premiato con lo Strega - che ha il profumo dei racconti ascoltati attorno al fuoco nelle sere d'inverno, il profumo di un tempo che fu e di cui noi siamo i figli.
Nato a Cirié, in provincia di Torino, figlio di genitori di origini toscane, ha frequentato la Facoltà di Filosofia presso l'Università degli Studi di Torino.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche e riviste tra le quali La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Diario, Grazia, Il Tirreno, Il Corriere della Sera. I suoi libri sono tradotti in francese, spagnolo, inglese, tedesco, olandese, albanese, lituano, ebraico, coreano, greco e pubblicati in numerosi paesi.
Ha lavorato all'ufficio stampa del Comune di Pisa e dal 2002 presso il Comune di Roma, prima nello staff del Sindaco Veltroni e dal 2008 all'Assessorato alla Cultura dove curava i rapporti con l'Associazione Teatro di Roma.
E' morto il 21 luglio 2013 all'età di 58 anni a Roma, dove viveva con la moglie Roberta Bortone.
Nel 1990 si era sottoposto in Inghilterra ad un doppio trapianto di cuore e polmoni.
Il 7 settembre 2013, poco dopo la sua morte, ha vinto il Premio Campiello con L'amore graffia il mondo che, per la prima volta nella storia del concorso, gli viene assegnato postumo.
Ora io dirò qualcosa che farà urlare di indignazione molti. A me questo libro non è piaciuto per niente. Io non abbandono mai libri, e se lo faccio è per ragioni tecniche, e solo con la promessa di riprenderli a leggere. Questo, beh, non penso che avrò il coraggio di riprenderlo... Di questo romanzo si loda lo stile barocco al limite del kitsch, la narrazione evocativa, la fotografia perfettamente realistica del novecento italiano. Ebbene: tutti motivi che invece a me fanno storcere il naso. Sì, è vero: Riccarelli ha dalla sua una grande ricchezza lessicale, padroneggia un linguaggio complesso e desueto, fa delle descrizioni bellissime. E poi? Perché resta un fondo ben pitturato, che però rimane piatto, rimane senz'anima. La trama non è per nulla coinvolgente: rimane lì, un mucchio di belle parole stampate sulla carta, ma non mi dice niente, non mi comunica niente. E' un romanzo puramente autoreferenziale, rimanda solo a se stesso, al suo stile, al suo linguaggio fin troppo desueto. Come se non bastasse, a condire il tutto il classico narratore onniscente e l'uso della terza persona. Insomma. Manzoni andava bene nell'Ottocento, ma nel Duemila mi sembra fin troppo fuori luogo. Come se non bastasse, mi ha annoiato come pochi, veramente.
Troviamo qui narrate le vicende di due famiglie che vivono a Colle, paesino della Toscana: i Bartoli che hanno i capostipiti nei personaggi del Maestro, che parte dal sud per giungere a Colle con due valigie di cui una piena di libri, e della Vedova, che affitta camere per sopravvivere, e i Bertorelli che prendono forma dall' Ulisse e dalla Rosa, benestanti commercianti di maiali. Tanto quanto il Maestro e la Vedova sono innamorati, affini e legati indissolubilmente, l'Ulisse e la Rosa sono mal assortiti; le storie delle due famiglie procedono in parallelo finché arriveranno a incontrarsi e a compenetrarsi quando l' Annina Bertorelli sposerà Cafiero Bartoli e si uniranno di un amore tanto grande quanto tragico. Un libro che è affresco di un secolo, dalla fine dell' '800 al secondo dopoguerra, e che parla di amore, guerra, nascite e morti, dolori e gioie, partenze e arrivi, insomma parla e descrive la Vita. Per tutto il romanzo ricorre il dolore perfetto che fa da titolo e che si manifesta nella vita di ogni singolo personaggio, in momenti diversi, luoghi e situazioni diverse, ma sempre uguale a sé stesso quanto a intensità e strascichi. L'unica cosa che può lenire questo strazio pare essere il suo opposto: l'Amore. Questo romanzo è fitto di voci, di cuori, di storie e di storia, è fitto di poesia e descrizioni sublimi di sentimenti, di realtà e di magia (a me ha ricordato subito García Márquez e il suo "Cent'anni di solitudine"), un grande romanzo!!
Romanzo stupendo e struggente che ci riporta al periodo buio della nostra storia segnato dalla guerra, dalla spagnola e dal fascismo e dove, ancora una volta, la donna dimostra lucidità e resistenza nell'affrontare le prove più difficili che la vita, a volte, ci riserva
Il tentativo di costruire un romanzo in uno stile ottocentesco a mio parere fallisce miseramente. La trama appare inconsistente e la ripetizione ossessiva di questo "dolore perfetto" appesantisce e fa apparire ridicola la vicenda che invece si vuole rendere drammatica. Il finale risolleva lievemente il livello del romanzo anche se in conclusione il mio giudizio si ferma ad una stella.
L’ho letto anni fa. Chissà, forse da giovani si è più impressionabili e il linguaggio “barocco” fa subito autorevolezza (qui leggo review divise in merito, alcune feroci). La realtà è che a rimanermi impresso di questi libri fu l’impianto molto “Marqueziano” dell’epopea familiare che passa di generazione in generazione. I nomi dei protagonisti li consegnano già alla leggenda ( una famiglia di mercanti con i nomi presi dalle opere omeriche e un’altra di rivoluzionari anarchici che invece per battezzare i figli sceglie parole che sono un destino, da Libertà in poi). Se siete a vostro agio, insomma, con la storia che passa e si racconta attraverso le vite dei personaggi, senza fretta, e pronti a versare molte lacrime, é il libro che fa per voi.
