Romane „Dezertyras“ pasakojamas trumpas Italijos istorijos fragmentas – fašizmo gimimas šalyje ir asmeninis Marijandželos, moters, praradusios Antrajame Pasauliniame kare du savo sūnus, likimas. Autorius pasakoja apie tai, kaip moteris bendrauja su savo sūnumi, kuris jaučiasi esąs dezertyras, ir kaip ji bendrauja su savo miestelio bendruomene. Tai labai savotiška moteris, daugiausiai laiko ji tyli.
Giuseppe Dessi modernių romanų ir novelių autorius, šiek tiek maištininkas, nepasidavęs tuo metu, kai jis kūrė (prieš Antrąjį pasaulinį karą iki aštuntojo dešimtmečio), madingų romanų stilistikai. Jo kūryba savita, išryškinanti gyvenimo apskritai ir žmogaus gyvenimo santykį.
Tra pochi mesi ricorrerà il centenario della fine della prima guerra mondiale (rigorosamente con le minuscole, per coerenza con quanto scritto nel commento a Un anno sull'altipiano di Lussu), e celebrazioni e discorsoni si sprecheranno in ogni dove. Ma è solo calandosi in un racconto ambientato nell'epoca che si possono afferrare le dovute riflessioni, e fa davvero uno strano effetto leggere di un'Italia così diversa eppure così uguale a quella di oggi. E in aggiunta, è sempre un piacere tornare agli aspri paesaggi dei monti sardi: in questa lettura ho ritrovato, proprio come mi aspettavo, gli stessi panorami di Paese d'ombre e di Padre padrone, e anche della trilogia della Stirpe.
La trama è proprio quella di un breve racconto: se da un lato le informazioni ufficiali sui due figli di Mariangela Eca li dànno uno caduto e il secondo per disperso, dall'altro lato l'anziana madre condivide con il viceparroco un terribile segreto circa il vero destino del figlio dato per disperso. E questi due anziani restano avvinti in una implicita congiura del silenzio come in una specie di ragnatela che li paralizza psicologicamente ma che è pure frutto di precise riflessioni e scelte e prese di posizione.
I principali temi trattati sono l'ingiustizia e l'inutilità della guerra contro cui vanno a schiantarsi la semplicità e l'ignoranza della povera gente; il modo in cui la guerra arriva a devastare e snaturare non solo fisicamente ma anche e soprattutto psicologicamente coloro che la guerra non l'hanno voluta, non l'hanno cercata. L'elaborazione del dolore e del lutto, fatti strettamente privati la cui elaborazione li trasforma però in faccende pubbliche. E l'insinuarsi della chiesa e della politica - e in special modo dei fasci - in questa fessura tra privato e pubblico. A fianco di questi temi, come già altri hanno giustamente osservato, menzione speciale va ad un altro protagonista del racconto: il silenzio, o ancor meglio il bisogno di silenzio. Sebbene nella finzione narrativa sia Mariangela a sentire bisogno di silenzio, "...la fine di tutti i discorsi, di tutte le sciocchezze che si ripetevano sui giovani morti", io credo che in queste pagine Dessì abbia voluto esprimere, in maniera non troppo plateale, un suo personale e profondo bisogno: far tacere gli sproloqui e i rumori, sentire il silenzio all'imbrunire, dopo che la piazza si è svuotata, o ancora il silenzio autunnale sul versante ombrìo della montagna.
Dessì, con la sua scrittura sempre elegante e pacata, fa vivere nelle sue pagine personaggi comuni, come se ne trovano in ogni paese di provincia, ognuno con i suoi pregi, i suoi difetti e le sue motivazioni e il suo lavorìo interiore. Non so se si possa definire la prova "più matura" di Dessì, ma di certo qui c'è la prova di una conferma: questo agile racconto ha la stessa densità, lo stesso peso specifico di un'opera più imponente e complessa quale il suo eccellente Paese d'ombre.
