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L'addio
Il mondo dei vivi e quello dei morti sono vicini, comunicanti, e si assomigliano tanto: sono entrambi fittamente popolati, con città piene di grattacieli e di quartieri in rapida espansione. Solo la luce è diversa. E c'è un'altra cosa, che però nessuno sa dire: quale dei due mondi venga prima. Il protagonista di questo romanzo si chiama D'Arco ed è uno sbirro morto, pieno di dolore e di furore. È stato chiamato a compiere una missione impossibile. Deve tornare nel mondo dei vivi, nel quale fu ucciso, per fermare un massacro di vittime innocenti. Ma se il male viene prima, come potrà D'Arco invertire la spirale.
- GenresItaly
274 pages, Paperback
First published January 1, 2016
About the author
Antonio Moresco
65 books122 followersAntonio Moresco is an Italian writer.
His first publications appeared late in his life, after he had been turned down by several publishers. In 1993, he published his first collection of short stories, Clandestinity, but his career-defining project is the monumental trilogy Games of Eternity, made up of Gli esordi (1998), Canti del caos (2009), and Gli increati (2015). He has published many other works, including short stories, children stories, and he has organized several collective marches throughout Italy and Europe, which have become the topics for some of his works.
His first publications appeared late in his life, after he had been turned down by several publishers. In 1993, he published his first collection of short stories, Clandestinity, but his career-defining project is the monumental trilogy Games of Eternity, made up of Gli esordi (1998), Canti del caos (2009), and Gli increati (2015). He has published many other works, including short stories, children stories, and he has organized several collective marches throughout Italy and Europe, which have become the topics for some of his works.
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August 4, 2017«Io capisco solo che c’è qualcosa che non comprendo e che mi sovrasta!» - Appunti di lettura
Non sono in grado di analizzare né tanto meno valutare questo romanzo.
...nient'altro che pensieri sparsi...confusi come chi scrive
• Mi mancano fonti di luce che mi chiariscano l'essenza di questo oscuro autore di cui avevo letto solo due testi brevi e forse marginali nella sua produzione (“Una fiaba d'amore” e “Zingari di merda”).
In questa metafora dark c'è un angoscioso ripetersi d'interrogativi.
Un crescendo ossessivo che non riesco a cogliere.
• La storia vera e propria è preceduta da un “preambolo” dell'autore che ha il pregio di stimolare interessanti riflessioni.
”Sono qui da solo, con il telefono staccato, le ante chiuse, nella città spopolata in questi giorni di ferragosto. Sono venuto qui per scrivere questo romanzo d’addio.”
E' in un momento particolare della propria vita. Quello in cui ci si ferma attoniti perchè è arrivato il momento di cambiare strada. Un momento in cui si vuole rimanere soli con se stessi...
”Non riesco più a sopportare i rapporti umani così come sono configurati in questa epoca”.
Moresco non è in sintonia con i dilaganti cinismi, le piccole esistenze che si schiacciano e si calpestano l'un l'altro, sminuendo sentimenti ed emozioni.
• In questo preambolo, Moresco si sveste, si concede, condivide una parte di sé:
uomo e scrittore in cerca di un senso. Quella che, inizialmente, era concepita come lettera diretta ad una piccola cerchia di amici e lettori fedeli, è diventata una comunicazione pubblica che precede la lettura del romanzo. Personalmente apprezzo molto il bisogno di spiegarsi, dare coordinate per muoversi.
• “L'addio” è un libro semplice se si vuole rimanere in superficie ma complicato nella sua essenza.
• Un cognome: D'Arco. Un poliziotto anomalo non solo perché ha gli occhi con l'iride albina (inquietante!!! ) ma soprattutto perché ...é morto!
Da un lato,dunque, c'è la città dei morti, dall'altro quella dei vivi.
Se normalmente si è convinti che dopo la vita c'è morte qui le carte sono un po' scombinate:
«Cosa c'è prima e cosa c'è dopo?» si chiede continuamente il protagonista che si ritrova a varcare i confini tornando tra i vivi a combattere il male estremo anche se consapevole che la battaglia è senza speranza.