Com’è dolce e poetica la scrittura di Ricciarelli, mi ha proprio conquistata. E’ l'intreccio di due storie, tante vite legate insieme da uno stesso destino fatto di poche gioie e tanto dolore, del dolore perfetto… Ma esiste il dolore perfetto? L’autore ce lo spiega molto bene, è un dolore immenso, penetrante, angosciante che scava l’anima, che stravolge l' esistenza, ma con il quale si impara a convivere, fortifica e spinge a lottare sempre di più!! Una frase che mi ha fatto rabbrividire: “Dio non ci vuole bene, e ci costringe a questa pena di vivere in attesa del sonno che verrà, perfetto ed eterno.”
Nonostante io sia un’instancabile ed un’accanita lettrice, questo libro mi ha raccontato tanto, ma non mi ha lasciato nulla. Lo scrittore è pomposo, quasi barocco nel modo in cui scrive e si esprime. La sua prosa ricorda quella de I promessi sposi di Manzoni: peccato che non siamo più nel 1825, ma nel nuovo millennio. Non so se Riccarelli lo abbia fatto di proposito, ma il suo tentativo di scrivere un mattone ottocentesco al pari di Dumas, Tolstoj, Hugo o De Roberto è fallito miseramente. La trama non ha consistenza e, molto spesso, risulta irrealistica: l’autore è ossessionato da questo “dolore perfetto” che appesantisce la storia e si ripete in modo assurdo, in questa famiglia, nell’arco di cento anni. Non è umanamente e realisticamente possibile che tutti i personaggi, nel corso delle generazioni, muoiano uccisi dalla mano di qualcun altro o dalla malattia. Le vicende sono raccontate velocemente, saltando in maniera confusionaria da una all’altra risultando superficiali. Non mi ha colpito niente: l’ambientazione rimane sospesa nella campagna toscana, senza dare un riferimento geografico che, in questo specifico caso, sarebbe servito ad alleviare la mancanza di solidità delle vicende narrate; anche il periodo storico è solo accennato in qualche punto. Non si può pretendere di scrivere un romanzo storico usando solamente l’espressione “duce di Roma” per parlare di eventi storici importanti come il fascismo e la Seconda Guerra Mondiale. Non è quindi definibile tale. I personaggi sono piatti: non hanno una caratterizzazione specifica. I nove figli di Ettore e Rina sembrano tutti uguali: non hanno peculiarità fisiche e psicologiche che permettano loro di distinguersi gli uni dagli altri. Alcuni addirittura non hanno un nome, un’identità, come il Maestro o la Vedova Bartoli. Mancano di personalità, sono noiosi e vuoti. A mio parere sono anche troppi: la metà di loro è totalmente inutile ai fini della trama, per cui potevano essere del tutto omessi. Facevamo presenza solo per allungare il brodo. Mi ha annoiato tantissimo e ho fatto fatica a leggerlo.
Troppi personaggi, troppi personaggi con lo stesso nome, vicende troppo contorte, e contestualizzazione storica troppo debole per apprezzare la storia. Una grande storia familiare, ma raccontata troppo velocemente e superficialmente.
Neįmanoma apsakyt, kokio grožio ši istorija. Net ir patys baisiausi istoriniai įvykiai, šeimos netektys, negandos aprašyti tokiu grožiu, kad tikrai virsta tobulu skausmu
Difficile riassumere in poche righe questo libro, è così denso di personaggi, di storia, di episodi. Viene narrata la storia di due famiglie: da una parte il Maestro e la vedova Bartoli, dall'altra Ulisse e Rosa. I primi sono un uomo buono, gentile ma determinato, che a fine '800 emigra da Sapri a Colle, in Toscana, dove trova lavoro come insegnante, e la vedova Bartoli, una donnina fragile e sognatrice, rimasta sola con un figlio dopo la prematura morte del marito, ma che troverà nel Maestro un fido compagno di vita e con cui metterà al mondo altri figli (senza tuttavia sposarlo). I secondi sono i Bertorelli, una famiglia di commercianti di maiali, Ulisse caciarone, dominante e prepotente, e la sottomessa moglie Rosa (anche loro con notevole prole). L'autore narra (ammetto molto abilmente, ma con un MA che spiegherò dopo) le vicende di queste due famiglie nel corso degli anni a partire da fine '800 (quando il Maestro emigra al nord), attraverso la grande guerra, per concludersi poco dopo il secondo conflitto mondiale. Vengono quindi narrati anche gli importanti fatti storici e non che gli italiani hanno vissuto in quegli anni: le guerre mondiali e coloniali, l'influenza spagnola, le sommosse popolari, il fascismo. Le vicende delle due famiglie si incrociano quando scoppia l'amore tra Cafiero (figlio del Maestro e della vedova) e Annina (figlia di Ulisse e Rosa). “Il dolore perfetto” è un romanzo molto (troppo) dettagliato, dove predomina, appunto, il dolore (nel corso degli anni le famiglie dovranno affrontare spiacevoli inconvenienti e disastrose perdite: fucilazioni, suicidi, incidenti, violenze). Gli episodi sono così tanti che è quasi difficile starci dietro (e impossibile ricordarli tutti), i personaggi sono troppi (e anche qua è impossibile ricordare tutti i nomi) con l'inevitabile rischio di perdersi e di fare confusione. Non conoscevo l'autore, per cui non posso sapere se questo è proprio il suo stile, ma la corposità della narrazione rende un po' pesante la lettura. D'altra parte però, la trama e lo sfondo storico sono ineccepibili, per cui il mio giudizio è buono.
Il dolore perfetto, Premio Strega 2004, parla di due famiglie alle prese con le proprie vite capricciose: queste, infatti, non vanno come avrebbero dovuto – o, perlomeno, come i loro possessori si erano immaginati.
La ricca famiglia dell'Ulisse e la modesta famiglia del Maestro sembrano proprio destinate a non incrociarsi mai, non solo per la differenza di ceto, ma anche, e forse soprattutto, per la differenza di valori. L'Ulisse, infatti, è un uomo concreto e materiale (sceglie sua moglie come sceglierebbe una scrofa), mentre il Maestro è una figura allo stesso tempo piena di ideali e idealizzata (basti pensare al fatto che viene sempre chiamato con il suo titolo e mai per nome).
