Winner of the prestigious Italian literary prize, Premio Vareggio, Words Are Stones offers an insightful and authentic portrait of Sicily and its people. Over a number of years, Italian writer Carlo Levi made three journeys to Sicily. He went on to chronicle his travels, penning a series of short essays that capture in miniature the essence of Sicilian its traditions, culture, and breathtaking landscape. Here, gathered in one comprehensive volume, these writings offer a rare and observant portrayal of an island whose people—though burdened by poverty, political upheaval, backwardness, and murder—retained a true generosity and graciousness of spirit. Italian writer and painter Carlo Levi is best known for his remarkable work, Christ Stopped at Eboli.
Carlo Levi was an Italian-Jewish painter, writer, activist, anti-fascist, and doctor. He is best known for his book, "Cristo si è fermato a Eboli" (Christ Stopped at Eboli), published in 1945; a memoir of his time spent in exile in Lucania, Italy, after being arrested in connection with his political activism. In 1979, the book became the basis of a movie of the same name, directed by Francesco Rosi. Lucania, now called Basilicata, is historically one of the poorest and most backward regions of the impoverished Italian south. Levi's lucid, non-ideological and sympathetic description of the daily hardships experienced by the local peasants helped to propel the "Problem of the South" into national discourse after the end of the World War II.
'We went on, beyond these changeless boundaries of the world. We left on our right-hand side the improbable pointed spur that hangs over Marineo, and penetrated into wide valleys and mountains ever more desolate, with distant villages perched on their sides; we passed beneath sheer rocks and into broad hallows where flocks of sheep, far away in the distance, were difficult to distinguish from stones; and the only human beings we came across were one or two shepherds, one or two carters and one or two road menders, naked to the waist, busy filling up holes. The silence of moon hung over these solitudes; ravens flew across the sky; earth was enfolded in the noble austerity of the deserted landscape, as in a black mantle.'
After a lively opening piece on the Mayor of New York, Vincent Impelliteri, who returned to visit his birthplace in an imported Pontiac with a party of Miss Europe beauty contests in tow, Carlo Levi ventured off with his travelling companions to paint a stark and vivid picture of a place that felt like it was trapped in another time. Had it not been for the car they were travelling in, you wouldn't know that this was in fact the 1950s. From the stunning lava landscape of Etna to the sulfur mines; where working working conditions were nothing short of medieval, to the various peasant villages along the way, Levi records the tragic attempts to bring about change and equality, the depiction of the ruthless mafioso, and the extreme poverty that blights vast areas of the island. His descriptions of the landscapes - just like he did in Christ Stopped at Eboli - were at times breathtaking, and he certainly has an eagle eye when it comes to detail. Most important of all though, was giving those who were suffering a much needed voice.
Un’altra tappa dei viaggi di Carlo Levi nell’Italia profonda post-unitaria ma non ancora unita, a cui la Repubblica ha promesso molto, ma realizzato poco. Dopo la Sardegna di Tutto il miele è finito, la Sicilia di Le parole sono pietre. Anche in questo caso un reportage che non ha nulla di turistico anche quando descrive l’ambiente e i costumi. Con una prosa precisa, ponderata, fatta di pensieri dai mille incisi che costringono a stare immersi nella frase e a una lettura faticosa, ma appagante, Levi ci riporta i contrasti tra la miseria contadina e i rapporti di potere feudali con i latifondisti o i proprietari delle miniere, con la burocrazia e la forza pubblica che, assieme alla mafia, diventano organici alle nuove forme di potere della Repubblica,