• Se dopo aver letto il libro si torna al preambolo l'impressione è che “L'addio” sia anche un'allegoria del percorso di scrittura dell'autore stesso.
Moresco come D'Arco.
D'Arco come Moresco....
”Da quando, dopo i trent’anni e in un momento di disperazione e di buio, ho cominciato a scrivere libri che poi sono usciti quindici anni dopo – ma forse anche prima, fin da quando scrivevo i miei diari di adolescente, le mie povere poesie, i miei racconti e i miei piccoli romanzi per lo più finiti nelle immondizie – ho vissuto il mio essere scrittore in modo fusionale e intimamente insurrezionale. Nel momento in cui ho messo fuori la testa da sotto terra e ho visto come stavano veramente le cose ho avuto di fronte a me due sole strade: o arrendermi e adeguarmi oppure combattere, magari alla cieca, senza speranza. Così ho dovuto sostenere un combattimento, la mia stessa nascita come scrittore è stata segnata da un lungo ed estremo combattimento, anche se non mi piaceva e non mi piace combattere, anche se sono portato ad altro, alla solitudine, alla contemplazione irradiante, allo sconfinamento, alla tracimazione e alla visione.”
• Questo è un romanzo di congedo.
• Le immagini sono tetre. Il male che Moresco ci sbatte sotto gli occhi è quell'atroce realtà di fronte alla quale, solitamente, voltiamo la testa: ne conosciamo l'esistenza ma ne prendiamo le distanze come fosse un 'isola sperduta nell'oceano della quotidianità.
Leggi e sei “costretto” a vedere. I riflettori si accendono e le percezioni cambiano angolatura... corpi di bambini straziati...
• La città dei morti è quello spazio dove:
”ti sembra di non vedere bene i contorni però ci vedi, in quella dei vivi distingui bene i contorni però non ci vedi.”
Un concetto che mi ha richiamato l'immagine de “il cieco abbagliato” di cui parla Hugo...("L'uomo che ride")
• La verità è che quella luce che mette in dubbio l'origine del male che sempre più imperversa..
I bambini, le voci dell'innocenza per antonomasia riecheggiano e D'Arco veste i panni di un giustiziere della notte che lotta senza probabilità di riuscita...ma ne vale la pena??
• Lettura faticosa che pagina dopo pagina si trasforma in un grande punto interrogativo (sfiancante!!!!) che batte e ribatte lo stesso tasto:
”Sono nella morte o sono nella vita? Sono morto o sono vivo? Sono vivo perché sto morendo o sono morto perché sto vivendo? Sono stato ucciso nella vita e poi sono entrato nella morte o sono invece passato dalla morte alla vita?”
• Lettura sempre più faticosa.
Più ci si addentra, più è caos.
La domanda centrale si frantuma in brandelli che assillano, asfissiano...
• Mia nonna mi diceva sempre «Domandare è lecito. Rispondere è cortesia».
Qui risposte non le ho trovate ma l'ho detto subito che non ero in grado di capire.
• Metempirico. (less)
Non sono in grado di analizzare né tanto meno valutare questo romanzo.
...nient'altro che pensieri sparsi...confusi come chi scrive
• Mi mancano fonti di luce che mi chiariscano l'essenza di questo oscuro autore di cui avevo letto solo due testi brevi e forse marginali nella sua produzione (“Una fiaba d'amore” e “Zingari di merda”).
In questa metafora dark c'è un angoscioso ripetersi d'interrogativi.
Un crescendo ossessivo che non riesco a cogliere.
• La storia vera e propria è preceduta da un “preambolo” dell'autore che ha il pregio di stimolare interessanti riflessioni.
”Sono qui da solo, con il telefono staccato, le ante chiuse, nella città spopolata in questi giorni di ferragosto. Sono venuto qui per scrivere questo romanzo d’addio.”