Entrambi subiranno enormi delusioni: l'Ulisse si renderà conto di aver scelto male la sua sposa. Nel cercare la perfezione fisica di una donna buona a fare figli e docili, si è ritrovato con una moglie persa in un mondo di fiaba. Il Maestro, dal canto suo, vedrà i suoi ideali sporcati nel fango del mondo e sarà incapace di accettarlo.
Ed è proprio questo, per Riccarelli, il dolore perfetto: l'impossibilità di riconciliazione tra gli ideali e la vita quotidiana, una dicotomia che ogni volta strazia i personaggi che si trovano a viverla. Eppure, non si può fare a meno di provare questo dolore così grande, così perfetto, perché è parte della vita stessa. Sarà l'Annina, figlia dell'Ulisse e sposa del figlio del Maestro, a cogliere l'importanza del dolore perfetto, in punto di morte, lei che con la sua figura così forte ci accompagna per gran parte del romanzo.
"...Ideale capì il vero segreto del movimento perpetuo, l'immobilità perfetta con la quale tutto ritorna, scorre e rimane dentro di noi per sempre." Alcuni passaggi di questo libro mi hanno colpito, sono disarmanti, quelli dove l'autore ribadisce il concetto di "dolore perfetto", il dolore che ogni giorno, ognuno di noi, vivendo le proprie storie, costantemente, invariabilmente, come un "meccanismo perpetuo" deve affrontare, accettare, combattere, sfidare come i personaggi del libro. Il "dolore perfetto" ci accompagna, ma per fortuna la vita sarà fatta anche di altri sentimenti altrettanto forti, intensi e travolgenti come l'amore e la nascita dei figli. Le vicende dei protagonisti sono legate indissolubilmente agli eventi storici che sono costretti a subire, che cambiano e sconvolgono il corso delle loro vite, la prima modernizzazione di fine Ottocento, le guerre coloniali con la sconfitta di Adua, la Prima guerra mondiale, l'avvento del fascismo fino alla Seconda guerra mondiale, l'invasione tedesca e la Resistenza, un libro eccellente, per chi ama leggere storie di famiglie, vissuti, percorsi che si intrecciano con lo scorrere del tempo. "Le cose cambiano, avrebbe detto Telemaco, cambiano le stagioni e tutto torna, e forse pensare di sfuggire a questo rotolare è cosa ingenua, debole luce che contro il tempo non vale."
Ricarelli hat mit diesem Roman ein ausgesprochen vielschichtiges Werk geschaffen - Familienepos, Liebesgeschichte, politischer Kommentar - getragen von nachvollziehbaren Protagonisten und in einer ganz eigenen Sprachmelodie erzählt. Das Motiv des vollkommenen Schmerzes erscheint immer wieder und lässt die Momente der Liebe, Freude und Hoffnung um so stärker wirken. Dabei bleibt die Schilderung unaufgeregt und ohne Übertreibung, wodurch das Erzählte um so intensiver wirkt. Lediglich wenn sich Momente des magischen Realismus einschleichen und ein Gegengewicht zu all der politischen Ernsthaftigkeit bilden, ändert sich das. Riccarelli weiß nicht nur selbst die Macht der Sprache einzusetzen, sondern nutzt diese auch innerhalb der Handlung: sei es, wenn die Bewohner des Ortes die Geschichte nur so erzählen, wie sie ihnen gefällt (und somit verändern) oder wenn es um die tatsächliche Macht von Worten geht. Ein Buch, das nachwirkt und mich sicherlich noch eine Weile begleiten wird.
orse scritto bene, o forse fatto un bel compitino... Ripetitivo nella sua assurdità: forse colpa del genere sognante favoleggiante che vorrebbe avere un background storico che poi non c’è... Non se ne può parlare tanto male perchè è troppo buonista... forse costruito a proposito.. ma la mia opinione personale alla fine è stata: e che due palle!! Specialmente alla fine perchè quando è troppo è troppo!! Mica è un Marquez che si può permettere le formiche che si portano in giro il neonato alla fine senza far travasare l’otre !!! Il paradosso peggiore penso sia quando si cerca di far passare cose assurde come se abbiano un senso. Ma cavolo in un periodo simile non c’è una vedova che se risposa e succede tutto a loro e sto paesiello senza pettegoli che mantengono tutti per “buonismo o carità cristiana”?...... è troppo!!
Di un libro una frase Possibile che di un libro colpisca una sola frase?A me è successo:.."pensò non potesse esistere nulla di più forte di quello che stava provando.Si dovette ricredere la mattina in cui capì che il loro amore avrebbe generato presto un figlio,perchè questo s'era già sistemato dentro di lei COME UN CUORE DENTRO UN CUORE."Ed è una frase che si riferisce alla mia esperienza di madre.Il libro non mi è piaciuto,mi sono sembrati inverosimili i comportamenti descritti,le dinamiche familiari,addirittura la scelta dei nomi, quasi ridicola.Al dilà dell'argomento che fa parte della nostra storia e può essere d'interesse o meno, è proprio l'esposizione e la caratterizzazione dei personaggi che mi è risultata spiacevole.Un libro da non leggere.
A ridiculous book. The story of how every single member of two families die over the generations. That seems to be the only plot. Every death is surrounded by a story of infinite misery. I kept on reading until the end hoping that at some point there would be a sense to the story, but it never happened. When the last death happened, all I could was roll my eyes. The lack of depth of this book is outstanding.