È lui, secondo me, il principale protagonista di questo romanzo: il silenzio. Quello che avvolge e scende dalla montagna, che grava spietato sui personaggi, che incombe indifferente sulle vicissitudini umane. E di silenzio è fatta la straordinaria figura di madre che, seppur minuta e pressoché anonima nel suo abito di lutto perenne, campeggia tra queste pagine con il proprio muto dolore più assordante di tanti inutili discorsi. A lei, Mariangela, riuscito esempio di mater dolorosa, si contrappone la figura di prete Coi che, invece, in quella dimensione volutamente orfana di parole ci sta stretto e cerca allora di spezzarla, convinto che sia possibile; ma anche lui a quel silenzio si dovrà piegare, convincendosi che, alla fine, sia meglio tacere. Mi è tornata alla mente la madre dell’omonimo romanzo di Grazia Deledda: una figura anch’essa imponente e tragica, scaturita dalla penna del nostro Premio Nobel meno di cinquant’anni prima. Tuttavia, quella de “Il disertore” è ancor più evocativa, ancor più impressionante, forse proprio per via di quel dolore silenzioso e composto che riempirà la vita della donna fino all’ultimo dei suoi giorni e serberà in eterno il suo segreto. Già, perché il silenzio sarà tutto ciò che infine resterà, al di là del tempo, nella vecchia capanna sul monte, custode di una tomba, così come per le vie polverose e inquiete del piccolo paese attorno al monumento ai caduti che, dopo tanto vacuo parlare, strepitare, urlare sarà esso stesso silenzio, profondo silenzio. Sullo sfondo la Sardegna dell’immediato primo dopoguerra, della quale l’autore, da buon isolano, non si dimentica nei lunghi anni trascorsi nel continente: un’isola con le sue realtà, agropastorale e mineraria, le sue tensioni sociali, gli scontri tra rossi e neri, l’avanzata del fascismo a suon di bastonate e olio di ricino. Un piccolo capolavoro con cui Dessì, del quale già avevo letto e apprezzato moltissimo il più famoso “Paese d’ombre”, si conferma un grande narratore. E anche una lettura ricca di spunti di riflessione - manco a farlo apposta - a cent’anni dall’entrata dell’Italia nella Grande guerra.
I've yet to be disappointed with a Sardinian novel. The Deserter traverses an emotional landscape where thorns prick at every turn, yet the beauty remains undeniable. This exceptional work by Giuseppe Dessì—Sardinian novelist, essayist, and Strega Prize recipient—creates in Mariangela Eca a monument more enduring than any stone memorial.
Mariangela, a goat herder in the village of Cuadu, carries the unbearable weight of dual bereavement—one son claimed by war, another condemned for desertion. She donates her meager savings to the war memorial committee, bewildering the villagers, especially Don Pietro, the local priest who confronts her: "You did it for spite." But Mariangela seeks sanctuary in silence, a cessation of the chatter reducing her sons to political symbols.
Cuadu breathes with life despite its preoccupation with death. Each morning, Mariangela passes veterans wearing red sashes like blood ribbons tying them to ideologies she neither embraces nor understands. During a moving scene at the sheepfold, she experiences what appears to be a visitation from her son Saverio, leaving readers questioning whether grief has fractured her perception or if something mystical transpires in this rugged landscape.
The mayor, perpetually losing at cards yet clinging to political relevance, represents the hollow authority demanding patriotic sacrifice without understanding its cost. When the veteran's league erupts into scuffles during a commemoration, the facade of unity crumbles, revealing the fractures beneath fascism's polished veneer.
Dessì deploys silence as his most powerful literary weapon. Each unspoken word between Don Pietro and Mariangela carries the weight of confession withheld. "Grief without ritual," Dessì writes, "becomes a theological anomaly"—a profound observation on how fascism corrupted mourning into political performance.
The tension between personal grief and public commemoration reaches its apex when Mariangela receives her unused donation returned in a neatly folded handkerchief—both humiliating and liberating. Freed to mourn outside sanctioned boundaries, her solitary vigils while tending goats constitute a revolution of remembrance that no fascist ideology can penetrate. When village women whisper about her "unpatriotic" behavior, she responds with devastating simplicity: "My sons were mine before they belonged to the homeland."
By interweaving 1930s Sardinian politics with one woman's refusal to participate in collective amnesia disguised as remembrance, Dessì accomplishes something extraordinary—a tale both intimate and expansive. Reminiscent of Grazia Deledda's landscapes but with the political acuity of Ignazio Silone, this work elevates rural tragedy to universal significance.
This book connects viscerally to contemporary struggles with nationalistic rhetoric and the packaging of military sacrifice. Who owns grief? Who dictates remembrance? When Mariangela hoards her memories like precious water in drought, she teaches us that personal anguish can be resistance against sanitized historical accounts.
Five stars for Dessì's extraordinary ability to make silence sound like a symphony of dissent, for crafting a heroine whose defeat contains more victory than any military conquest celebrated in stone.
Mario Segantini, "La Fascina (Raccolta della legna)", 1910 ca *
Un breve romanzo, ma intenso. Poche parole ma essenziali, come si addice a Mariangela, una figura scarna, ma determinata e dai forti sentimenti materni (benché piccola, era forte, resistente, ostinata, con gli occhi vivi e ironici nel silenzio...). Mariangela non esternava i propri sentimenti; detestava i rumori, le parole pompose e retoriche; amava i silenzi e la solitudine, in se stessa, nella sua casa, nella sua terra, con i suoi affetti.... Ritornò il silenzio di prima. Tutte le parole erano superflue, inutili. Tutto era chiaro e tutto si capiva, senza bisogno di parole. Ambientato nel primo dopoguerra in un paesino isolato dell'entroterra sardo, le figure ne interpretano varie umanità: persone dai tratti ben delineati che, con i loro particolari problemi e atteggiamenti, rappresentano i dubbi e le ribellioni generali, le contraddizioni tra le logiche dei pensieri e le irrazionalità dei comportamenti. Quelli del soldato, della madre, del prete, del medico... in una società ancorata a superstizioni e alla fede incondizionata ai piani divini. Ne risulta un quadro delicato ma forte, grazie alla sensibilità e alla bravura del suo autore, Giuseppe Dessì, che ho apprezzato attraverso questa buona prova.
