Sono Tommaso, Marco e Filippo gli amori di Emma. Sono Tommaso, Marco e Filippo gli uomini che Emma amerà nell’arco della sua giovane vita, certo in modi diversi, con consapevolezze e maturità diverse, con slancio ed entusiasmi diversi, ma sempre con la profondità di guardarsi dentro e splendere, nonostante tutto.
Il mio rapporto con Sara Rattaro è strano. Il primo libro di lei che abbia letto si intitola L’amore addosso, e sì che ce l’ho avuto addosso per giorni. Mi ha lasciato talmente l’amaro in bocca da non riuscire neanche a dire se mi fosse piaciuto o meno, se mi avesse lasciato qualcosa o proprio il nulla assoluto. Per quel filo sottile di comunione letteraria con tante persone che ne parlavano benissimo, ho voluto darle un’altra possibilità. Ed ho fatto bene, anzi benissimo.
Ed è così che nel giro di un mese, o poco più, mi sono ritrovata a leggere, ed amare tantissimo due suoi libri, e a comprare tutti gli altri!
Le storie di Sara Rattaro, tutte quelle lette finora, sono un pugno nello stomaco. Per tutta la durata della lettura hai come l’impressione di avere un macigno nello sterno, rimani con il fiato sospeso fino alla fine, e non perché piene di suspense o colpi di scena, no, solo piene di emozioni forti ed anche contrastanti tra loro, ma che ti impediscono di fare o pensare ad altro. I libri della Rattaro sono brevi, se si stanno a contare le pagine. Sì, è vero, mi sono ritrovata a leggerli anche in un giorno solo, ma è pur vero che se riesci a farlo è perché proprio non riesci a staccarti dalle pagine e dai personaggi e dalle storie. Cerchi di fare altro e poi torni ad aprire il libro anche solo per poche pagine, pagine che però poi, una volta concluse, ti porterai nella testa per giorni e giorni.
“Splendi più che puoi” l’ho letto un sabato mattina, tra una faccenda ed un’altra, tra una lavatrice fatta ed un’altra da fare, tra il sugo bruciato sul fuoco e le corse in camera per bere un’altra sorsata di questa bevanda, che è la Letteratura, di cui non saremo mai sazi.
Le sue storie, che ad un primo sguardo sembrano note e conosciute, ma che poi lei riesce a rendere uniche, attraverso parole semplici e non affatto ridondanti, hanno una caratteristica comune: parlano di sentimenti, di cuore, di famiglie, di amori finiti e ricominciati, di figli, ma con una delicatezza che li rende credibili e veri.
Questo libro non volevo leggerlo. No davvero. Dalla quarta di copertina avevo letto che parlava di violenza sulle donne. L’argomento era troppo delicato e spinoso e non mi sentivo pronta in quel periodo per leggere una storia così. Ma quelle pagine mi chiamavano ed io, non resistendo, mi sono lasciata convincere e sono entrata in un libro che sì mi ha sconvolto, ma che tutte le donne dovrebbero leggere, leggere e leggere, e rileggere, rileggere e rileggere.
Questa è la storia di Emma, una ragazza che a 19 anni si innamora di un uomo, Tommaso, di venti anni più grande di lei, un medico, il suo “supereroe”, uno che si mette contro la famiglia di Emma per difendere un amore appena nato e che, nonostante la consistente differenza d’età, durerà ben dieci anni, affronterà le difficoltà del caso, ma poi si troverà di fronte ad una fine, mai creduta inevitabile.
“ Non esiste la coppia perfetta. Nessuno può amarsi per sempre, nutrire infinita fiducia o costruire un rapporto del tutto privo di minacce. Esistono solo impavide persone che nonostante tutto ci provano. A volte ci riescono.”
Emma subisce una grande delusione dalla fine di questo amore, ed è a causa di una certa inadeguatezza che prova, nonostante sia cresciuta tanto grazie a questa unione, che invece di prendersi del tempo solo per sé, per maturare la fine di questo amore e per metabolizzarla, va subito alla ricerca di altro, di un altro uomo, di un altro amore, di un’altra illusione. L’unico errore, o meglio debolezza, o forse solo fragilità, che posso imputare ad Emma è questo: non essersi data il giusto tempo per dimenticare Tommaso.
“Io che avevo imparato a camminare su quelle che credevo le mie gambe, ora, senza di lui,
non riuscivo più a muovere un passo e non sapevo come spiegarlo.”