Mi è piaciuta l’ambientazione. Ho impiegato molto tempo a leggerlo per questioni mie di tempo. Ho voluto finirlo perché comunque la storia mi sembrava bella... poi il finale ha vanificato tutto. Ho fatto tanta fatica per un libro che alla fine si è rivelato nulla di che. Peccato
di Rina Brundu. Che Il dolore perfetto (1) di Ugo Riccarelli (2), Premio Strega 2004, sia una specie di favola abbellita con tocchi di “realismo magico” è stato già detto, che sia una sorta di “grande affresco del secolo che ci lasciamo alle spalle, dallo sbarco di Pisacane al secondo dopoguerra” è stato pure scritto, che viva all’insegna dell’opposizione idealismo-realismo è stato timidamente accennato da qualche lettore e dichiarato a chiare lettere in maniera mirabile dallo stesso autore “Due facce del mondo, materia e astrazione. Merda e ragione con cui siamo fatti”; è quindi anche per questi motivi che con la presente lettura critica mi piacerebbe concentrarmi su altre tematiche, intessendo un discorso che per ovvie ragioni arriverà soprattutto a chi ha letto il testo. Di questo mi scuso ma non più di tanto perché sono davvero molte le ragioni per cui bisognerebbe conoscere questo lavoro. In ogni caso, a beneficio di chi non lo avesse ancora letto un abbozzo di trama è proposto nella nota (1).
Del concetto di dolore-perfetto. E su una storia di vinti
Se partiamo dall’assunto che su un piano complessivo quest’opera di Riccarelli manca della qualità estetica, geniale, della complessità di trama e della potenza visionaria di Cento anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez, è comunque altrettanto indiscutibile che su dati livelli Il dolore perfetto propone un superamento delle possibilità del “realismo magico”. Ciò avviene grazie a quella straordinaria chiave filosofeggiante di lettura che è la nozione di dolore-perfetto. Una nozione questa che non solo dà il titolo al romanzo, ma che lo permea dall’inizio alla fine. Fu infatti quando “L’Annina capì (…) la distanza tra la madre e l’Ulisse” che “… sentì forte batterle il petto. Una botta improvvisa, una crepa sul cuore. La ferita bruciante di un dolore perfetto”. Fu quando Rosa “Guardò il marito e non provò amore, però non provò neppure rabbia o risentimento” che “Provò dolore, un dolore fulminante e perfetto che scivolò lentamente nella pena”. Fu quando il Maestro in esilio attendeva di incontrare, dopo anni, la sua vedova Bartoli che si andava “… impadronendo di lui, qualcosa che era apprensione, delusione, angoscia, senso di colpa. Un dolore assoluto e perfetto”. E via così, fino alla fine. Non solo del romanzo ma di tutte le vite che il romanzo racconta.
Ne deriva che il concetto di dolore-perfetto diventa nel testo artificio linguistico capace di procurare infinite epifanie, momenti di realizzazione dell’Essere che puntellano il racconto e a lungo andare riescono a delineare un cammino, costruire un percorso obbligato per il lettore. Un percorso le cui infinite tappe sono date da generazioni di vite vissute annegate nel dolore, nella sofferenza, nell’amarezza, nell’afflizione, mentre quello stesso dolore-perfetto diventa per estensione retorica la vera macchina del moto perpetuo, il suo cuore pulsante; quella macchina, quel giocattolo tecnologico la cui esistenza sul piano del reale, a leggere la postfazione dello stesso Riccarelli, ha forse ispirato questo lavoro in primo luogo, quell’”enorme congegno, un intrico di ruote e contrappesi, che ai miei occhi di bambino parve un giocattolo fantastico…. L’invenzione che avrebbe dovuto produrre il movimento senza fine”.
È dunque il dolore-perfetto che muove il mondo? Dopo avere letto il romanzo di Riccarelli occorrerebbe almeno farsi questa domanda. Di sicuro vi è che l’insinuarsi del tratto intimistico che una simile prospettiva di analisi porta con se dentro le dinamiche della favola di cui sopra, retorico e anti-retorico ad un tempo, determina il superamento delle possibilità del realismo-magico di cui ho già detto e soprattutto trasforma Il dolore perfetto in un romanzo che è in fondo una storia di vinti. Di vinti a loro modo speciali, s’intende. Non si può dire, infatti, che gli eroi di Riccarelli subiscano il loro destino segnato senza combatterlo, anzi. A quel loro fato vi si oppongono in molti modi, leciti e illeciti; vi si oppongono con la stessa forza ideale con cui il Maestro, l’anarchico, battaglia, lotta con l’autorità che si presenta in casa della vedova Bartoli – suo nido d’amore, luogo di libertà, occasione creativa e di redenzione spirituale - a “nome del Re d’Italia, per ristabilire l’ordine e la ragione”. E ancora vi si oppongono con la forza d’animo, il coraggio, la volontà di ferro di Annina, la vera eroina del romanzo, che dal primo vagito fino alla morte combatte come un gigante ogni ottima ragione del suo dolore-perfetto; la battaglia è così aspra che nel confronto finale, vis-a-vis, Annina arriva finanche a riconoscere a quel crudele compagno di infinite disavventure l’onore e il rispetto che sempre si deve ad ogni avversario davvero valido; perché prima di morire “Tutto quanto (….) l’Annina ricordava con chiarezza di avere vissuto”. Annina dunque non rinnega nulla perché comprende che ogni istante doveva essere così come è stato. Perché non avrebbe potuto essere altrimenti e perché quel loro essere vinti non è un marchio infammante quanto piuttosto una medaglia da appuntare sul petto. Una medaglia che spetta di diritto a chi ha avuto la forza di vivere comunque quello sputo di mondo, i suoi confini costretti, il suo destino segnato, la sua impossibilità di redenzione e di liberazione. La sua coscienza sporcata dalle colpe proprie e da quelle altrui.
