Ho scoperto solo recentemente (e lo dico non senza imbarazzo) Giorgio Bassani di cui ho letto alcuni mesi fa "Il giardino dei Finzi Contini", rimanendone incantata. Con il timore di una certa delusione (dato che ero partita dall’opera considerata il suo capolavoro) ho affrontato questo breve romanzo. Che non mi ha delusa affatto. Sembra un’opera in parte preparatoria a "Il giardino dei Finzi Contini" perché racconta la stessa Ferrara verso la fine degli anni Trenta, sorpresa dall’emanazione dalle leggi razziali, con gli occhi dello stesso io narrante, un giovane ebreo della media borghesia cittadina, studente pendolare di lettere a Bologna e amante del tennis (anche i genitori e i fratelli dell’io narrante vengono ripresi nel Giardino dei Finzi Contini, così come sono già nominati i Finzi Contini ed altri personaggi in questo romanzo); un’opera preparatoria perché meno complessa ed ambiziosa nell’intreccio narrativo e nel numero di personaggi. Giorgio Bassani è un narratore di altissimo livello: con pochi tratti disegna in modo vivo, reale, con grazia, con un tono di nostalgia lontana, Ferrara, le sue strade, le sue piazze, la sua aria di provincia, la quiete di una cittadina nella prospettiva di una borghesia piuttosto benestante e soddisfatta dell’ordine garantito dal fascismo, fino alla ferita delle leggi razziali che colpiscono proprio una parte dell’élite sociale ferrarese. Fra questi l’io narrante che si avvicina al dott. Fadigati, figura al centro dell’opera, uno stimato e mite medico otorino. Omosessuale. Fintanto che il medico vive dissimulando discretamente le sue scelte sessuali, l’alta borghesia a cui appartiene lo tollera e cerca di ignorare il suo “vizietto”; ma quando, a causa di un giovane cinico ed arrivista, che sfrutta l’amore ingenuo del dottore, l’omosessualità di Fadigati non è più ignorabile, la società lo emargina fino ad isolarlo totalmente. Il medico, descritto con raffinatezza psicologica e letteraria, vive per primo la sua natura come una colpa, quasi giustificando la discriminazione di cui è oggetto, divenendo due volte vittima perché violentato nella sua identità e perché isolato come un appestato, un reietto. E il personaggio di Fadigati è letto con gli occhi dell’io narrante, che sente vicino il dolore del medico in quanto anch’gli è vittima di una discriminazione, quella razziale, che vive con rabbia e con senso di ingiustizia, diversamente dall’atteggiamento di rassegnazione del medico. La penna di Bassani è carica di un’amarezza mai greve, anzi ricca di grazia, di compassione (nel senso di pietas), di levità, quasi di nostalgia affettuosa per un mondo lontano e perduto (quello della sua giovinezza), nonostante le sue dolorose ingiustizie.