Ci sono quei libri che arrivano nella tua vita all’improvviso e ci lasciano un segno. Per me “Ritratto in piedi” di Gianna Manzini è stato uno di questi. Nella mia vita ci è entrato in punta di piedi, quando l’ho scorto nello scaffale più alto della libreria. La libreria di famiglia è un po’ magica. Ogni tanto da lì spuntano libri di cui ignoravo bellamente l’esistenza. Era un’edizione del ‘75, un po’ ingiallita e, a giudicare dalla polvere, non era stata sfogliata di recente. Morale della favola: l’ho iniziato e l’ho divorato in pochi giorni, riducendomi anche a restare sveglia fino a tardi per finirlo. Come suggerisce il titolo, in queste pagine l’autrice delinea - seppur all’inizio riluttante nell’imbarcarsi in quest’impresa - il ritratto del padre ormai morto da anni. Giuseppe Manzini era un anarchico, morto nel 1925 in seguito a un’aggressione fascista. Ammetto di avere una debolezza per le opere autobiografiche che si incentrano sul rapporto con uno dei genitori. Quello tra Gianna e suo padre è un rapporto di complicità, in cui lei alterna immensa ammirazione e una sorta di vergogna. E poi c’è il rimorso, una parola che rimbomba per tutta l’opera. Ma non c’è solo il padre. Più leggero ma comunque presente è il ritratto della madre, Nilda, una donna di cui la figlia ricorda sia le lacrime sia la fierezza. C’è il ritratto della famiglia di lei, borghese e conservatrice, che non ha mai visto di buon occhio quel “sovversivo” che incitava allo sciopero gli operai. C’è il vivo ritratto della sua città natale, Pistoia, e dei luoghi della sua infanzia e della sua adolescenza. Vita, morte, ricordi, legami familiari e rimpianti aleggiano per tutta la durata di un libro che - posso dirlo con certezza - mi resterà nel cuore.
Libro molto complesso, soprattutto da recensire - visto che, nonostante la scrittura decisamente pesante ed involuta, è comunque corto e quindi si fa leggere! Allora, la prima impressione è decisamente il linguaggio, datato, pesante, involuto è dire poco. E lo stile che salta da un pensiero all'altro senza soluzione di continuità, dove per leggere una pagina ci vuole l'attenzione che si dedica a una saggio universitario per studio (e questo in un libro di "narrativa" per me è un difetto). All'inizio ho dato la "colpa" a quando è stato scritto - 1974. In parte è sicuramente questo, ma non solo; credo che la scrittrice lo facesse "apposta" a rendere involuti i suoi pensieri, appesantendoli con circonlocuzioni di parole vetuste e complesse. Ci può stare, ma a me "butta indietro"
Poi però - e per fortuna che io ho uno il vizio di non abbandonare un libro che non mi piace (lo so Pennac, lo so, è un mio diritto, ma come per l'aborto, mi batterò a morte perché rimanga tale, ciò non vuol dire che lo usi quando mi trovo nelle condizioni di farlo!!!) e due il partecipare ai gruppi di lettura senza aver completato il libro proprio non è nelle mie corde - ho resistito e sono andata avanti. E il tema è ASSOLUTAMENTE nelle mie corde. Chi mi conosce sa che l'edipo è una fase che, a 56 anni di età e a 31 dalla morte di mio padre, ancora non mi è passata. L'ammirazione che ho nei suoi confronti, come uomo, come idealista, come medico e anche come padre è ancora assoluta (e probabilmente ai limiti del patologico). Come ha detto da poco una mia conoscente al funerale del padre "Io sono prima di tutto la figlia di...". Ecco, non credo sia sano, ma anche per me è così. E Gianna, a 50 anni dalla morte del suo, rimane la figlia di Giuseppe Manzini, non scrittrice, non donna. Figlia con tutti i sensi di colpa di noi figlie: una tra tutte, la colpa di essergli sopravvissute. Che è folle, ma tant'è, l'edipo è anche questo. E le similitudini non finiscono qui: Giuseppe era un anarchico, e ha pagato con la vita la sua "fede"; il rispetto e l'ammirazione della figlia non hanno fatto sì che lei fosse in grado di seguire una scelta simile - e meno male direi io! E forse per me è un po' la stessa cosa, anche se mio padre non è morto per la sua fede comunista, ma per il viziaccio del fumo (che sembra comune anche a quest'altro uomo). Insomma, i temi del libro sono fondati, fondanti e prendono allo stomaco, nonostante lo stile respingente. Insomma, un libro da leggere, nonostante tutto!!!