Sull’utilizzo della strategia retorica come unica via di fuga
Dentro uno spazio limitato, circoscritto, diminuito, ristretto per limiti oggettivi, le possibilità di emancipazione sono generalmente poche. Questo lo sanno bene gli eroi de Il dolore perfetto e soprattutto lo sapeva bene il suo autore. Niente di strano dunque che l’unica via di fuga concessa alle necessità ideali sia data da un obbligato ricorso alla strategia retorica. Nello specifico Riccarelli opta per una esagerata, a mio avviso, metaforizzazione dei campi semantici in opposizione. Consequenza delle cose è che il realm ideale, astratto, il reame degli eroi buoni, della “merda” sarà abitato da personaggi che si chiamano il Maestro, Sole, Ideale, Libertà, in opposizione al realm materiale, concreto, al reame dei “cattivi” che sarà fatto vivere da characters a cui verranno dati i nomi dei più intraprendenti eroi greci da Achille, a Telemaco, a Ettorre e via così sulle orme delle epopee raccontate nell’Odissea e nell’Iliade.
Stilisticamente non condivido questa scelta fatta dall’autore, specialmente per quanto riguarda il campo semantico ideale, laddove i suoi personaggi, le loro vite, le loro sventure, i loro sogni, le loro speranza mai sopite, sono autosufficienti e così ben presentati da mostrarsi a noi con un’indole, un’inclinazione dello spirito chiaramente definita, che non necessita di alcuna sovrastruttura retorica per sottolinearla. Detto altrimenti – come sosteneva qualcuno che se ne intendeva – la rosa profuma anche con altro nome perché quella è la sua natura.
Della catarsi e della guerra. Della catarsi de L’urlo di Munch (breve)
Sebbene non siano poche le guerre descritte ne Il dolore perfetto, descritte in questo “affresco di un secolo” che attraverso le storie di due famiglie profondamente diverse, racconta anche le vicende storiche di una nazione “dallo sbarco di Pisacane al secondo dopoguerra”, è certamente nella presentazione delle modalità subdole con cui le terribili trame che hanno fatto vivere il secondo conflitto mondiale si intrecciano con le ragioni filosofiche del concetto di dolore-perfetto, che il romanzo di Riccarelli si esalta. Produce catarsi. Insinua, lentamente ma con spietata determinazione, l’idea che quel dolore-perfetto sia in fondo il nostro. Ci appartenga. Per elezione. Appartenga alla nostra storia di individui e di comunità. Insinua, lentamente ma con spietata determinazione, l’idea che a quel destino di vinti-in-partenza non possiamo sfuggire neppure noi e propone un orizzonte che a momenti ricorda l’epifania che portò il grande pittore norvegese Edvard Munch a sostantizzare “L’urlo”: “Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”.
Quello stesso identico “urlo” viene avvertito distintamente da tutti gli eroi di Riccarelli, buoni e cattivi, santi e reietti, l’unica differenza è che in loro non si propone come illuminazione di un’istante (perfetto?), quanto come reiterata abitudine, come tappa obbligata nel percorso di vita. Come conditio-sine-qua-non per fare esistere un moto perpetuo. Sine die, appunto. Con l’unica consolazione che in fondo non è la morte – che non esiste – che ci fa belli, ma la vita. La vita nonché l’eredità ideale che siamo riusciti a lasciare in dono agli altri nel nostro quotidiano esistere di uomini, donne, eroi, antieroi, formiche dimenticate o podestà ingombranti. E nel nostro vivere come autori. Per tutto questo e per l’occasione unica di riflettere che simili creazioni ispirate ci concedono occorrerebbe saper dire anche grazie e long live Ugo Riccarelli!
Note:
(1) Il dolore perfetto di Ugo Riccarelli, 2004, Arnoldo Mondadori Editore S.p.a. Milano, Kindle Edition – Il romanzo si svolge in un periodo che va dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino agli anni cinquanta del Novecento. Un uomo, chiamato sempre Il Maestro, di idee anarchiche, si trasferisce dal suo paese del Sud, nei dintorni di Sapri, a Colle Alto, un piccolo paese in un punto imprecisato della campagna toscana, dove ha ottenuto un posto di insegnante. A Colle Alto conosce e sposa la Vedova Bartoli, dalla quale avrà quattro figli (Ideale, Mikhail, Libertà e Cafiero), dei quali il romanzo seguirà le tragiche vicende.
Parallelamente, viene narrato dei Bertorelli, una ricca famiglia di commercianti di maiali, da quando Ulisse Bertorelli sposa la Rosa. Dal matrimonio nasceranno Sole e l’Annina. Le storie delle due famiglie si uniscono quando l’Annina decide, contro la volontà dei parenti, di sposare Cafiero. Il romanzo prosegue raccontando le vite dei loro figli, Sole e Ideale.
Le vicende delle due famiglie si svolgono sullo sfondo della storia italiana, alla quale sono indissolubilmente legate. Entrano a cambiare e spesso a sconvolgere la vita dei protagonisti la prima modernizzazione di fine Ottocento, le guerre coloniali con la sconfitta di Adua, la Prima guerra mondiale e l’avvento del Fascismo, fino alla Seconda guerra mondiale, l’invasione tedesca e la Resistenza. Fonte trama, Wikipedia.
2) Ugo Riccarelli (Cirié (Torino), 3 dicembre 1954 – Roma, 21 luglio 2013) è stato uno scrittore italiano.
Nato a Cirié, in provincia di Torino, figlio di genitori di origini toscane, ha frequentato la Facoltà di Filosofia presso l’Università degli Studi di Torino.
Ha collaborato con diverse testate giornalistiche e riviste tra le quali La Repubblica, Il Sole 24 Ore, Diario, Grazia, Il Tirreno, Il Corriere della Sera. I suoi libri sono tradotti in francese, spagnolo, inglese, tedesco, olandese, albanese, lituano, ebraico, coreano, greco e pubblicate in numerosi paesi.
Ha lavorato all’ufficio stampa del Comune di Pisa e negli ultimi anni a Roma, dove è morto il 21 luglio 2013 all’età di 58 anni. In precedenza, si era sottoposto in Inghilterra ad un doppio trapianto di cuore e polmone.
