RECENSIONE DI “GLI ULTIMI GIORNI DI SMOKEY NELSON” DI CATHERINE MAVRIKAKIS
1989. Una famiglia viene barbaramente massacrata senza alcun movente nella stanza di un albergo della periferia di Atlanta, Georgia, Stati Uniti.
15 agosto 2008. È la data fissata per l’esecuzione a morte di Smokey Nelson, l’assassino. Da quei tragici avvenimenti sono trascorsi diciannove lunghi anni nel corso dei quali molte cose sono cambiate: l’America è cambiata, e non necessariamente in meglio; l’uragano Katrina ha devastato New Orleans e ormai il nome di Smokey Nleson non significa quasi più nulla per nessuno.
Tuttavia ci sono tre persone che non hanno potuto o voluto dimenticare quegli orribili avvenimenti e per i quali la vigilia dell’esecuzione di Smokey Nelson risveglia incubi e dolori a lungo taciuti.
Il romanzo di Catherine Mavrikakis, “Gli ultimi giorni di Smokey Nelson”, Keller editore, è un racconto corale a tre voci che è anche un affresco cupo degli Stati Uniti con le sue contraddizioni, un melting pot di culture ed etnie che solo all’apparenza riescono a convivere tra di loro ma che in realtà sono dominati da razzismo, ghettizzazioni, ingiustizie sociali.
Il romanzo della Mavrikakis ci racconta, attraverso la voce dei suoi tre protagonisti, l’America di oggi.
Sidney Blanchard, il primo dei personaggi che incontriamo, è un nero della Lousiana che, fuggito da New Orleans a causa dell’uragano Katrina e rifugiatosi a Seattle, decide dopo tre anni di tornare a casa dalla sua famiglia.
Sidney è un uomo solo che vive con la sola compagnia della sua cagnetta Betsy. Ha avuto una vita difficile soprattutto dopo che è stato in prigione, erroneamente accusato di essere il responsabile dell’orrendo omicidio di una famiglia in un hotel fuori Atlanta.
Sidney è un nero e quale migliore colpevole, sembra dirci l’autrice, per un crimine così orrendo? È un sognatore che ha visto fallire il suo sogno di diventare un celebre musicista; è un misogino, sboccato e razzista che finirà per essere ammazzato nel corso di una rissa proprio quando sta per tornare nella sua amata New Orleans.
Pearl Watanabe, la seconda voce narrante, è una nippo-americana che vive alle Hawaii e lavora in un hotel dell’isola. È una sessantenne dalla vita ancora attiva che, dopo il divorzio, ha cresciuto da sola la figlia Tamara. Dopo la fine del suo matrimonio, Pearl lascia le Hawaii per trasferirsi ad Atlanta, in Georgia, per regalarsi una vita migliore. Ma quella vita che aveva a lungo sognato si infrangerà di fronte a quel crimine orrendo. Pearl, infatti, sarà colei, in quanto responsabile dell’hotel sede della strage, a trovare i cadaveri ma, soprattutto, sarà l’unica testimone oculare a riconoscere e a far condannare il colpevole.
Pearl non si riprenderà più da quell’orrore e tornerà per sempre alle Hawaii. Quando, dopo tanti anni, acconsente ad andare a trovare la figlia e la sua famiglia in Tennessee, il precario equilibrio tanto faticosamente raggiunto da Pearl si romperà e finirà per suicidarsi nella stanza di un hotel.
E poi c’è Ray Ryan, la terza voce protagonista, il padre di Samantha, la vittima, insieme al marito e ai suoi figlioletti, della follia omicida di Smokey Nelson.
Ray è un timorato di Dio, cresciuto all’ombra di una madre devota e all’ombra del suicidio del padre. È un uomo duro, severo, che ha trascorso gli ultimi diciannove anni della sua vita nell’attesa dell’esecuzione di Smokey Nelson, colui che ha distrutto la sua famiglia e la sua serenità.
È paradossale che un uomo così devoto e pio approvi la pena di morte ma questa è, in fondo, la contraddizione della società americana.
Ray morirà, stroncato da un infarto, la notte del suo compleanno, un mese dopo l’esecuzione capitale di Smokey. Le morti, in modi diversi, dei tre protagonisti sono in un certo senso la chiusura del cerchio.
Il romanzo si chiude con la voce di Smokey Nelson alla vigilia della sua esecuzione.
Catherine Mavrikakis è stata molto brava, secondo me, ad usare tre registri linguistici diversi per ben delineare le personalità dei tre protagonisti ma questo non è un libro facile.
Non lo è per la realtà americana che rappresenta, con le sue contraddizioni e le sue iniquità; un paese razzista ma al tempo stesso bigotto; dove si punisce un omicidio con un omicidio di stato; dove si è qualcuno o qualcun altro a secondo del posto in cui si nasce.
Un libro particolare, forse un po’ lontano dalle nostre corde di lettori europei, ma forse proprio per questo una lettura interessante.