E' in un momento particolare della propria vita. Quello in cui ci si ferma attoniti perchè è arrivato il momento di cambiare strada. Un momento in cui si vuole rimanere soli con se stessi...
”Non riesco più a sopportare i rapporti umani così come sono configurati in questa epoca”.
Moresco non è in sintonia con i dilaganti cinismi, le piccole esistenze che si schiacciano e si calpestano l'un l'altro, sminuendo sentimenti ed emozioni.
• In questo preambolo, Moresco si sveste, si concede, condivide una parte di sé:
uomo e scrittore in cerca di un senso. Quella che, inizialmente, era concepita come lettera diretta ad una piccola cerchia di amici e lettori fedeli, è diventata una comunicazione pubblica che precede la lettura del romanzo. Personalmente apprezzo molto il bisogno di spiegarsi, dare coordinate per muoversi.
• “L'addio” è un libro semplice se si vuole rimanere in superficie ma complicato nella sua essenza.
• Un cognome: D'Arco. Un poliziotto anomalo non solo perché ha gli occhi con l'iride albina (inquietante!!! ) ma soprattutto perché ...é morto!
Da un lato,dunque, c'è la città dei morti, dall'altro quella dei vivi.
Se normalmente si è convinti che dopo la vita c'è morte qui le carte sono un po' scombinate:
«Cosa c'è prima e cosa c'è dopo?» si chiede continuamente il protagonista che si ritrova a varcare i confini tornando tra i vivi a combattere il male estremo anche se consapevole che la battaglia è senza speranza.
• Se dopo aver letto il libro si torna al preambolo l'impressione è che “L'addio” sia anche un'allegoria del percorso di scrittura dell'autore stesso.
Moresco come D'Arco.
D'Arco come Moresco....
”Da quando, dopo i trent’anni e in un momento di disperazione e di buio, ho cominciato a scrivere libri che poi sono usciti quindici anni dopo – ma forse anche prima, fin da quando scrivevo i miei diari di adolescente, le mie povere poesie, i miei racconti e i miei piccoli romanzi per lo più finiti nelle immondizie – ho vissuto il mio essere scrittore in modo fusionale e intimamente insurrezionale. Nel momento in cui ho messo fuori la testa da sotto terra e ho visto come stavano veramente le cose ho avuto di fronte a me due sole strade: o arrendermi e adeguarmi oppure combattere, magari alla cieca, senza speranza. Così ho dovuto sostenere un combattimento, la mia stessa nascita come scrittore è stata segnata da un lungo ed estremo combattimento, anche se non mi piaceva e non mi piace combattere, anche se sono portato ad altro, alla solitudine, alla contemplazione irradiante, allo sconfinamento, alla tracimazione e alla visione.”
• Questo è un romanzo di congedo.
• Le immagini sono tetre. Il male che Moresco ci sbatte sotto gli occhi è quell'atroce realtà di fronte alla quale, solitamente, voltiamo la testa: ne conosciamo l'esistenza ma ne prendiamo le distanze come fosse un 'isola sperduta nell'oceano della quotidianità.
Leggi e sei “costretto” a vedere. I riflettori si accendono e le percezioni cambiano angolatura... corpi di bambini straziati...
• La città dei morti è quello spazio dove:
”ti sembra di non vedere bene i contorni però ci vedi, in quella dei vivi distingui bene i contorni però non ci vedi.”
Un concetto che mi ha richiamato l'immagine de “il cieco abbagliato” di cui parla Hugo...("L'uomo che ride")
• La verità è che quella luce che mette in dubbio l'origine del male che sempre più imperversa..
I bambini, le voci dell'innocenza per antonomasia riecheggiano e D'Arco veste i panni di un giustiziere della notte che lotta senza probabilità di riuscita...ma ne vale la pena??