”- Questa terra fu sempre, - diceva S., mentre la macchina si inerpicava sui monti deserti, - un paese di invasioni e di conquista: tutti gli invasori e i conquistatori furono stranieri, e lo rimasero. Vennero, presero e ripartirono, lasciando e creando, a reggere il paese, i loro rappresentanti, i nobili, i principi, i duchi, i baroni, una aristocrazia di origine straniera, e, come tutte le aristocrazie, naturalmente in lotta col lontano governo; e forze militari insufficienti ad altro che a serbare il possesso e tenere in rispetto i baroni. Mancava perciò, è sempre mancata, e ancora manca, una classe intermediaria: ma fra il popolo contadino e lo Stato straniero c’è sempre stato un abisso, un crepaccio; e qui sta nascosta la mafia. Per giungere alla distesa dei feudi, ai villaggi dell’interno, alla terra, al contadino, per far pagare la gabella, per succhiare il grasso del paese, necessario ai lontani governi e alla vita dei nobili, non ci sono mai state forze sufficienti né intese dirette; tutta la vita dell’isola fu sempre abbandonata a se stessa. Così nasce il gabellato, e il compiere, il sovrastante che non soltanto garantisce a proprio vantaggio l’esazione dei beni ma si sostituisce allo Stato assente in tutte le funzioni di ordine e giustizia, pone il suo codice d’onore al posto della legge estranea e impotente, e diventa, a mano a mano, un potere assoluto e unico, fondato sul prestigio e sulla assenza. Questa è l’origine storica della mafia: ne viene quel tacito patto fondamentale di impunità fra essa e lo Stato. Finché lo stato è straniero e si mantiene straniero, finché non nasce direttamente dal popolo e dalla sua vita quotidiana, la mafia gli è necessaria, solo mezzo di conservazione.”
L’unico antidoto possibile per pensare un cambiamento è organizzarsi in leghe e sindacati per rivendicare i diritti attraverso la partecipazione attiva e l’uso dell’arma dello sciopero e dell’occupazione delle terre, ”e il piacere che essi hanno di sentirsi vivere, e la sicurezza di vincere, è l’ineffabile, inconsapevole senso di essere entrati , come attori, in una vicenda vera, nel mobile fiume della storia.” È dalla morte sul lavoro del giovane minatore Felice Michele che nasce la lega sindacale dei minatori di Lercara che li conduce a un duro e prolungato sciopero, ”il senso antico della giustizia fu toccato, la disperazione secolare trovò, in quel fatto, un simbolo visibile, e lo sciopero cominciò. Durò venti giorni, poi cessò, poi ricominciò, dopo licenziamenti di rappresaglia, accompagnandosi ormai a richieste sindacali precise, di salari, assicurazioni, sicurezza, libertà di organizzazione; e continuava ancora, né si poteva prevedere come sarebbe finito.” E l’impegno è un impegno civile, prima di tutto, che in paesi in mano alla mafia può costare la vita, come al giovane Salvatore Carnevale, ”uno dei migliori, un vero capo contadino. […] Fu lui a fondare la sezione socialista di Sciara, nel ’51, e a mettere in piedi la Camera del Lavoro. A Sciara non c’era mai stato nulla, nessun partito, nessuna organizzazione per i contadini, niente mai. Era un paese feudale, lo vedrai. Fermo nelle stesse condizioni da chissà quanti secoli, terra di feudo, con la principessa, i soprastanti, i campieri; e i braccianti che non sapevano neanche di esistere, immobili da secoli. È un paese poverissimo, naturalmente (ti diranno che non è vero) in mano alla mafia. Non è un grosso centro di mafia come Caccamo, Termini, o Trabia o Cerda, che le stanno tutto attorno, perché è poco più di un villaggio. Ma quei mafiosi sono i padroni e fanno la legge. È la condizione elementare dei paesi del feudo. Carnevale fu il primo, e mosse ogni cosa con l’esempio e il coraggio. Perché aveva una mente chiara, e capì che non si può venire a patti, che i contadini dovevano muoversi con le loro forze, che il contadino per vivere deve rompere con la vecchia struttura feudale, non può fare la cosa a mezzo, non può accettare eppure il minimo compromesso. Capì che l’intransigenza è, prima che un dovere morale, una necessità di vita, e che il promo passo è l’organizzazione, e che ci si può fondare e appoggiare soltanto sulle organizzazioni che non hanno nulla a che fare con il potere.” Salvatore Carnevale fu ucciso mentre si recava al lavoro e la madre Francesca assume su di sé il coraggio e la dignità della parola, ”Parla, racconta, ragiona, discute, accusa, rapidissima e precisa, alternando il dialetto e l’italiano, la narrazione distesa e la logica dell’interpretazione, ed è tutta e soltanto in quel continuo discorso senza fine, tutta intera: la sua vita di contadina, il suo passato di donna abbandonata e poi vedova, il suo lavoro di anni, e la morte del figlio, e la solitudine, e la casa, e Sciara, e la Sicilia, e la vita tutta, chiusa in quel corso violento e ordinato di parole. […] Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre.”
