Che cosa significa, oggi, essere “eredi”? Cosa significa essere figli, allievi, posteri in un’epoca senza memoria, che sembra aver reciso programmaticamente ogni legame con la storia e il proprio passato? Eppure la tradizione non è un ingombro da cui ci si può liberare semplicemente ignorandolo. L’eredità – in senso personale e psicologico, così come in senso storico e culturale – è infatti un capitale da far fruttare e non un patrimonio inerte da custodire. Conoscere i propri padri è indispensabile sia per accettarli che per superarli: per amarli così come per ucciderli. In questo libro sei autorevoli pensatori del nostro tempo riflettono sulle infinite sfumature e implicazioni del concetto di “eredità” – sul rapporto tra passato e presente, tra maestri e allievi, tra padri e figli – in un dialogo appassionato con i testi dell’antichità, riuniti in un’antologia che va da Omero a Virgilio, da Platone a Seneca, da Aristotele all’Apocalisse.
Enzo Bianchi è un saggista italiano, monaco laico, fondatore della Comunità monastica di Bose, a Magnano, della quale è stato anche priore dalla fondazione fino al gennaio 2017.
Un testo leggero, con qualche buono spunto. Considerando che sono gli atti di un convegno si rivela interessante ma paga la sinteticità. In particolare, la parte di Recalcati è il riassuntone dei suoi testi sul complesso di Telemaco. Non necessario…