• Lettura faticosa che pagina dopo pagina si trasforma in un grande punto interrogativo (sfiancante!!!!) che batte e ribatte lo stesso tasto:
”Sono nella morte o sono nella vita? Sono morto o sono vivo? Sono vivo perché sto morendo o sono morto perché sto vivendo? Sono stato ucciso nella vita e poi sono entrato nella morte o sono invece passato dalla morte alla vita?”
• Lettura sempre più faticosa.
Più ci si addentra, più è caos.
La domanda centrale si frantuma in brandelli che assillano, asfissiano...
• Mia nonna mi diceva sempre «Domandare è lecito. Rispondere è cortesia».
Qui risposte non le ho trovate ma l'ho detto subito che non ero in grado di capire.
• Metempirico. (less)
April 30, 2016
Mah, mi sono persa nelle riflessioni stile "è nato prima l'uovo o la gallina?", per di più permane la sensazione che mi sfugga qualcosa non conoscendo i libri precedenti dell'autore.
March 16, 2016
Il romanzo sembra partorito da una cultura del tutto aliena alla mia, come se una qualche sonda l'avesse ripescato dalla plancia di un'astronave perduta nella nube di Oort.
Non lo comprendo in pieno e, per quel poco che riesco, mi piace molto o non mi piace affatto, non c'è via di mezzo.
Non lo comprendo in pieno e, per quel poco che riesco, mi piace molto o non mi piace affatto, non c'è via di mezzo.
December 17, 2018
L'addio, ultimo romanzo di Antonio Moresco, è una parziale delusione. Nulla da eccepire sull'abilità tecnica dello scrittore, che non riesce però a sostenere debitamente una storia più ripetitiva che complessa nell'azione e che si risolve in un continuum di raffigurazioni violente, tanto prevedibili da soffocare ogni reazione emozionale da parte del lettore. Ripetititivo è anche il pensiero che propone domande senza offrire soluzioni, tanto da far concludere che lo stesso interrogarsi in fondo non sia che un'inutile attività e che rischi di complicare senza motivo il nostro stesso esistere.
È veramente un peccato, perché le pagine introduttive facevano presumere contenuti di più ampio significato e perché alcuni spunti visionari ed emotivamente coinvolgenti avrebbero meritato uno sviluppo meno legato a stereotipi di un certo noir di sapore americano e meno intriso di atmosfere inutilmente cupe e prive di quella vis ironica e critica che rendono godibili alcuni esempi di letteratura hard boiled.
Immediatamente, nella lettura della storia, vengono in mente le belle e originali serie tv inglesi Life on Mars e Ashes to ashes, in cui ugualmente si racconta un insieme di azioni poliziesche inserite in un contesto sovrannaturale, in cui nessuno è veramente consapevole della sua esistenza in vita. Altro punto di riferimento, a cui il lettore non può evitare di pensare, è Zero-K di Don DeLillo, mentre il rapporto uomo bambino ci riconduce immediatamente a un altra opera di gusto fantastico (e catastrofico), La strada di Cormac McCarthy.
La scelta di Moresco di privilegiare i contenuti orrorifici, il massacro sistematico di bambini e adulti, colloca immediatamente il testo di DeLillo, pur se apparentemente più algido e meno coinvolgente dal punto di vista emozionale, in una categoria decisamente superiore, e lo stesso avviene per l'opera di McCarthy. La tensione e le continue variazioni imposte al disperato viaggio de La strada, come l'originale e raffinata evocazione dell'ossessione della morte in DeLillo, risultano in conclusione molto più efficaci delle carneficine ossessivamente ripetute nel lavoro di Moresco.
Non mi resta che concludere ricordando, nell'ambito del panorama italiano, tanto per non proseguire nella celebrazione delle letterature straniere e insistere su una loro presunta superiorità, come un breve romanzo meno infarcito di confusi contenuti filosofici, ma di straordinaria efficacia narrativa, come Mal'aria di Eraldo Baldini, un po' di anni fa, trattasse in modo molto più credibile e inquietante dell'origine del male di come non riesca a fare il romanzo di Moresco. Ma qui siamo di fronte a un altro e più genuino livello di conoscenza antropologica, lo stesso di cui fa parte un capolavoro come Cuore di tenebra di Conrad.