Come to Sicily, read this book. Read this book, come to Sicily. Carlo Levi gives grace to the historic treasury, contrasts, contradictions, severe beauty, convoluted history, and inequities of Sicily. Although written over fifty years ago, Levi's words are invaluable to the outsider's journey (mine) of understanding and appreciating Sicily.
Levi writes at the end of this scorching indictment of corruption in Sicilia: (my translation-perdonatemi) "Sicily is far away. But already the train, in the glowing morning light, carries me to Rome, too aware and too ignorant, asleep in its own history without limits and in the torpor of the hot summer." By Rome, he alludes to Italy's central government, from the time of the Risorgimento until relatively recent years, willfully ignorant of social injustice and misery in Italy's southern regions. Here, Levi's encounters around Sicily underscore established and nearly unassailable inequities, abetted by the complicit relationship between government (local and national), the police, and the mafia. By the last chapter, Levi convinces the reader of the indomitable spirit residing in the heart of every contadino, every small shop owner, every worker in the sulphur mines, and every soul sacrificed to the betterment of life for everyone.
Le impresioni di tre viaggi in Sicilia, ma non solo una bella descrizione dei paesaggi, ma anche dell'umanità che li abitava, in particolar modo dei caratteri ed i problemi degli strati sociali più svantaggiati e poveri. Un quadro che, anche se descrive la situazione degli anni '50, tocca il cuore del lettore, ma non è folcloristica descrizione, bensì un grido di dolore e sdegno contro le cause: i ricchi latifondisti e gli imprenditori e di chi ne faceva gli interesse: la mafia. Simpatica la storia dell'ex sindaco di NewYork, toccanti quelle dei minatori e del sindacalista ucciso dalla mafia.
“Così questa donna si è fatta, in un giorno: le lacrime non sono più lacrime ma parole, e le parole sono pietre.” Così Carlo Levi parla di Francesca Serio, madre di Salvatore Carnevale, sindacalista ucciso dalla mafia, in una delle più belle pagine di questo libro, frutto di tre viaggi in Sicilia avvenuti nei primi anni cinquanta. La grande capacità di questo autore è di appassionarsi ai problemi della gente debole, se non inerme, con la forza che gli nasce dall’amore, un sentimento viscerale che lo porta naturalmente a prendere le difese di chi, complice l’inerzia, quando non addirittura la partecipazione attiva dello Stato, è vittima di secolari ingiustizie, è ridotto alla condizione di sottouomo, vero e proprio servo della gleba in una società feudale in piena epoca moderna. Il libro in pratica è il diario di un viaggiatore attento, capace di descrivere in modo artistico, poetico e pittorico panorami mozzafiato, ma anche di saper cogliere gli aspetti stridenti, le atmosfere che da gioiose diventano tristi, fatte di una malinconia propria di chi è senza speranza, in una sola parola l’anima di una regione. L’arrivo in visita a Isnello, suo paese d’origine, del signor Impillitteri, sindaco di New York, rappresenta a prima a vista un capitolo a sé, ma, con lo scorrere delle pagine, si comprende come anche il successo di uno non riesca a costituire la speranza di un riscatto per gli altri, non invidiosi, ma partecipi di una festa che offre in tutta la sua crudezza la realtà della loro condizione, e se anche nasce un entusiasmo è poca cosa che rapidamente svanisce. Levi ha viaggiato in lungo e in largo per l’isola, ha toccato mete ridenti e città dall’apparenza moderna, ma che nascondono nelle periferie o al loro interno la vergogna di un mondo arretrato, misero, della miseria più nera, di gente affamata, di bimbi scheletriti e in preda alla malaria, contrasti che sono tipici di quest’isola in cui si può passare da ville patrizie, con giardini paradisiaci, a casupole di paglia, senza l’ombra di un albero.