Fra i vari premi vinti: •1996 ha vinto il Premio Letterario Chianti con Le scarpe appese al cuore •1998 il premio Selezione Campiello con Un uomo che forse si chiamava Schulz •2000 il premio letterario Pisa, sezione Narrativa conStramonio •2001 Premio WIZO Europeen con la traduzione in francese di Un uomo che forse si chiamava Schulz •2002 il Premio Coni con L’angelo di Coppi •2004 il Premio Società dei Lettori e il Premio Strega con il romanzo Il dolore perfetto •2007 il Premio Campiello Europa con El dolor perfecto •2013 il Premio Selezione Campiello con L’amore graffia il mondo
Opere: •Le scarpe appese al cuore. Storia di un trapianto, Milano, Feltrinelli, 1995. •Un uomo che forse si chiamava Schulz, Casale Monferrato, Piemme, 1998. •Stramonio, Casale Monferrato, Piemme, 2000; Torino, Einaudi, 2009. •L’angelo di Coppi, Milano, Mondadori, 2001. •Il dolore perfetto, Milano, Mondadori, 2004. [vincitore della 58ª edizione del Premio Strega nel 2004); Premio Campiello Europa 2006] •Pensieri crudeli, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2004; Roma, Perrone, 2006. •Zingare, streghe e stregoni. Diario scompaginato di un anno stregato, Milano, Telecom Italia, 2005. •Un mare di nulla, Milano, Mondadori, 2006. •Comallamore, Milano, Mondadori, 2009. •Diletto, Roma, Voland, 2009. •La Repubblica di un solo giorno, Milano, Mondadori, 2011. •Ricucire la vita, Milano, Piemme Voci, 2011. •L’amore graffia il mondo, Milano, Mondadori, 2012. . •Garrincha, Roma, Perrone, 2013.
Featured image, Il dolore perfetto (cover). Seconda immagine, Un dipinto dalla complessa allegoria: Apoteosi dei soldati francesi caduti nella guerra di liberazione, Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioso.
Senokai nebuvau skaičius seno gero itališko romano. Ir čia netikėtai į rankas “įkrito” Ugo Riccarelli “Tobulas skausmas”. Labai itališkas, labai savotiškas, labai nuoširdus ir praturtinantis pasakojimas. “Tobulas skausmas” - ilga, paini ir neretai tragiška dviejų šeimų, įsikūrusių mažame Toskanos Kolės kaimelyje, istorija. Visų pirma, tai odė nuostabiai Italijos gamtai, kraštovaizdžiams, persmelktiems spalvų, kvapų, svajonių ir senųjų prisiminimų, gyvų legendų, išreiškianti meilę gyvenimui, aplinkai, grožiui ir žmonėms. Antra vertus, tai ir rauda dėl tragiškai susiklosčiusių XXa. Italijos istorijos įvykių. Krašto modernėjimas, revoliucijos, karų tragedijos, ispaniškojo gripo epidemija, okupacijos skurdas, žiaurumas savo artimajam - įvykiai, kurių fone autorius “įkurdina” Bartolių ir Bertorelių šeimų skirtingų kartų atstovų likimus, giminės iškilimą, klestėjimą, ir baigtį. Tai tikrų žmonių tikros istorijos - su pakilimais, nuopoliais, meile, šiltais santykiais ar beprasmėmis ydomis, atradimais ir praradimais. Romano kalba - tai tikra sodraus, šilto, nuostabaus grožio ir begalinio lyriškumo pasakojimo sintezė, atgaiva sielai. Klasikiniai turtingi sakiniai tarsi dailininko teptuko potėpiais dažo Kolės saulėlydį, kiparisus tolumoje, upę, užtvankas, miestelio namus ir aikštes. Vaizdai, kvapai, simboliai ir jausmai skaitytoją užburia, leidžia gyventi kartu su herojais, girdėti ir pasakoti jų gyvenimo legendas, stebėti įvykius veikėjų akimis, kartu mylėti ir nekęsti. Dar daugiau, klasikinė kalba sukuria tokį išsamumo ir neaprėpiamumo įspūdį, kad puikiai paverčia poros šimtų puslapių knygą pilnaverte šeimos saga. Pasakojime tikrai netrūksta nei įsigilinimo, nei turinio, o visas kartų likimas puikiai sugula į gan mažos apimties kūrinį. Dar viena dažna italų literatūros stiprybė - įsimintini veikėjų portretai. “Tobulas skausmas” ne išimtis. Čia herojai - išskirtinės asmenybės, gal ne visuomet teigiami, tačiau visada itin spalvingi, visi ypatingai žmogiški, klystantys ir įtikinantys. Asmenybių išskirtinumui paryškinti autorius pasitelkia simbolius. Pavyzdžiui, Bertorelių giminės vardų istoriją įkvepia graikų epai, jų klestėjimą užtikrina kiaulių prekybos verslas, jaunasis Solė kuria amžinąjį variklį, kai tuo tarpu kitam giminės atstovui gyvenimo prasmę kuria šildymo katilas, o pagrindinė herojė meldžiasi prie kapavietės, kurioje ilsisi tik senos šlepetės ir suknelės. Vis dėlto, akivaizdu, kad teigiamus herojus autoriui kurti buvo šiek tiek lengviau. Kai kurie neigiami veikėjai pasirodė turintys šiek tiek šabloniškų “blogiukų” bruožų ir galbūt galėjo būti įvairiapusiškesni. Galų gale, mane, kaip magiškojo realizmo mylėtoją, kūrinyje sužavėjo ta savotiška nuoširdi kaimiškumo dvasia, veikėjų gyvenimų vaizdavimas legendų ir pasakojimų forma, aliuzija į senąjį tikėjimą, jaučiamas dvasinis herojų ryšys, dažnu atveju siekiantis net skirtingas giminių kartas, gyvenimo dėsningumo vaizdavimas. Tikras pasimėgavimas skaitančiajam pavasarėjančiais gegužės vakarais. Nuoširdus, šiltas ir paveikus pasakojimas, sudėliotas iš begalės skirtingų detalių, likimų ir tobulų skausmų. Vertinu stipriomis keturiomis žvaigždutėmis iš penkių. Rekomenduoju šeimos sagų, vaizduojančių kelių kartų likimus, gerbėjams, skaitytojams, neabejingiems tobulam pasakojimo grožiui, pasakotojo nuoširdumui ir atvirumui.
