Avendo deciso di rileggere la quasi totalità della produzione letteraria di Benni, per pulirmi la bocca dopo un ahimè pessimo "Achille Piè Veloce" sono passato al mio romanzo preferito di sempre, Pane e Tempesta. L’obiettivo: capire se Benni fosse stato un abbaglio di gioventù, o se alcuni dei suoi libri non mi vanno più a genio dopo aver superato l'adolescenza.
Per fortuna devo confermare, con alcune precisazioni, che questo libro è, almeno nei caratteri fondamentali, esattamente come lo ricordavo.
Andiamo con ordine.
Non credo che quest'opera possa essere pienamente apprezzata da persone che non hanno vissuto almeno una parte consistente della loro vita in un paesino dove più o meno si conoscono tutti. Aggiungo che, nel mio caso, la situazione è ancora più peculiare: pur avendo vissuto in un paesino del genere, per motivi di forza maggiore non mi è stato permesso conoscere tutti, né ho avuto la fortuna di stringere relazioni di amicizia durature con i miei compaesani.
In un periodo, quindi, in cui anelavo qualcosa che non ho mai posseduto, lessi questo libro, che per l'appunto si riconferma magistrale nella sua rappresentazione di quella marmaglia curiosa e unica che costituisce i frequentatori del Bar Sport di Pane e Tempesta.
In altri termini, quest'opera mi ha generato ricordi nostalgici che non ho mai vissuto, ma che ricordo sempre con estremo piacere, dei palliativi dell'ippocampo che mi fanno sempre sentire in quella casa che non mai veramente sentito come mia.
Solo per questo, l'opera di base merita il massimo dei voti. Non è oggettivamente perfetta, ma le sensazioni che mi genera sì, e bona l'è.
Visto il rispetto enorme che ho nei confronti di Benni, ho deciso di analizzarla (circa) capitolo per capitolo, tralasciando quelli brevi e inutili. Conscio del fatto che la somma delle singole parti non equivale al tutto, ci tengo a dare una panoramica generale dell'opera.
Ma prima, un po' di introduzione.
STORIA&PERSONAGGI
La storia, tragicomica, parla di un paesino, Montelfo, costruito su una montagna. Il corrotto imprenditore della zona, Settecanal, sta distruggendo il bosco e costruendo un enorme centro commerciale polivalente, con l'obiettivo di attrarre turisti e ricchezza, e con la connivenza del sindaco, presumibilmente corrotto a sua volta.
Il romanzo è basato come un insieme di racconti a trama verticale, che si innestano su una trama orizzontale abbastanza sbrigativa: Settecanal avrà la meglio, il Bar Sport verrà inglobato, e Montelfo insieme al suo bosco verranno irrimediabilmente cambiati in negativo.
I personaggi sono i più variegati, e qui secondo me Benni riesce a dar vita a quello che gli altri libri (Bar Sport, Bar Sport 2000, Il Bar Sotto Il Mare) non sono riusciti (o non puntavano) a fare: un cast corale, dolcissimo, stereotipato al punto giusto, e con una coerenza narrativa (e quindi umoristica) semplicemente sensazionale.
Ogni personaggio ha un nome che richiama la qualità distintiva che lo caratterizza, e nelle sue battute gioca sempre su ciò. Vitale il Becchino, con le sue cupe battute che richiamano la morte, Culobia la sarta fortunata, che vince gratta e vinci a manetta, Basettina il Barbiere, effemminato ed omosessuale anche nelle sue esternazioni pubbliche...
Insomma, proprio quel gruppo di persone strambe e uniche che si può trovare in un paesino di poche anime nel mezzo del nulla.
Inutile dire che tutto questo non funzionerebbe minimamente se Benni non fosse un maestro della Parola, e con le sue figure retoriche vivissime, i neologismi, l'inventiva e la chiarezza espositiva (e a differenza di Achille, quasi mai pretestuosa), riesce a bilanciare perfettamente il tipo di umorismo vecchio stile, oserei dire da boomer, con quello un po' più vivace e contemporaneo che fa effettivamente sorridere o ridere.