È veramente un peccato, perché le pagine introduttive facevano presumere contenuti di più ampio significato e perché alcuni spunti visionari ed emotivamente coinvolgenti avrebbero meritato uno sviluppo meno legato a stereotipi di un certo noir di sapore americano e meno intriso di atmosfere inutilmente cupe e prive di quella vis ironica e critica che rendono godibili alcuni esempi di letteratura hard boiled.
Immediatamente, nella lettura della storia, vengono in mente le belle e originali serie tv inglesi Life on Mars e Ashes to ashes, in cui ugualmente si racconta un insieme di azioni poliziesche inserite in un contesto sovrannaturale, in cui nessuno è veramente consapevole della sua esistenza in vita. Altro punto di riferimento, a cui il lettore non può evitare di pensare, è Zero-K di Don DeLillo, mentre il rapporto uomo bambino ci riconduce immediatamente a un altra opera di gusto fantastico (e catastrofico), La strada di Cormac McCarthy.
La scelta di Moresco di privilegiare i contenuti orrorifici, il massacro sistematico di bambini e adulti, colloca immediatamente il testo di DeLillo, pur se apparentemente più algido e meno coinvolgente dal punto di vista emozionale, in una categoria decisamente superiore, e lo stesso avviene per l'opera di McCarthy. La tensione e le continue variazioni imposte al disperato viaggio de La strada, come l'originale e raffinata evocazione dell'ossessione della morte in DeLillo, risultano in conclusione molto più efficaci delle carneficine ossessivamente ripetute nel lavoro di Moresco.
Non mi resta che concludere ricordando, nell'ambito del panorama italiano, tanto per non proseguire nella celebrazione delle letterature straniere e insistere su una loro presunta superiorità, come un breve romanzo meno infarcito di confusi contenuti filosofici, ma di straordinaria efficacia narrativa, come Mal'aria di Eraldo Baldini, un po' di anni fa, trattasse in modo molto più credibile e inquietante dell'origine del male di come non riesca a fare il romanzo di Moresco. Ma qui siamo di fronte a un altro e più genuino livello di conoscenza antropologica, lo stesso di cui fa parte un capolavoro come Cuore di tenebra di Conrad.
May 12, 2016
Ho dato due stelle, ma non ne sono affatto convinta, tendo più a una. Un libro banale, ripetitivo, noioso.
February 21, 2017
Il mio voto oscilla tra 1 e 2 stelle perché l'idea è buona, mi è piaciuta, ma secondo me è stata sviluppata male.
In più mi sono imbattuta in un brutto errore: "E poi c’è n’è stato"
In più mi sono imbattuta in un brutto errore: "E poi c’è n’è stato"
April 17, 2016
Un po' "KIll Bill", un po' "Sin city" un po' "Star Trek", è il mio primo libro di Moresco, mi aspettavo tutt'altro.
November 22, 2016
Ritmo blando ed incomprensibile!
Deluso!
Deluso!
August 5, 2018
Abbandonato a pagina 110 il senza capo ne coda L'addio.
Pesante, inutile, senza senso e senza risposte il romanzo poteva benissimo non essere scritto.
Pesante, inutile, senza senso e senza risposte il romanzo poteva benissimo non essere scritto.
January 4, 2020
Capisco profondamente il disagio e l'orrore del Male che sembra davvero tracimare, nella nostra epoca, e toglierci ogni speranza. Ma in un mare di ovvietà e comiche cadute di stile (Rimbaud si chiedeva se i morti sognassero, qui addirittura veniamo a sapere che si fanno le …) di questo romanzo la cosa che mi è piaciuta di più è l'apparizione in ologramma della Callas, segnatamente in Medea, verso la fine della vicenda. Io dico che ci arriveremo, un giorno. E se avrà la voce delle registrazioni piratate negli anni cinquanta, mi domando dove si potrà rintracciarne la gestualità - se non forse nelle descrizioni di Alberto Arbasino - giacché della Divina, in video, esiste solo una tarda ed incompleta Tosca londinese ed opachi frammenti da una Norma parigina; ma tant'é, qui è persino programmata ed attualizzata per stringere mani e rilasciare autografi.. chissà, io ci spero!