A Colle, un paesino della Toscana, sono ambientate le vicende di due famiglie: quella dei Bertorelli, ricchi commercianti di maiali molto in vista nella piccola comunità, e quella della vedova Bertoli, che mantiene se stessa e il figlio affittando le camere della sua grande casa, e che conserva questo appellativo anche dopo che si unisce al Maestro, giovane anarchico arrivato da Sapri portando con sé due valigie, di cui una piena di libri.
"Nei molti anni del loro amore, anche quando nacquero figli e le difficoltà non mancarono, essi non manifestarono mai neppure la minima intenzione di regolarizzare quel rapporto attraverso il matrimonio. Del resto, per le sue convinzioni anarchiche, il Maestro non riconosceva autorità né allo Stato né alla Chiesa e, in ogni caso, dal giorno della sua prima passeggiata assieme al giovane uomo, la vedova Bartoli non aveva mai fatto cenno alcuno all’eventualità di un loro matrimonio".
I componenti della famiglia Bertorelli portano da generazioni i nomi altisonanti dei personaggi omerici, ci sono Ulisse, Achille, Ettorre, Telemaco, Euridice, Elena Penelope...; la famiglia del Maestro invece chiamerà i propri figli con nomi che rimarcano i sentimenti anarchici del Maestro stesso, Ideale, Mikhail, Libertà, Cafiero. Due famiglie decisamente distanti, i cui destini andranno ad intrecciarsi quando due loro figli, l'Annina e Cafiero, si innamorano e pretendono di unire le loro vite.
Dall'incrocio accurato delle varie vicende origina un romanzo realista, nella tradizione letteraria italiana delle saghe familiari. Sullo sfondo, riferimenti storici dell'Italia dalla fine dell'Ottocento alle due guerre, vicende che inevitabilmente segnano la vita di tanti personaggi delle due famiglie. Sono tanti, e spesso i loro nomi si ripetono uguali di generazione in generazione, ma la penna abile e delicata dell'autore li tratteggia con chiarezza, ognuno con caratteristiche proprie e ben distinte. Il risultato è un romanzo drammatico ma anche delicato ed elegante, scritto con una prosa raffinata (qualcuno ha anche detto barocca ma secondo me non è così): la percezione del dolore, assoluto e perfetto, è il filo conduttore che ci accompagna nella narrazione, un dolore non sempre collegato a morti (quante morti, in verità!) ma anche al riconoscimento di una perfezione del momento vissuto, bello o brutto che sia.
========== Forse fu semplicemente la costanza, la tenacia di un desiderio così forte da costringere le cose ad accadere, e non viceversa. ========== Non fu facile, ma tra le carezze, i pianti, le suppliche, l’Annina seppe persuaderlo che solo l’eredità della loro madre avrebbe potuto salvare la Mena. Sole dunque fece allontanare ogni persona dalla stanza e si mise accanto alla zia a ricordare. Iniziò con parole circolari, per formare un’onda, e poi pian piano, con carezze di verbi, la portò sopra una spiaggia al caldo, e la distese. Quindi l’avvolse tutta con frasi larghe, morbide, di spugna, e intanto iniziò a massaggiarla così come la Rosa gli aveva spiegato in tanti giorni passati a raccontare. ========== Quando il nipote prese a circondarla di parole, da quella specie di sonno insanguinato nel quale era sprofondata la Mena cominciò a sudare tutta la solitudine e tutto il dolore che negli anni aveva nascosto dentro di sé senza mostrarli a nessuno. Come nel turbine di una tempesta, Sole dovette lottare contro la durezza che si opponeva alle sue storie, cercare gli aggettivi più adatti per insegnare la tranquillità a chi al suo interno conservava solo disperazione. ========== Se ne rimase immobile con questi desideri, e con il sentimento che la vita sia un insieme di attimi che mai una sola volta, neanche una sola volta riusciamo a controllare, che sfuggono, anticipano o ritardano senza preavviso e si prendono gioco di chi tenta di ingannare il dolore riempiendo il cuore di nuvole e cielo. ========== ..e di tanto altro per cui ora non trovava le parole, ma lo vide di fronte a sé, fermo, col fucile in mano, perso anche lui in un tempo che se non fosse riuscita a fermare in quel preciso istante non avrebbe mai più avuto fine, e allora capì di aver bisogno di almeno tutta la vita per spiegargli anche soltanto una delle infinite cose che aveva da dirgli. ========== Ma ora, con quella lettera tra le mani, tutto tornava indietro, e la sua vita immaginata si sgretolava di fronte all’amore che non muore, che vive e ritorna senza possibilità di nascondersi. ==========
Nonostante le critiche spezzo una lancia in favore di questo libro che mi é stato prestato ma che, se ritroverò sulla mia strada, adotterò sicuramente. A me è piaciuto moltissimo perché è diverso dai libri che ho letto fin'ora Parla di storia ma da un punto tutto diverso quello delle persone che l'hanno vissuta sulla loro pelle attraverso i loro pensieri, ricordi, parole e perfino odori La scrittura scorrevole mi ci ha fatto immergere in pieno facendomi provare tutte le emozioni che vivevano queste persone fino all'ultima pagina. La nostra storia, quella del popolo, che molti si sono dimenticati e altri non vogliono conoscere. La storia ci insegna, anche in questo caso, che non va mai dimenticato nulla e che su puó tramandare nel futuro attraverso i nostri figli...perfino i piccoli dettagli famigliari dovrebbero essere tramandati per farli vivere in un moto perpetuo attraverso il tempo.
