Ferro Sette è un romanzo “tosto”.
Fantascienza di buon livello, con buona pace di chi crede che solo gli anglosassoni ne sappiano scrivere.
Ferro Sette ci regala un personaggio interessante come Tobruk Ramarren, mercenario apparentemente senza scrupoli, ma capace di compiere un percorso di riconversione dell’anima, di ritrovare le sue radici più autentiche e di spendersi fino alle estreme conseguenze per una nobile causa che, inizialmente, trovava folle, se non addirittura perversa.
Ferro Sette beneficia di un’ambientazione asciutta, cruda, credibile; un mondo minerario nella periferia dell’universo in cui si svolge una battaglia che inizialmente appare poco più di una scaramuccia, una delle tante rivolte locali, e che si rivelerà, invece, una battaglia epocale per la riconquista di un diritto naturale negato da tempo immemorabile, al punto che gli uomini avevano perso persino memoria di esserne stati privati.
Il tutto è sorretto dalla buona penna di Francesco Troccoli.
A voler trovare dei difetti, il romanzo, a parere di chi scrive, presenta qualche ingenuità nella trama, nel senso che alcuni nodi si sciolgono in modo un po’ troppo “facile”, mentre alcuni personaggi di contorno (specie quelli femminili) appaiono un po’ stilizzati.
Ma in un romanzo di fantascienza, molto incentrato sull’azione, si tratta di “difetti” accettabili, che non fanno venire meno il piacere di una lettura complessivamente appassionante.