Due personaggi.
Max Schulz, povero e ariano e Itzig Finkelstein, biondo ed ebreo, figlio di un ricco barbiere.
Abitano nello stesso villaggio, sono amici.
Ma siamo nella Germania degli anni 30 e, la storia di “Il Nazista e il Barbiere”, ahimè, non è quella che potremmo sperare.
Nessuno salva nessuno, anzi.
Anzi.
Schulz si fa prendere dall’ideologia nazista, entra nelle SS ed uccide Itzig Finkelstein e la sua famiglia. Finita la guerra, da perdente, fugge ai Russi e torna in Germania, dove si appropria dell’identità di Itzig Finkelstein e si fa passare per una vittima della guerra, scampata agli orrori del campo di concentramento (forte anche dei tratti somatici a suo avviso simili a quelli degli ebrei e non certo degli ariani): studia i precetti dell’ebraismo e successivamente si trasferisce in Palestina, dove, sfruttando il suo stato di “vittima di guerra”, riceverà gli aiuti destinati alle vittime dell’Olocausto e si batterà per la nascita dello stato di Israele.
Dite la verità, una trama tanto strana per “raccontarci” l’Olocausto non l’avevate mai incontrata, vero?
Nemmeno io.
A dire il vero questo di Edgar Hilsenrath va oltre un semplice racconto sull’Olocausto.
Irriverente, cattivo, spiazzante, tragicomico, “Il Nazista e il Barbiere” è una storia paradossale di parti rovesciate, scritta con ironia ma che, nonostante ciò, non ci strappa mai un sorriso: ci fa entrare nella pelle del carnefice e ci porta ad osservarlo mentre agisce da vittima, e forse (forse?) crede davvero a ciò che sostiene, a ciò per cui si batte.
Qual è, nella sua mente, il confine fra realtà e finzione? Fin dove mente e fin dove crede in ciò che dice? Alla fine, è solo un carnefice o anche una vittima?
E’ un libro complesso, questo, grottesco ma intelligente, che suscita molte riflessioni.
Da scoprire.