In Sicilia non si ammazza più, e questo è il termometro per capire che le cose per la mafia vanno bene. Tutti pensano che dopo qualche arresto eccellente la mafia sia stata sconfitta. Ma lo sanno anche i bambini che quando c'è troppo silenzio è perché gli affari tirano. Le bande hanno imparato la lezione: lavorano a compartimenti stagni e se uno si pente può fare arrestare cinque persone, non più cento come prima. Negli ultimi dieci anni noi inquirenti non abbiamo fatto che quello che ci dicevano i pentiti, perdendo il contatto con il territorio, con i confidenti, con la strada, e adesso è di nuovo il buio. Ci vorranno anni prima di capire che sta accadendo, cosa fa la nuova mafia. Le loro parole d'ordine oggi sono riciclaggio, investimenti, alberghi. E poi la borsa, la ripresa dell'edilizia, i grandi appalti, e soprattutto la politica. La mafia può essere il ragazzo che ti pianta la pistola in faccia, ma più spesso è un tizio con la cravatta, e nella giacca solo la penna per firmare assegni e atti notarili. Io su questo avrei una storia da raccontare. Ho quasi quarant'anni, sono un poliziotto, ma questa non è una biografia. Solo un pezzo di Sicilia, e di me, e di tutti noi. Sono un poliziotto. Non proprio uno dei tanti: uno scomodo, così dicono". Gianni Palagonia è il nome falso di un poliziotto vero. Una voce che racconta di grandi appalti e di affari sporchi, di stragi e di morti ammazzati. Una storia di rabbia e ostinazione, che mostra il volto della mafia di ieri e di oggi.
Il libro è suddiviso per episodi (manca, quindi, un vero e proprio intreccio della vicenda) e segue l'evolversi della vita del protagonista dall'infanzia fino alla "fase" adulta. Non è una biografia, ma una raccolta in cui l'autore altro non fa che dar voce alle tante - tantissime - persone cui la mafia la voce l'ha tolta. Una sorta reportage, quindi, ma, in alcuni passaggi, anche lo sfogo di una persona che crede in quello che ha fatto con convinzione e senza illusioni. Palagonia si rende perfettamente conto della realtà e sa guardarla con disincanto, ma non senza una piccola punta di speranza.
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Devo ammettere che, come per il mio precedente "incontro" con i libri di Palagonia (L'Aquila e la Piovra), gli eventi sono tanti e ognuno introduce un tema e, di conseguenza, una riflessione sull'Italia moderna davvero molto interessante e importante. Ci sarebbero, per questo, tanti passi che avrei voluto riportare; tante descrizioni, tante situazioni… ma non è ahimè possibile, quindi ecco qualche breve appunto.
Palagonia lancia tante piccole bombe scomode, ma purtroppo contenenti un triste fondo di verità. Giornalisti, avvocati, magistrati, politici, poliziotti stessi: il marcio è ovunque. Lo è sempre stato e lo sarà sempre. Dovremo guardarci da questi loschi individui, ma, la verità, è che troppo spesso, in questa nostra povera Italia, sono loro a comandare o comunque a sopravvivere a discapito degli onesti. La signora Vitale, la proprietaria di un bar, protagonista di alcuni episodi del del libro, è uno dei personaggi che più mi ha colpito. La sua storia è terribilmente amara e, purtroppo, non è stata l'unica o l'ultima… nemmeno adesso che le lire sono scomparse da parecchi anni… Le sue parole sono dure, ma tremendamente vere. Il suo animo è avvilito, ma la sua forza non vacilla. Vede il futuro con distacco, ma sa bene ciò che vuole e non trema nelle sue convinzioni. Non tutti i personaggi "bucano" l'animo come la signora Vitale, ma ognuno di loro ha una storia da raccontare o una strada imboccata male o un passato da nascondere o un futuro purtroppo cancellato.
Di fianco ai civili, abbiamo anche il mondo della polizia. Per alcuni vocazione, per altri dovere e per altri ancora solo un modo per guadagnarsi lo stipendio magari arrotondando qualcosa facendo il doppio gioco per i malavitosi. Per alcuni, il lavoro diventa quasi una questione personale e ci si immergono così profondamente da rubare tempo prezioso alla propria famiglia.
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Se è vero, almeno in parte, che il fine giustifica i mezzi, questo non vuol comunque dire che non ci debbano essere limiti: ci sono dei confini oltre i quali è bene non andare. E, in alcuni episodi, come la scelta di non incolpare un criminale, già noto e pregiudicato, scelto a caso nel mucchio di foto - e che, quindi, con la sparatoria in questione non aveva proprio nulla a che vedere -, si sottolinea come sì determinati confini esistono e si fanno sentire.
Quindi, l'autore riesce a trasmettere la sensazione di un ambiente corrotto, marcio (non solo quello catanese o siciliano, ma dell'Italia tutta) in cui vivono però anche persone oneste e volenterose.
Infine, una considerazione. Conosciamo tutti i nomi dei criminali più potenti e violenti, ma nessuno ricorda i nomi di chi, con grande sacrificio e impegno, li ha assicurati alla giustizia. E questa è una delle cose più tristi… ma, ahimè, vere. Palagonia ha cambiato il suo nome; c'è chi, più di recente, il cognome non lo cambia nemmeno né se ne vergogna e, anzi, se ne serve per ottenere pubblicità su grandi emittenti in prima serata. Si vede che il crimine paga… sempre, perché, in fondo, «A chi interessa il lamento di un poliziotto?».
Una denuncia delle condizioni di vita di un poliziotto. Un grido di dolore per le espressioni quotidiane di violenza e sopraffazione.Una chiara descrizione delle collusioni tra magistratura, politica ,mafia,stampa, ecc. in Sicilia.Ottimo