Novembre 1945, dimissioni di Ferruccio Parri da Presidente del Consiglio dei Ministri; pochi giorni che rappresentano uno spartiacque nella storia del Paese, pochi giorni che sanciscono la fine del sogno rivoluzionario di cambiamento rappresentato dalla Resistenza. Levi dilata temporalmente il racconto agli anni precedenti e fa riemergere ricordi d’infanzia e frammenti onirici, conferendo al testo uno spessore che va oltre il racconto civile e politico.
Il tempo, il suo fluire ineguale e il suo diverso significato, il suo essere imbrigliato nella scansione meccanica di un orologio, accompagnano il racconto.
Il controllo del tempo, la regolarità, sono un po’ ciò che si trasmette attraverso la linea maschile delle generazioni, ”tutti questi orologi hanno una loro storia, familiare e paterna. È raro che se ne faccia un acquisto per il proprio uso. Essi sono quasi sempre un regalo, e un regalo importante, del Padre, del Nonno, o dello Zio, in una occasione importante, nel momento più decisivo della vita, quello in cui il giovane entra nel mondo, acquista la sua autonomia, si stacca dal passato, dalla sicurezza indistinta del tedio clan familiare, per cominciare a percorrere il proprio tempo personale.”
Scrive Levi in Paura della libertà: ”La divinazione del padre (e i complessi che ne derivano) durerà finché non sarà finita l’infanzia del figlio, fin quando egli, guardando in sé, non si vedrà uguale al padre, totalmente uomo La divinazione dello Stato (e la servitù che ne risulta) durerà finché non sarà finita l’infanzia sociale, finché ogni uomo, guardando in sé stesso, non ritroverà, nella propria complessità, tutto lo Stato, e, nella propria libertà, la sua necessità.”
Ma il passaggio alla vita adulta, alla responsabilità può portare anche all’alienazione di sé, alla resa nei confronti di ”quel ticchettío sempre uguale: è così difficile non andare al passo […] e il tempo corre e vola. […] Così la catena d’oro che teneva legato l’innocente orologio, diventa la catena che ci lega e ci trascina […] e ci mena alla cavezza, come buoi da sgozzare, sempre più in fretta, sempre più in fretta, chissà dove”.
La regolarità e la consequenzialità del tempo scandito dall’orologio rappresentano un po’ la regola su cui poggiano i valori familiari e sociali trasmessi per via paterna e Levi esprime il suo rifiuto, prima attraverso il sogno di perdere l’orologio, poi con la sua rottura accidentale. Al tempo lineare, unico, a un certo punto Levi contrappone ”la contemporaneità dei tempi, in un passato armoniosamente presente”, che concede spazio anche al mondo interiore, in cui ”in mezzo a quel gruppo di uomini sconosciuti, mi sentivo invadere da un senso improvviso di gioia. Pensavo che tutte le cose appaiono e si mostrano, senza pudori: le persone, gli stracci, le bellezze, le miserie, l’energia degli occhi, l’impeto dei gesti: questa o quella cosa che vive, per caso, davanti a noi, questa piazza, queste baionette, quella donna che si avvicina nell’aria che si oscura. Ce ne contentiamo: è la nostra parte delle cose: ma sentiamo che ce ne sono altre infinite che non si dicono, che stanno nascoste, sentimenti vaghi, e forse sono esse che dànno al cielo questo incanto rosato, al cuore questa pienezza solitaria.”
Levi sembra essere defilato, divagante, quasi spettatore di una storia che appare già scritta, da un lato la ricostruzione che emerge attraverso i traffici infiniti, il mercato nero, gli spostamenti, il brulicare della vita dal basso, in un paesaggio di macerie che ricorda quello narrato da Sebald in Storia naturale della distruzione; attività autonome rispetto alle alchimie politiche, ai tradimenti, agli opportunismi che si consumano nella continuità statale e burocratica con il regime precedente e incarnati da una Roma dall’inquietante respiro notturno che apre e chiude il libro. Due realtà quella sociale e quella politico-burocratica soggette a incomunicabilità totale; scriveva Levi, nel 1939, in Paura della libertà: ”La società e lo Stato sono, di fronte all’uomo che non li senta come espressione della propria libertà, trascendenti e incomprensibili.”
Anche la struttura del libro ricalca quella dell’orologio con la suddivisione in dodici capitoli, e la riconquista di un tempo nuovo sarà sancita dall’orologio avuto in dono dal compianto zio paterno, ”era un orologio d’oro, da medico, col contasecondi; uno splendido vecchio Omega, in tutto simile a quello che mi aveva regalato mio padre.”