Per quel vizio masochista che abbiamo noi donne di non voler stare da sole, forse per dimostrare a noi stesse di valere ancora, nonostante ci abbiano lasciato, Emma va a ricercare la sua sicurezza e la sua strada non in sé, ma tra le braccia di Marco, un collezionista d’arte, che inizialmente la fa sentire bene, in pace con se stessa e con il mondo, ma che subito dopo un matrimonio lampo, le farà capire, sulla sua pelle e a sue spese, quanto possa essere fragile la psiche umana e a quali tragiche conseguenze può portare non dare ascolto a quei segnali, tantissimi seppur microscopici, che aveva sì ricevuto, ma a cui non aveva dato il giusto peso.
«Fu lì la prima volta. Quella di cui ogni donna potrebbe parlare in eterno perché,
anche se il livido passa, la ferita è destinata a rimanere.
Lo fece con il bastone dell’ombrellone da spiaggia che avevo scelto proprio io.
Sulle gambe e sulla testa.
Senza spiegazioni e senza motivo.
Lui in piedi dominante. Io a terra, indifesa.»
Da qui si entra nel vivo del racconto di questa coppia: la nascita della figlia Martina, la decisione di Marco di far smettere Emma di lavorare, lavoro che per lei aveva sempre significato tutto, indipendenza, passione, creatività, “un’ancora di salvezza”. Decisone, di fatto, di sequestrare tutta la famiglia in una casetta di proprietà di Emma, persa tra le montagne, dove non c’era nessuno che li conoscesse o li sentisse o li giudicasse o potesse accorgersi che in quella famiglia accadesse qualcosa di strano. È in questo paesino di montagna, San Biagio, che si consuma la tragedia familiare di Emma: andare a fare spesa con i soldi contati per non far sì che potesse telefonare, farle abbandonare il lavoro, subire le scenate paranoiche ed estenuanti di gelosia di Marco, essere rinchiusa per ore in una cantina, essere picchiata, con violenza ed indifferenza, senza un perché, senza un motivo, senza razionalità.
La aiuterà ad uscire dal baratro in cui era finita Tommaso, proprio quel Tommaso che evidentemente, oltre ad amarla le aveva anche voluto bene. Sarà quel bene a portarla fuori e cercare di far curare la malattia psichiatrica di Marco.
I capitoli centrali sono i più difficili da leggere, sono quelli che vorresti saltare, quelli che ti fanno capire quanto possa essere indifesa una donna, pur essendo forte, quanto possa essere forte una donna, pur essendo indifesa. Perché ad un certo punto, Emma capisce che le cose si complicano ogni giorno che passa, capisce che la malattia di Marco, quella che in seguito gli sarà riconosciuta come disturbo paranoide, segue dei ritmi ben precisi che può in qualche modo controllare, ma sente di avere i minuti contati, sente che fa parte di un ingranaggio di una bomba che potrebbe esplodere da un momento all’altro, sente di dover fare concretamente qualcosa non tanto per salvare se stessa, ma per sua figlia di tre anni. E se gli anni rinchiusa in quella casa, cinque lunghissimi anni, sono stati difficili e duri, Emma si renderà conto di quanto lo saranno ancora di più quelli in cui dovrà affrontare il mondo fuori da quella casa: la famiglia di lui che, pur sapendo da sempre quali fossero i problemi del figlio, si chiuderà ancor di più in un silenzio omertoso, affrontare una vita fatta di paure, inseguimenti, sentirsi controllata e spiata, sentirsi minacciata in ogni passo che fa verso una nuova vita. Perché dopo verranno gli anni degli avvocati, delle cause legali per il divorzio e l’affido esclusivo, della sua riabilitazione psicologica attraverso un gruppo di sostegno, della psicologa che aiuterà Martina, della paura costante che lui possa fare del male alla figlioletta, dei carabinieri sotto casa a sorvegliarla per evitare che subisca più di quanto abbia già dovuto subire.
È in questo nuovo contesto di paura che conoscerà Filippo, un personaggio che mi è piaciuto tantissimo, un carabiniere che riesce a vedere nello sguardo impaurito di Emma una voglia di credere ancora nell’amore, un uomo che le porgerà la mano e le darà tutto il tempo necessario per afferrarla e con lei ricominciare a vivere.
« Mi sono messa a ridere e lui ha riso insieme a me.
Non ricordavo quanto tempo fosse passato da quando avevo scherzato con un uomo.
Aveva la voce calda come un vento del deserto. La voce giusta. La voce che vuoi sentire quando hai la testa piena di dubbi e il cuore pieno di paure.»