July 30, 2017
Uno "sbirro morto" narra il suo ritorno nella città dei vivi per eliminare serial killers di bambini. L'hard boiled è innestato con il pulp/splatter e i dilemmi filosofici che lo sbirro ripete ad libitum. Il risultato è disarmonico: talvolta visionario, talaltra banale, ridondante sempre. Incongruo.
November 14, 2023
È stata una lettura molto cupa e disarmante. Secondo la mia opinione la scrittura è stata quasi del tutto incomprensibile, ma quel poco che ho capito è stato terribile, mi sono sentita sporca per tutto lo schifo dell'umanità riversato in poche pagine. Mi piaceva il presupposto narrativo ma l'idea non è stata sviluppata, o almeno il risultato è troppo confusionario per me.
December 31, 2025
Scandalizzato da molte delle recensioni in questa pagina, ma cosa vi aspettavate, davvero un poliziesco? Moresco è Moresco, ed è uno dei migliori scrittori che l'Italia abbia mai avuto. E L'addio è un libro bellissimo, che mi perseguiterà negli anni a venire, o negli anni già venuti, va da sè.
July 15, 2024
Il grosso problema di questo romanzo e' che l'ambientazione fa acqua da tutte le parti. L'autore parla a lungo di questo mondo dei vivi e dei morti, che rimangono del tutto identici e indistinti, e quello che succede ha davvero poco senso.
March 14, 2018
Credo fermamente sia il libro peggiore che ho letto negli ultimi anni...
April 16, 2017
Recensione pubblicata su Cronache di Betelgeuse
Dovrebbe essere un thriller misterioso, in cui un poliziotto decide d’intervenire quando una serie di crimini efferati inizia a dilagare in città, ma si rivela un libro abbastanza noioso. Le riflessioni interiori del protagonista sulla vita e la morte sono sempre le stesse, ripetute più volte nel corso della lettura. Si potrebbe benissimo tagliare la metà del libro, senza che la trama ne sia impattata.
Il protagonista è anche il narratore della vicenda, per cui dobbiamo basarci sulla sua descrizione personale per capire dove si trova e quale sia lo scopo delle sue azioni. Si definisce un poliziotto, ma da come si comporta in alcune scene sembra essere in killer spietato. La violenza infatti è sovrana e gratuita in questo libro, arrivando quasi a nausearti per il troppo sangue che cola dalle pagine. Scena dopo scena ci vengono mostrate e descritte delle situazioni inquietanti a cui il protagonista risponde con stragi sistematiche.
L’intera struttura descritta, in cui c’è una società dei vivi e una dei morti che confinano, non viene sfruttata a fondo. La città dei morti ha al suo interno alcuni misteri, che però non sono analizzati. L’autore ci trasporta quasi subito nella città dei vivi, lasciandosi alle spalle qualcosa che poteva essere vagamente interessante. Si concentra invece sulle sensazioni e sulle riflessioni del protagonista, che dopo una decina di pagina continuano a ripetersi sempre uguali. Il personaggio infatti è come cristallizzato, non fa nessun passo avanti rispetto all’inizio della vicenda. Una persona normale, dopo aver assistito a tutto quello che ha visto lui, sentirebbe l’impulso a cambiare la propria vita, ma non il nostro protagonista. Alla fine questo libro sembra essere circolare, senza fornirci alcuna risposta agli interrogativi che suscita durante lo scorrere delle pagine.