Un bilanciamento tale è estremamente difficile, perché scadere nell'imbarazzo di seconda mano è facilissimo, eppure Benni ci riesce nella stragrande maggioranza dei casi, magistralmente.
Il problema è proprio che quando si parla di opere così ben scritte, è anche difficile per me trovare parole di stima adeguate. Il testo in questo caso parla da sé. Quindi, preferisco concentrarmi sui difetti che comunque macchiano l'opera, analizzando capitolo per capitolo, parte per parte.
PARTE 1
Il risveglio del Nonno Stregone (very good)- Il Nonno Stregone va al bar (good) - Piombino, Alice e altra gioventù (good)
Capitoli introduttivi, accorpati, semplicemente perfetti.
Si introduce il Nonno Stregone, il protagonista e raccontaballe della storia, con un mix di umorismo, interrogazioni esistenziali filosofeggianti (non in negativo), e tragicità. Si alternano i ricordi per la defunta moglie e la sua caratteristica peperonata alla commozione che causa non lacrime ma peti lacrimogeni.
Successivamente si parla del Bar Sport, che più che un luogo è un vero e proprio personaggio facente parte del cast, ed alcuni bambini, tra cui Alice, Piombino e Giango, oltre all'oste Trincone.
Sembra che Benni ci accompagni insieme al Bar, donandoci una sensazione di familiarità e calore umano.
Qua iniziano anche a comparire i primi temi ambientalisti, comunque funzionali alla trama e credibili all'interno dell'universo narrativo, ma che risulteranno via via sempre più problematici. Ma tempo al tempo.
La Prima battaglia del Bar Sport (!!)
A conti fatti il mio capitolo preferito (magari il secondo) dell'opera. Benni introduce il primo racconto, il dilemma, la potenziale morte del Bar Sport come lo si conosceva, che succede alla morte del famoso oste Tramutone Secondo. Già qui l'abilità linguistica emerge, con nomi memorabili e insuperabili.
Si descrive la sua assurda e tragica morte, che risulta avvincente proprio grazie alla capacità descrittiva di Benni.
Si passa poi alla lotta tra il nuovo proprietario che vuole rivoluzionare il Bar, e gli habitué che vogliono mantenere tutto come prima. Tra partite a tressette virtuale, sabotaggi, malefici della Mannara... la battaglia si conclude con la vittoria.
Qua si ravvedono, di nuovo, idee di matrice anti-capitalista, ma tutto sommato di piccola caratura e comprensibili. Nulla da dire, Benni è un genio.
La Cabina Fantasma (good) - Ispido Manidoro (good)
Un tuffo nel passato, una cabina telefonica che ha un ultimo compito da svolgere (col contributo forse un tantino esagerato degli gnomi del bosco...) e la comparsa di Ispido Manidoro, riparatore tuttofare. Amarcord narrativo, risate ed ilarità. Si tenta di sabotare le ruspe che stanno sventrando il bosco per creare una strada diretta al paese.
Che fare? Il raduno dei cervelli (!)
Altro capitolo abbacinante nella sua bellezza, tutti i personaggi principali vengono introdotti e degustati, con dialoghi di gruppo esemplari (da prendere appunti su come gestire così tanti personaggi dando loro lo spazio di una manciata di righe). Di nuovo, ben poco da dire: Benni ti fa entrare in testa gente che non vedrai citata per altre 200 pagine, con una manciata di battute.
Il cane più intelligente del mondo (very good)
La storia di Fen il Fenomeno, grande racconto divertente e a tratti commovente, che pesca direttamente dall'immaginario collettivo di paese: il cane randagio amato da tutti, brutto, sbilenco ma intelligente e speciale, il tutto reinterpretato alla luce delle iperboli benniane.