Tenero e malinconico, filigranato da una dolcezza crudele e persistente, questo romanzo è una sorta di dagherrotipo seppiato, che ritrae una famiglia d’altri tempi, come una galleria di personaggi che potrebbero essere lontani cugini dei Buendia, o dei Malavoglia... Le parole sono scelte con cura, le immagini costruite come quadri, densi di statica imponenza. Se questo romanzo fosse un quadro sarebbe “Quarto Stato”, di Pelizza da Volpedo. La vita di una, due, tre famiglie, è ritratta in ogni suo istante: nascita, amore, dolore, morte, politica, fede, solitudine, violenza... Non manca nulla. Con la storia dei Bertorelli, dagl’improbabili nomi epico-mitologici, o della famiglia del Maestro, l’Anarchico, i cui figli portano nomi altrettanto assurdi –si chiamano Ideale, Libertà, Mikhail...- passa la storia del secolo breve, con i suoi tremori, le sue dolcezze, i suoi orrori. Curiosi, i nomi dei protagonisti del romanzo. Il più insolito è Sole. Ci sono diverse generazioni di Sole, che attraversano il tempo e le pagine, e hanno un sogno, sempre lo stesso: andare ad Oriente. S’è mai visto un Sole che va verso Est? E’ come se Riccarelli volesse fermare la storia, girando a ritroso la manovella del tempo: Libertà, la macchina del moto perpetuo costruita da uno degl’Ideale, alla cui ombra nascono amori e vengono fucilati disertori, è una metafora di qualcosa di grande quanto la Storia. Romanzo alle volte un po’ troppo allegorico, con una struttura meravigliosamente circolare (la prima e l’ultima pagina chiudono la narrazione ad anello), consigliabile agli amanti di Marquez, che non si perdono tra i flussi generazionali, agli appassionati di Baricco, uno dei più grandi giocolieri della parola, e a chi ama le grandi saghe di famiglia. Epico. Doloroso. Perfetto. Quasi...
Negentien jaar geleden kocht ik dit boek nadat het door iemand werd aanbevolen in Humo in een zomerinterview. Het bleef al die tijd ongelezen in mijn boekenkast staan, tot nu dus.
De thematiek en achtergrond is de evolutie van Italië van het laatste kwart van de negentiende eeuw tot medio twintigste eeuw, via het wel en wee in de levens van twee families, met verschillende achtergronden uit hetzelfde dorp. De vele personages maken het soms wat ingewikkeld om te volgen.
Het vertelperspectief is dat van de auctoriële verteller.
Het won in 2005 de ‘Premio Strega’.
Het boek geeft mij een dubbel gevoel. Enerzijds ben ik onder de indruk van de prachtige taal en de poëtische en dromerige beeldspraak, maar als liefhebber van historische romans blijf ik wat op mijn honger zitten. Het boek is magisch-realistisch en dat is dan toch blijkbaar een genre dat mij persoonlijk minder aanspreekt. Desalniettemin vind ik het een aanrader.
“De dingen zijn wat ze zijn, hebben hun eigen leven, hebben vormen, gedachten, een leeftijd en zelfs een kleur. Wij zijn degenen die onderscheid maken, barrières opwerpen, iets verheffen, neerhalen, zeggen wie goed en wat juist slecht is.”
Per me il protagonista assoluto di questo romanzo è il potere delle parole, parole che impediscono al passato di dissolversi, ne proiettano l'eco nel presente e nel futuro. Ho a tratti apprezzato il linguaggio, l'uso di immagini evocative, quasi poetiche. Non ho apprezzato la ripetitività di alcune di queste immagini, nè i tanti personaggi con lo stesso nome che, in qualche situazione, mi hanno confusa e neppure il voler contrassegnare a forza alcuni momenti come di 'dolore perfetto': sarebbe bastata la prima scena della nascita dell'Annina a cesellare il significato del titolo. Ho trovato un pò forzato anche l'espediente di voler rendere il destino di queste famiglie circolare con lo sbaglio di Anis'ia. Un libro che mi è piaciuto ma non mi ha convinta del tutto.
Due famiglie a confronto, una ricca e una povera, per diverse generazioni, hanno però una cosa in comune: un continuo e costante "dolore perfetto". Confesso che mi sono persa perché mentre una famiglia sceglie i nomi dei figli a seconda del periodo storico, l'altra continua a riassegnare i soliti nomi e alla fine si confondono le varie generazioni, ma la cosa peggiore è l'auto compiacimento dell'autore ogni volta che chiude una storia con "il dolore perfetto", che mi ricorda un po' il Manzoni con la sua Divina Provvidena, con la differenza che Manzoni era infinitamente meno noioso e la storia di sicuro più interessante.
Sulla cifra stilistica non si discute, il libro scorre veloce ripercorrendo più di mezzo secolo di storia patria in modo leggero e avvincente. La vicenda inizia sul finire dell'Ottocento e ha il sapore di una vera e propria saga familiare: matrimoni, nascite, morti e poi il Risorgimento, le due guerre mondiali e il fascismo. Personaggi forti, di una volta, con la mitica Annina a vegliare sulla storia. Unica cosa, ma lo potevo capire anche dal titolo, una nota malinconica a velare il tutto. Da leggere con un amuleto in tasca!
Ho comperato questo libro perché ha vinto il premio Strega senza leggere le recensioni di altri lettori, se le avessi lette non lo avrei comperato. L’ ho letto tutto sino alla fine perché la mia regola è finire anche i libri che non mi coinvolgono. Quindi … Non mi è piaciuto! Concordo pienamente con il commenti negativi e ne condivido le motivazioni. Voto 6,5 sufficiente perché secondo me è scritto tecnicamente bene. Non comprerò più libri di questo autore. Ma perché ha vinto il premio strega???