Dovrebbe essere un thriller misterioso, in cui un poliziotto decide d’intervenire quando una serie di crimini efferati inizia a dilagare in città, ma si rivela un libro abbastanza noioso. Le riflessioni interiori del protagonista sulla vita e la morte sono sempre le stesse, ripetute più volte nel corso della lettura. Si potrebbe benissimo tagliare la metà del libro, senza che la trama ne sia impattata.
Il protagonista è anche il narratore della vicenda, per cui dobbiamo basarci sulla sua descrizione personale per capire dove si trova e quale sia lo scopo delle sue azioni. Si definisce un poliziotto, ma da come si comporta in alcune scene sembra essere in killer spietato. La violenza infatti è sovrana e gratuita in questo libro, arrivando quasi a nausearti per il troppo sangue che cola dalle pagine. Scena dopo scena ci vengono mostrate e descritte delle situazioni inquietanti a cui il protagonista risponde con stragi sistematiche.
L’intera struttura descritta, in cui c’è una società dei vivi e una dei morti che confinano, non viene sfruttata a fondo. La città dei morti ha al suo interno alcuni misteri, che però non sono analizzati. L’autore ci trasporta quasi subito nella città dei vivi, lasciandosi alle spalle qualcosa che poteva essere vagamente interessante. Si concentra invece sulle sensazioni e sulle riflessioni del protagonista, che dopo una decina di pagina continuano a ripetersi sempre uguali. Il personaggio infatti è come cristallizzato, non fa nessun passo avanti rispetto all’inizio della vicenda. Una persona normale, dopo aver assistito a tutto quello che ha visto lui, sentirebbe l’impulso a cambiare la propria vita, ma non il nostro protagonista. Alla fine questo libro sembra essere circolare, senza fornirci alcuna risposta agli interrogativi che suscita durante lo scorrere delle pagine.
March 29, 2016
PER LA RECENSIONE COMPLETA:
http://lalettricedistratta.altervista...
Primo approccio con questo autore,che ho scoperto proprio con questo libro. Incuriosita dalla trama alquanto improbabile,un qualcosa di nuovo nel panorama libresco,qualcosa di inaspettato,in tutti i sensi.
Seguiamo le vicende di D’Arco,non sapremo mai il suo nome se non questo che a quanto ho capito è il suo cognome. D’Arco vive nella città dei morti,perchè è morto. Città dei morti molto “normale” uguale alla città dei vivi,la nostra,ma con la sola differenza che le persone sono morte. Qui apro una parentesi e la chiuso: avete visto le ultime puntate di “Once upon a time”? Io amante della serie ho trovato questo concetto dell’aldilà uguale alla vita di tutti i giorni,uguale a quello della serie chiusa parentesi fandom.
http://lalettricedistratta.altervista...
Primo approccio con questo autore,che ho scoperto proprio con questo libro. Incuriosita dalla trama alquanto improbabile,un qualcosa di nuovo nel panorama libresco,qualcosa di inaspettato,in tutti i sensi.
Seguiamo le vicende di D’Arco,non sapremo mai il suo nome se non questo che a quanto ho capito è il suo cognome. D’Arco vive nella città dei morti,perchè è morto. Città dei morti molto “normale” uguale alla città dei vivi,la nostra,ma con la sola differenza che le persone sono morte. Qui apro una parentesi e la chiuso: avete visto le ultime puntate di “Once upon a time”? Io amante della serie ho trovato questo concetto dell’aldilà uguale alla vita di tutti i giorni,uguale a quello della serie chiusa parentesi fandom.
May 31, 2016
Moresco sovverte un genere letterario, crea un thriller metafisico, mescolando le carte con gli strumenti di un grande narratore, che narra l’impossibile, con la parola piana del plausibile.
http://www.piegodilibri.it/recensioni...
http://www.piegodilibri.it/recensioni...
July 14, 2016
l'idea è interessante e sarebbe la trama perfetta di una graphic novel, ma la storia è sconclusionata e l'ego supponente dell'autore straborda da diverse pagine, a partire dal prologo. anche no.
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