Arriva Rex (good) - Ciccio e il Grande Omar (very good)
le ruspe danneggiate? Si scopre che uno degli operai era un abitante di Montelfo, Ciccio il Misero. Un nome un programma. Di nuovo, pescando dal folklore di paese, si passa dalla collezione quasi spasmodica di figurine panini, alle carte rare introvabili, le amicizie basate sulle apparenze e le presunte ricchezze che a quell'età risultano inestimabili... il tutto racchiuso in una storia commovente di un povero ragazzo che non poteva permettersi più di qualche pisello per giocare a biglie con gli amici.
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Prima parte fenomenale, al netto dell'apparizione dell'ideologia sottostante, finora contenuta e anche condivisibile, che verte sui temi dell'ambientalismo, dell'anti-capitalismo e dell'anti-progresso (già meno condivisibile). Per fortuna è tutto contestualizzato e sopportabile, al netto del fatto che il proprietario stronzo del Bar Sport, le modifiche che voleva fare non erano poi tanto assurde o ingiustificate, anzi...
Ma di nuovo, Benni riesce a far mandare giù il rospo, rendendo impossibile non giustificare un comportamento reazionario per le sorti del Bar.
PARTE 2
Ciccio Big Italian Boy (good) - Il Sermone di Velluti (bad)
Si riprende con l’accettazione di Ciccio da parte del gruppo, che ha distrutto il monumento ad Inclinato per rallentare i lavori (un po’ strano non venga arrestato subito, errorino…). Di nuovo, a tratti commovente, con i bambini che fanno una raccolta di album contemporanei da offrirgli in dono.
Purtroppo qua iniziano le beghe ideologiche. Di per sé il discorso è scritto molto bene, e con battute genuinamente divertenti (lo stupido del paese che dice di non esserlo così tanto da credere al monologo del sindaco, quest’ultimo che fa il ventriloquo per generare assenso da parte di finti animali), con delle battute anche azzeccate e sensate, con le critiche al trasformismo ed il cerchiobottismo politico, tipico di una certa corrente moderata che viene spesso sfottuta dagli estremi dell’agone politico.
Il problema è che… per quanto Benni cerchi di dipingere Settecanal come un uomo malvagio ed il sindaco come un viscido corrotto, non basta. Cioè, si, all’interno della storia ha decisamente ragione, ma le idee di rinnovamento, la costruzione di un centro polivalente, che ovviamente non possono passare (e non passerebbero mai) per la distruzione di un bosco, sono giuste.
È questo il motivo per cui, al netto della bravura di Benni, non posso approvare un capitolo del genere. Perché ho già letto troppe storie sui NOTAV, NOTAP, ecc. E sarebbe ingenuo e stupido da parte mia non riconoscere che questo specifico tipo di narrazione rafforza, nelle menti dei lettori specialmente inesperti (come lo ero io all’epoca) una mentalità NIMBY molto pericolosa per il Paese, in cui è già preponderante.
Apprezzabile comunque le bacchettate sia a destra sia a sinistra all’interno del capitolo, puntando sulla parodia del politico democristiano di un “centrismo illuminato”. In realtà il capitolo, in sé, è molto divertente e ben scritto come ci si aspetterebbe da Benni, ma non posso più perdonare certi tipi di pensieri.
Storia di Inclinato e del suo monumento (!)
Un altro punto altissimo dell’opera, con un finale che alterna momenti comici a struggenti. Benni sa centellinare le parole riuscendo ad esprimere con pochissime parole “A Inclinato - Grazie. E bona l’è” tutto ciò che altri blasonati scrittori avrebbero vomitato in fiumi e fiumi di inchiostro. La partita a ping pong col diavolo è anche uno dei momenti più divertenti, con i vari santi introdotti, l’aiuto faustiano di Lucifero, il sacrificio per salvare il parroco adottivo (qua la presenza nazifascista è ben giustificata, non come in Achille Piè Veloce), la critica sociale ai politici che vogliono riconvertire ed intascarsi il merito di ogni pensatore o personaggio famoso del passato. É così che si introduce la propria ideologia nel racconto.
