Quando ci si accosta a quella che viene definita - un po' semplificando - "religione romana", si ha l'impressione di imbattersi in un mondo esotico, quasi selvaggio, fatto di riti, credenze e divinità che incuriosicono e impressionano l'osservatore moderno in virtù della loro distanza culturale. Il volume racconta il mondo religioso dei Romani proprio a partire dalle sue "stranezze"; si pensi alle tecniche divinatorie, ai sacrifici, alle interdizioni cui erano soggetti alcuni sacerdoti, alla divisione giuridica dei giorni, alla sconcertante varietà del'universo teologico. Ne deriva, più che una storia, una lettura antropologica della religione romana, ricostruita attraverso il fitto intrico delle voci native, da Cicerone a Livio, da Varrone a Ovidio.
Libro decisamente ben scritto, profondo e penetrante nella ricostruzione della mentalità religiosa romana. Il merito è nell'approccio antropologico alle fonti. L'autore illumina in pieno il carattere peculiare delle pratiche religiose romane, così diverse dalle successive monoteiste. Il credo dei Romani era pratico, cioè si "esauriva" nell'azione religiosa in sè (sacrificio, invocazione ecc). La tolleranza verso altri culti nasce proprio da questo: gli altri dèi esistono, possono persino essere "convinti" a stare dalla nostra (dei Romani) parte. Se questo è un vantaggio, d'altra parte le divinità non offrono (non possono) alcun conforto al singolo, nella sua interiorità, proprio perché sono divinità molto "umane".
Il libro comunque non è comprensivo di ogni aspetto della religione romana, né adotta un approccio cronologico. Supplisce tuttavia una ricchissima e precisissima bibliografia, che indica dove è possibile approfondire ogni singola tematica. Alcuni singoli argomenti (sacrifici umani, dei "certi", feziali ecc) sono approfonditi in dettaglio. L'unica grossa pecca è la mancanza di una qualsiasi trattazione sul culto imperiale e una riflessione più approfondita sui cambiamenti "spirituali" a partire dal II secolo d.C. Consigliatissimo anche come introduzione (purché si abbia un minimo di conoscenza dell'argomento).