Persuaso dal devoto amico Cazotte, celebre artista ed irriducibile libertino, a sposare la principessa Ludmilla, il giovane principe Lotario, avvinto dalla passione, concepisce un figlio con l'amata prima ancora che siano celebrate le nozze. Per evitare lo scandalo e non incorrere nelle inevitabili questioni dinastiche derivanti dall'illegittimità del nascituro, la coppia segue il consiglio di Herr Cazotte, e si rifugia per alcuni mesi in un castello appartato a Rosenbad, attorniata da una corte di fedelissimi disposti a tutto pur di proteggere il prezioso segreto. Per volere dello stesso Cazotte, il ruolo di damigella d'onore viene affidato alla virginea Ehrengard, una fanciulla d'illustri natali la cui purezza d'animo, unita ad un'inconsueta bellezza, colpisce la fantasia dell'artista che, incapace di resistere alla tentazione di un'avventura, si ripropone di sedurla e legarla per sempre a sé, senza tuttavia provare neppure a sfiorarla.
Le cose però prendono una piega inaspettata.
Non ho letto molto di Karen Blixen: la mia unica esperienza con le sue opere, risalente ormai ad alcuni anni fa, è rappresentata da Capricci del destino, una raccolta di brevi racconti a metà tra fiaba e leggenda (uno su tutti: il celebre Pranzo di Babette) che, più che per le trame in sé, mi colpirono per l'intensa potenza evocativa e per la capacità di richiamare, attraverso la pura e semplice arte della narrazione, l'incanto e le atmosfere tipiche dei paesi del Nord.
Scritto nella fase conclusiva della sua vita, e pubblicato postumo nel 1963, Ehrengard appare un po' come una sorta di coronamento della carriera dell'autrice: un racconto dai forti richiami poetici, folcloristici e filosofici in cui ritornano i principali temi del romanzo classico a partire da quello che, nello specifico, costituisce il cuore dell'opera: il tentativo di seduzione ai danni di una giovane innocente, per mano di un raffinato esteta dalla discutibile moralità.
La storia si compone di tre parti, ciascuna delle quali associata ad un diverso movimento musicale: la prima, che funge da preludio, dal tono spiccatamente fiabesco; la seconda, definita dalla stessa narratrice una tipica pastorale, caratterizzata da un incedere lento (a tratti perfino troppo) e dal frequente ricorso allo stile epistolare; la terza, il rondò, dominata invece da un ritmo narrativo serrato e da una rapida successione di eventi, e generalmente pervasa da un sottilissimo tocco d'ironia che nelle ultime pagine, sia pur con immutata discrezione, diventa inaspettatamente la nota dominante.
Nonostante la singolare meticolosità con cui la scrittrice ha curato ogni minimo dettaglio - anche l'oggettivo sbilanciamento della seconda parte rispetto alle altre due è frutto di una scelta consapevole, e motivata dalla perfetta aderenza alla struttura musicale su cui è imbastito l'intreccio - devo ammettere che la lettura non mi ha conquistata come mi sarei aspettata.
Innanzitutto, rispetto alla mia precedente esperienza, questa volta la prosa della Blixen, seppur raffinatissima e sobriamente elegante, mi è parsa a tratti leziosa; in secondo luogo, e questo, a mio avviso, è indubbiamente il problema più serio, ho trovato l'impostazione del racconto non del tutto convincente. Da un lato, infatti, l'autrice, affidandosi ad una narrazione essenziale, sembra principalmente intenta a rievocare un'antica leggenda (nel medesimo stile di Capricci del destino) dove il valore simbolico ha la meglio sulla storia in senso stretto; dall'altro, però, la decisione di dilatare la narrazione soffermandosi a lungo su elementi filosofici e descrittivi, colloca l'opera ad un livello superiore, quasi a preannunciare un racconto assai più complesso ed introspettivo di quello che, in realtà, intende consegnarci.
Un vero peccato a parer mio, perché la trama in sé è molto graziosa, e il personaggio di Ehrengard, creatura eterea ed apparentemente inconsapevole, destinata a rivelarsi un'impavida amazzone ed un'inesorabile giustiziera, avrebbe senza dubbio meritato uno spazio ed un approfondimento ben maggiori di quelli che le sono stati concessi.
Stesso discorso per l'epilogo a sorpresa, che benché apprezzabilissimo nell'essenza, ho trovato eccessivamente rapido, come se ad un certo punto la Blixen avesse avuto premura di concludere la storia. Esigenza tutto sommato condivisibile, se si considera che Ehrengard è di fatto un racconto breve, ma in qualche modo insoddisfacente nell'ottica di una storia che, proprio nella bidimensionalità dei protagonisti e nella tendenza a dilungarsi ove non necessario, incontra la sua principale debolezza.