È che le persone che hanno subito tali strappi nella vita, seppur abbiano avuto una famiglia che, nonostante sia stata allontanata, è sempre stata presente, seppur abbiano avuto punti di riferimento fermi ed importanti, ed Emma ha avuto questa fortuna, restano comunque delle persone a metà. Che con difficoltà riescono a ricostruire una propria vita, a darsi un’altra possibilità, a tornare ad essere come erano, ad amarsi come si amavano.
I personaggi sono umani. Decisamente troppo umani. Con loro non sogni ad occhi aperti, con loro vedi il mondo come è realmente, si mettono a nudo davanti a te e si mostrano per quello che sono: traditi e traditori, bugiardi e sinceri, fragili e forti, umani, troppo umani, veri, troppo veri. Ed è per questo che non riconoscersi in almeno uno di essi è impossibile, è tempo sprecato, perché tanto prima o poi uno di loro dirà una frase che tu hai pensato e farà una scelta che avresti voluto fare e non hai fatto.
Arrivata alla fine del libro mi sono chiesta: “oddio, ma di che colore aveva i capelli Emma e gli occhi di Tommaso o di Marco o di Filippo erano verdi o marroni o celesti?". Una costante della scrittura della Rattaro è che non ci sono descrizioni accurate né dei luoghi né dei personaggi. In alcuni capisci che siano ambientati a Genova solo perché sai che lei è nata lì, perché nomina sempre e comunque, almeno una volta, il mare, anche se il libro è ambientato per la maggior parte delle pagine in montagna. Non ha bisogno di descriverti un corpo o la forma di un viso o l’interno di una casa, quello che interessa a Sara Rattaro è spiegare un animo umano, cosa accada nelle menti dei suoi personaggi, poi il colore dei capelli e degli occhi puoi anche deciderlo tu, ma devi sapere, ed infatti arrivata alla fine lo saprai, che cosa pensa e sente e sogna e rimpiange ogni suo personaggio.
«Tutti abbiamo diritto ad una seconda occasione.
Chi sbaglia, chi si pente, chi si arrende.
Sì, tutti abbiamo diritto di rimediare ai nostri errori,
di ricominciare da capo o rifarci una vita. Basta trovare il coraggio di chiederlo.»
Ed allora, Emma buttati! Abbi il coraggio di tornare a vivere, a sognare, ad amare. Fallo per te e per tutte quelle donne che non hanno potuto, che non hanno fatto in tempo, che non ne hanno avuto il coraggio, o che magari si sono sentite troppo sole per farlo, o si sono vergognate di una colpa che non era la loro.
La Rattaro, di cui ormai adoro tutto, dalla scrittura alla sensibilità, dalla delicatezza alla veridicità assoluta, ha dato voce, con la voce di Emma, al dolore di tante donne che ogni giorno subiscono violenze domestiche, alle loro paure, alla loro vergogna, e ha dato voce anche alle lettrici come me che sono entrate subito in empatia con lei ed abbiamo fatto nostri i suoi dolori, nostre le percosse che subiva in silenzio, nostre le lacrime che versava nella solitudine di una fredda cantina. Questo libro andrebbe non solo letto, ma riletto una volta l’anno per ricordare. Per ricordare che la nostra vita ha una dignità che non possiamo regalare a nessuno. Ed allora, seguiamo il promemoria che ci lascia Emma:
Primo errore: pensare di essere sbagliata
Secondo errore: sforzarmi di volergli bene
Terzo errore: pensare di avere la situazione sotto controllo. Essere accondiscendenti è solo un modo per prolungare l’agonia
Quarto errore: pensare di essere l’unica persona che può aiutare qualcuno a risolvere i suoi problemi
Quinto errore: pensare che in una guerra la pietà venga premiata
Sesto errore: vergognarmi
Settimo errore: credere di poter cambiare la situazione da sola
Gli errori sono come gli oggetti che porti in cantina. Cose che non ti servono più, di cui puoi fare a meno, che ingombrano ma di cui non riesci a liberarti.
Il libro mi ha lasciato senza parole per giorni. Senza voglia di fare altro per giorni. Con un’angoscia ed un malore costanti. Ma anche con una grande speranza nel cuore, la stessa di Emma:
«Tutto questo viene comunemente chiamato guarigione,
il nostro ritorno all’equilibrio e alla salute.
Raramente però è accompagnato dalla dimenticanza.
Ma non importa, perché l’unica cosa davvero importante è ricordarsi di splendere.
Anche se il mondo, a volte, te lo impedisce,
tu splendi
Splendi più che puoi.»