Storia e metamorfosi del bar (ok)
Non c’è molto da dire, intermezzo abbastanza blando, ma descrittivo e destinato all’approfondimento del Bar Sport in quanto tale. Niente di eclatante, un capitolo non per forza poco ispirato, ma quantomeno un po’ troppo breve. Avrebbe giovato di una manciata di pagine in più.
Storia di Grandocca (!)
Altro grande racconto, si unisce la critica sociale all’avanzare del progresso tecnologico. Di nuovo, Benni sa come farci empatizzare con un personaggio introdotto manco una pagina fa. Sebbene non sia per forza d’accordo con il messaggio di fondo (alla fine il baratto non può sostituire il denaro, per fortuna, e se hanno comprato il bosco è normale non accettare zingari sul proprio territorio), la storia di Grandocca finisce per toccare nel profondo. L’ingenuità di un energumeno ignorante che non conosce il mondo, e che tramite una radio finisce per innamorarsene… al punto da suicidarsi al costo di farle mangiare un pochino di elettricità.
Ulteriore conferma, come se servisse, di quanto è bravo Benni a introdurre una storia, andare dritto al punto, e farti sentire un affetto vivo e pieno per un personaggio a dir poco secondario.
Tore scopre il web (bad)
Storia abbastanza terribile. Non è divertente, non funziona, inizialmente promette bene quando le capre si mettono d’accordo per aiutare il padrone, ma le lunghe lettere risultano pesanti e per nulla divertenti. Il finale, prevedibile e banale, non attacca e non fa ridere. Peccato, gli animali parlanti della fattoria avrebbero rappresentato un punto di riscatto ben più divertente di Tinder…
La dolce insidia (meh)
Di nuovo critica spiattellata a Berlusconi (chiaramente citato con le espressioni abilmente utilizzate), che viene demonizzato. Da un lato, fa avanzare la storia, dall’altro, Benni prende un concetto un po’ banalotto come l’estirpazione dell’anima per diventare migliori, e lo esprime in un modo tutto suo che lo rende quantomeno piacevole da rileggere per l’ennesima volta.
Berlusconi se lo merita, e nel 2009, anno di pubblicazione, aveva e avrebbe fatto una caterva di danni, ma mi è sembrato comunque un po’ esagerato. D’altro canto, la sinistra non ha mai veramente saputo staccarsi dall’anti-berlusconismo come cavallo di battaglia, quindi…
Continua la propaganda anti-progresso, per cui accettare un miglioramento delle condizioni economiche tramite investimenti sul territorio risulta una scelta scellerata.
Crimini e galline (good)
La versione Pane e Tempesta dei delitti di Sarah Scazzi e Yara Gambirasio, in poche parole. Molto carino e divertente, critica sociale adatta, forse un po’ stucchevole, colpo finale prevedibile ma affrontato bene (la nuova storia ancora più assurda che soppianta quella delle galline fa veramente ridere). Ci sta
La nuvola (good) - Sofronia contro Rasputin (good)
Ne La Nuvola, Benni inizia a gettare le basi per la svolta drammatica finale (in realtà i prodromi si possono vedere sin da “La dolce insidia” con la pulce gettata nell’orecchio dell’oste Trincone). Risulto pedante, ma di nuovo, complimenti a Benni nella descrizione ambientale e umorale. Il deterioramento, le contraddizioni nelle azioni delle persone (Culobia perde il gratta e vinci, suo marito Curnacia il Menagramo vince). Una nuvola fantozziana che fa presagire dei bei tempi che furono.
Il racconto più lungo del libro, quello di Sofronia e Rasputin, è estremamente carino, anche se le lunghe ricette mi sono risultate un po’ pesanti da leggere. Al netto del fatto che io disprezzo leggere ricette di cucina, devo dire che Benni ha fatto proprio un bel lavoro linguistico.