Col fiato mozzo, provo, riprovo. Voglio una franca paura, una decifrabile paura; o una insostenibile pietà; o una decisa vergogna. Vergogna de’ miei? Di me? Non si finisce mai, specie con l’infanzia. Che miniera, che labirinto, che nascondiglio, che trabocchetto, che prigione: sempre a trovare, a scoprire, a essere aggrediti, a inorridire, a scappare
Poco dopo, ben distanziati gli uni dagli altri, passavano i personaggi più in vista e più importanti della città. Scioccamente autorevoli, avevano l’aria di ripulire, con la sola presenza, la strada, di cancellare delle orme. Invece, niente copriva qualcosa che restava del pur breve corteo. Restava e continuava a prometterci di essere liberi soltanto se li avessimo ascoltati. La morte non verrà mai. Potenza inestinguibile d’essere stati vivi un giorno. D’avere agito. Chiuse le finestre, di nuovo chini sul lavoro, tutti respiravano un ardente scompiglio.
Il dolore sofferto da mio padre e specchiato in quelle pagine, quasi non lo sospettavo. Me ne disinteressavo e basta. In alcun modo non mi giustificano i miei sedici anni. Ma lui, calmamente, senz’affatto insistere perché sapessi di lui, mio padre, con quella poesia voleva soltanto dimostrarmi che si può uscire da se stessi, mettere se stessi sotto i piedi, per condiscendenza, per affetto, o magari in virtù d’una superiore larghezza e libertà interna.
Mi perdonava. Mi accoglieva, così com’ero, zeppa di spine; e mi stringeva a sé. Accidenti, come possono essere malvagi i figlioli.
"Ci sono dei libri che, pur parlando di una certa epoca storica in modo molto preciso e circostanziato, riescono ad essere sempre attuali. Questo romanzo però non mi pare che vada in questa direzione, purtroppo."
Questo lo dicevo intorno alla trentesima pagina del romanzo e, per quanto mi secchi auto-citarmi, duecento pagine dopo non posso che confermare lo stesso giudizio. Il romanzo della Manzini (anche se, più che di un romanzo, si tratta di memorie romanzate) ha uno scopo tutto privato, che si esaurisce nel bisogno dell'autrice di riallacciarsi emotivamente al padre che sente di aver abbandonato durante gli anni più duri della sua vita, quelli del confino a Cutigliano.
Gli anni della maturità intellettuale e politica di Giuseppe Manzini, anarchico in aperta contestazione con Mussolini e col fascismo, impegnato per tutta la sua vita in una strenua lotta politica contro il regime e per l'affermazione della libertà dell'individuo, emerge fra le pagine dei racconti della figlia non come rivoluzionario, ma principalmente come padre.
Ed è questo il motivo principale per cui trovare un contatto emotivo con ciò che la Manzini racconta è incredibilmente difficile: leggendo si ha continuamente l'impressione di stare sbirciando nel diario privato di qualcuno i cui sentimenti sono troppo precisi, privati e circostanziati per permettere una vera connessione con ciò che viene raccontato.
Non aiuta l'enorme distanza non solo cronologica, ma ideale, mentale, con la vicenda, per non parlare della distanza anche stilistica che contraddistingue la narrazione del romanzo, spesso aulica, barocca, eccessivamente propensa a metafore astruse e voli pindarici particolarmente audaci, come all'interno di uno dei capitoli centrali, nel quale viene descritta una delle riunioni della cellula anarchica del fiorentino in una casa di campagna, e l'autrice prima elenca una serie di sensazioni tattili, visive, uditive e via così, per poi spiegarle una per una nel dettaglio nelle successive dieci pagine.
In sostanza stiamo parlando di un libro prolisso, che parla di un dolore molto personale, che dà l'impressione di essere stato utile solo all'autrice e di avere esaurito lì il suo compito. Non lo consiglierei a nessuno che non fosse particolarmente interessato non solo al periodo fascista o alla storia del movimento anarchico, ma specialmente alla figura del Manzini.
Ho letto questo libro anni fa, ma ancora ricordo il modo in cui mi ha emozionato. Un tributo di una figlia al padre, toccante e delicata, che soprattutto in quanto figlia ed ex-bambina ho potuto apprezzare particolarmente. Lo consiglio.
3,5 ⭐️ Il libro inizia con il racconto di un cavallo terrorizzato che si rifiuta di attraversare il Ponte Santa Trinità a Firenze, costringendo ogni volta il cocchiere a cambiare strada. L’autrice dichiara di avere provato lo stesso terrore di quel cavallo ogni volta che si accingeva a scrivere di suo padre, l’anarchico Giuseppe Manzini. Riuscirà a scrivere la dolorosa storia solo a 75 anni. Una biografia parziale, piena di amore, di rimpianto e di sensi di colpa, molto toccante. La prosa di Gianna Manzini è raffinata, aulica e ricca di metafore, anche a scapito della scorrevolezza della lettura.