* Tutto aveva cessato di avere importanza, all'infuori del ricordo. Anche se continuava a vivere giorno per giorno, a fare i soliti lavori, a portare da Baddimanna, come sempre, pesanti fasci di legna che vendeva per mezza pezza, cioè venticinque centesimi, come prima della guerra, solo il ricordo contava.
Cuadu è un piccolo centro del Campidano in cui si svolgono i fatti narrati in questo breve racconto. Siamo negli anni immediatamente successivi alla fine della Grande guerra e Mariangela Eca è la madre di due giovani caduti per la “grandezza della patria”, come usava scolpire allora sulla pietra di tanti monumenti la retorica post-bellica. In realtà Mariangela Eca è semplicemente una madre che ha perso due figli (si scoprirà che uno non è caduto in battaglia, ma è “Il disertore”) e che come tante madri, mogli, sorelle, fidanzate, in poche parole tutte le donne, aveva combattuto la propria guerra. Una guerra fatta di paura, angoscia, preoccupazione per la sorte dei propri uomini arruolati e mandati, chi dalla lontana Sardegna, chi dalla mia pianura, a combattere al fronte, su montagne che molti non avevano mai nemmeno visto. Mariangela era << vecchia, piccola, magra, col grembiule e il fazzoletto nero del suo perfetto lutto>> e così dovevano essere tutte le donne che vivevano nell’attesa di ricevere notizie dal teatro di guerra, temendo di ricevere la più tremenda di tutte. Dessì traccia in poche pagine un quadro ben preciso degli stati d’animo e della situazione che si vivevano allora. E’indulgente nei confronti del disertore che seguirà quasi un ineludibile destino; delinea la figura del parroco come combattuto tra il rispetto della legge e l’uso del buonsenso (propenderà per quest’ultimo). Alla fine tutto si risolve proprio lasciando andare le cose come devono andare, senza inerferenze esterne; secondo quanto tracciato dal destino, appunto. La scrittura di Dessì è molto piacevole e scorrevole; dimostra un’ottima conoscenza dei luoghi citati (lui era originario di questa zona) e del periodo in cui è ambientata la sua narrazione. Lui antifascista e uomo di sinistra, sfiora appena la nascita dei fasci di combattimento che sfoceranno successivamente nella dittaura, senza mai lasciarsi trasportare in valutazioni troppo “politiche”. Ho trovato questo breve racconto molto denso di spunti interessanti degni di approfondimento che vanno ben al di là della storia narrata.
"Dezertorul" nu m-a impresionat în mod deosebit. E o descriere pitorească a consecințelor războiului, pe un cadru dat de viața rurală sardă. Proza scurtă a lui Dessi este însă deosebită: nici nu zici că nu citești un Proust în miniatură. Mi-a plăcut mult nuvela "Surparea" (pe care o recomand cu căldură), în care parcă am văzut un Dostoievski în miniatură. Povestea e oarecum similară (da și nu!) cu Frații Karamazov.
Liūdna, trumpa, literatūriška istorija, gražiai supintos personažų linijos, būtų puikus kūrinys nagrinėti per paskaitą, paprastiems vakaro skaitiniams gal kiek... sterilus?
Un altro libro di Dessì colmo di Sardegna e con una scrittura limpida e magistrale. Come con Paese d’ombre è impossibile non innamorarsi dei personaggi ed empatizzare con loro e la loro umanità. Anche stavolta la trama del libro è funzionale a tante altre considerazioni più politiche. Se per paese d’ombre il tema centrale era il colonialismo, qua il tema che fa da perno è la guerra, le sue brutture e le sue ingiustizie. Si intravede anche l’emergere del fascismo nell’isola e la sua lotta e resistenza. I minatori continuano ad essere personaggi positivi e una volta chiuso il libro, come per la precedente lettura, sento ardere ancora più viva la fiamma di alcuni ideali che purtroppo tendono a sbiadire nella quotidianità di tutti i giorni.
Riporta un po alla mente le opere della Deledda ma l'ho trovato molto confusionario. La storia salta continuamente da un momento all'altro della trama, si mescola a dettagli e personaggi di contorno che, francamente, non vedo quale importanza possano avere per arrivare al succo della vicenda. Inoltre, il titolo è un pochino fuorviante. Certo, il disertore è una gran parte della storia ma non certo il protagonista. E' più incentrato sulla figura del prete, sui suoi moralismi e cambi d'umore, sui morsi della sua coscienza e i suoi tormenti. Ho apprezzato la parte storica (anche se descritta in modo confuso, come tutto il resto) ma non molto il romanzo in se.