Il triestino Italo Svevo (1861-1928), all’anagrafe Ettore Schmitz, impiegato di banca e industriale, però anche lettore di Freud e amico di Joyce, nonché incantato da Kafka, è narratore che non si diletta di « giocar colla fantasia » (direbbe Manzoni), né d’imbandire casi avventurosi o trame avvincenti. È invece, in modo sovrano, investigatore del profondo, « palombaro » della coscienza, analista: propriamente, autoanalista. Scrittura sotterranea, la sua, nutrita in silenzio, esercizio quotidiano che accompagna l’esistenza d’ogni giorno, come terapia di sopravvivenza. Resta un mistero l’equilibratissimo intreccio tra la vita opaca di Ettore Schmitz e il genio di Italo Svevo, tra la vita dell’impiegato (del marito, del padre…) e le creazioni straordinarie dell’artista. Rimane un segreto quel sottilissimo impasto di biografia e arte, che è l’esito strepitoso dell’acuto conflitto che espone l’esperienza inerte del borghese, immerso nella ritualità del benessere mercantile, all’occhio sovversivo d’uno scrittore impietosamente (e anche umoristicamente) dissacrante. Mentre nell’Italia ufficiale trionfano i fasti della dannunziana vita come opera d’arte, Ettore e Italo nell’asburgica Trieste raggiungono il miracolo d’una pacifica convivenza. Ma lo scavo nelle pieghe nascoste della propria materia biografica non è per Svevo un divertimento, né un’ostentazione estetizzante: letteratura non come realtà virtuale, o mondo parallelo separato dalla vita, ma come ingrediente necessario della vita, come igiene interiore e insostituibile strumento di autocoscienza. Per il lettore può essere una stupefacente rivelazione.
L'approccio del professor Tellini rimane tra i miei preferiti, il dato biografico tradotto in puntuale narrazione, soprattutto a cospetto di in autore che lo pone come elemento imprescindibile del suo narrare, è il necessario punto di partenza per comprendere la poetica di un autore. Raccomando questo saggio per l'analisi puntuale della trilogia romanzesca, per l'utile disamina sugli scritti minori, ma soprattutto per la cordialità con la quale professor Tellini induce ad amare la letteratura( se ce ne fosse bisogno).