3 e mezzo. Questo resoconto è intensamente significativo per via del racconto delle condizioni delle classi umili della Sicilia, e in generale nel Sud d’Italia del dopoguerra. Offre uno spaccato intenso e sincero delle difficoltà lavorative, della lotta sindacale, dello sfruttamento quasi feudale da parte delle classi dominanti. C’è qualcosa però di distante, o freddo, o un po’ troppo asciutto nello stile, che non coinvolge pienamente. Inoltre, nel descrivere alcune delle città siciliane, l’autore sembra indulgere a un occhio un po’ turistico e folkloristico. La storia riprende importanza quando approccia le lotte contadine e sindacali, e quelle che coinvolgono la mafia.
Comunque testimonianza straordinariamente importante di una dimensione storica r sociale molto vicina, eppure completamente scomparsa. Per ricordare e conoscere il mondo dei nostri nonni e bisnonni, che sta alla base di molte problematiche sociali ancora attuali, non ultima quella della corruzione e della mafia, ma anche del gap tuttora esistente fra Nord e Sud.
Stavolta Levi ci dà in prestito il suo sguardo per osservare la Sicilia degli anni ‘50. E, come già in Cristo si è fermato a Eboli, il suo è uno sguardo pieno di compassione per gli uomini e le donne che li incontra. In effetti mi ha colpito come si soffermasse molto più a lungo a descrivere gli oppressi, piuttosto che gli oppressori. I primi lo riconoscono per strada, sanno che per loro Levi rappresenta un’occasione per rendere note le loro storie. Lui gli si avvicina, osserva loro e le case (o le catapecchie) in cui vivono, ascolta e riporta fatti di ingiustizia, di povertà e di abbandono da parte delle istituzioni. Gli oppressori vengono citati quasi distrattamente, come se fossero una tempesta, povera in sè di significato, ma rilavante solo per quello che si lascia dietro. Probabilmente perché Levi sapeva che gli ingiusti, i corrotti, i mafiosi, non meritano attenzione e non meritano visibilità ma solo una vera e soprattutto seria denuncia.
La prosa di Levi è sempre bella per la sua capacità descrittiva dei paesaggi e anche delle persone, ma qui le persone sembrano stare più in secondo piano. La natura frammentaria (3 episodi) del racconto in cui vuole dare una vista della situazione sociale e disastrosa della Sicilia dell'epoca, schiacciata dalla miseria e dalle condizioni di lavoro e di vita disumane, e oppressa dalla mafia, non riesce a fornire quella visione corale ed empatica del Cristo. Il testo resta una cronaca un po' fine a se stessa, per quanto lo scrittore cerchi di caratterizzare lo spirito nobile dei siciliani.
Tre affreschi di Sicilia stupendi. Levi restituisce la crudezza di storie di ingiustizia sociale senza dimenticare la poesia dei paesaggi. Lo fa attraverso parole calibrate che permettono al lettore di immaginare i luoghi, i paesaggi e le persone di cui si parla. Stupenda la descrizione del viaggio in treno che dalla Calabria porta l'autore in Sicilia: chiunque abbia mai preso quel treno conosce ogni angolo descritto in queste pagine.
There are smells, colors and discoveries on every page, but not those a tourist may like: this is a book about the struggle of the poor against the powerful and the maffia.