La fine del racconto, poi, è serafica. La cosa che noto in quasi ogni singolo capitolo è che Benni riesce in modo innaturale a trovare la combinazione di parole giusta per dare l’effetto teatrale da battuta finale, senza scadere mai nell’auto-compiacimento o la stucchevolezza.
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Una seconda parte in cui si entra nel vivo della storia orizzontale, cupa e secondo me troppo influenzata dall’ideologia di fondo che non condivido per niente. Il racconto di Tore è il punto più basso del libro, così come le critiche nemmeno velate a Berlusconi (che si concentrano nella affermazione che i destrorsi sono fondamentalmente inumani, in quanto privi d’anima).
PARTE 3
Il trisogno e la lettera fatale (good) - il racconto dello gnomo (bad)
Si parte con un’altra avvisaglia sul futuro del paese, ed un breve racconto sugli gnomi. Quest’ultimo è ulteriormente inquinato dall’ideologia ecologico-socialista, e quindi non merita particolare considerazione. C’è una critica abbastanza banale all’ecologia umana, che risulta invecchiata male. Mette in testa alle persone idee sbagliate.
Trincone l'Amoroso (bad)
Il secondo (e ultimo) racconto brutto del libro. Non c’è molto da dire, risulta esageratamente lungo, la battuta finale che dovrebbe giustificarlo è banale, e la storia non risulta quindi né tragica né comica. Peccato.
La gita al mare (very good) - Il tradimento (ok) - Addio, Bar Sport (good)
Finalmente si ritorna in alto con la gita al mare, la plotline di Archivio viene conclusa insieme a quella tra Piombino e Alice, in un momento agrodolce che alterna cazzeggiamenti, risate, gioie e tristezza per l’avvenire. Come sempre targato dal proverbiale linguaggio di Benni.
Il tradimento è paradossale, perché è un buon sviluppo per la trama, ma fa esprimere ad uno dei cattivi, Clemente il Serpente, una affermazione fondamentalmente vera “non sapete nulla delle leggi del mercato”, riferendosi al motivo per cui Trincone ha accettato di vendere il bar. Impossibile dargli torto…
Addio Bar Sport è una breve aggiunta conclusiva al precedente capitolo, al punto da risultare quantomeno strana la divisione.
La Grande Carestia (good)
Una bella storia su un futuro possibile, sulla possibilità di riscatto e la rivincita contro le avversità, meteorologiche e non. Storco un po’ il naso all’idea che tutto si possa risolvere con la buona volontà, le tradizioni, e rifiutando il progresso tecnologico (cosa abbastanza implicita nel racconto), ma apprezzo che sia un futuro possibile, non reale.
Il racconto del pozzo (!) - Il canto del bosco (!!)
Si arriva alla conclusione definitiva, con due capitoli semplicemente sensazionali. In un certo senso, mi dispiace constatare che Benni si schieri dal lato diametralmente opposto al mio, secondo me sbagliando, perché oltre ad una accorata storia sulla morte del vecchio, commovente e perfetta fin nei minimi dettagli, aggiunge una verità importantissima: l’importanza a lottare per la libertà, e difenderla da tutto e tutti, anche quando la carrucola risulterà dura e l’acqua del pozzo scarseggerà.
Viene declinata in termini socialisti, risultando quindi in ultima istanza un non-senso, però tutto ciò che dice è vero e sentito, almeno dal sottoscritto.
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In definitiva, com’è Pane e Tempesta? Al netto dell’impalcatura ideologica che, come non nascondo, rigetto pienamente, è impossibile non affezionarsi ai personaggi, a non struggersi per la loro fine, e non supportare le loro cause, anche se non necessariamente giuste.
Il romanzo è editato bene, risultando semplice da leggere, ma qualche fusione in più per i capitoli più brevi avrebbe giovato. Allo stesso modo, risulta un tocco troppo breve. 30 di pagine, espandendo magari la fine del Bar Sport, sarebbero state a mio avviso adeguate. Ma visto che Benni si sarebbe concentrato sulle conseguenze del capitalismo... Meglio così.
10/10