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Per quanto ne sapessi, non c’era mai stato nessun grande libro, nessuna tragedia, nessun quadro o scultura classica, nessuna grande opera d’arte, sotto qualunque forma, che fosse stata creata da un gruppo di lavoro – forse con la sola eccezione delle cattedrali gotiche. Nel mondo dell’arte il principio è «un uomo, un quadro/una statua/un libro/un film».
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Ciascun film è un pezzo della tua vita che si svolge in un piccolo universo irreale con caratteristiche proprie e una sua compiutezza; dotato di uno scenario dove avvengono esperienze indimenticabili ed episodi incredibili. Cominci ad amarlo e a adattarti alla sua stravaganza. I sogni prendono consistenza. I suoi valori visti «attraverso una lente, nell’oscurità» vengono messi a fuoco. Vorresti che non finisse mai. Ma il film finisce. Il mondo fantastico svanisce come la nebbia all’alba; e una parte di te svanisce con lui. Ti ritrovi catapultato nel mondo reale, stanco, a disagio, nervoso, intrattabile. C’è un solo modo per guarire. Un nuovo film. Un nuovo piccolo mondo irreale; nuove visioni, esperienze, episodi incredibili. Ti innamori un’altra volta, lo fai tuo, vorresti che non finisse mai. Fare dei film contiene tutto questo.
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All’Academy Award Banquet dell’anno dopo, il 27 febbraio 1935, WOW! Accadde una notte si aggiudicò tutti e cinque i maggiori premi: miglior film, migliore attrice protagonista, migliore attore protagonista, migliore sceneggiatore e miglior regista! E fino al 1970 rimase l’unico film così premiato.
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L’esperienza di Orizzonte perduto che fu tutto sommato sorprendente e, per me e per la Columbia, quasi disastrosa, mette in luce un aspetto del cinema che pochi, soprattutto tra i critici, riescono a cogliere. Quando un autore scrive un libro, il suo scopo è quello di comunicare con ogni lettore preso singolarmente. Un film è fatto per comunicare con centinaia e, possibilmente, migliaia di spettatori per volta. La linea di confine tra il sublime e il ridicolo è ben definita e sicura quando il fruitore è il singolo; diventa più sottile e pericolosa di fronte a un pubblico numeroso; e più numeroso è il pubblico, più sottile diventa la linea. Questo è il motivo per cui i critici famosi sbagliano quando insistono per vedere un film da soli, in una sala di proiezione privata con il tavolino dei drink a fianco. Il loro giudizio cambierebbe sicuramente se fossero costretti a vedere il medesimo film in una sala affollata.
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E, potrei aggiungere, l’opinione collettiva di un grande gruppo di persone è generalmente più sana e più corretta delle opinioni individuali. In breve: «Il pubblico ha sempre ragione», è una scommessa sicura.
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L’incontro con i critici inglesi mi fu estremamente utile. Credo che, se è vero che l’Inghilterra ha perso un impero che aveva conquistato con la spada, non perderà mai la supremazia intellettuale che ha conquistato con la penna. Gli inglesi possono apparire freddi e privi di emozioni, ma quando gli metti una penna in mano colpiscono facilmente nel segno.
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Non potevo dimenticare i tesori d’arte che avevo visto all’Hermitage, comprati dagli zar con le tasse dei contadini lasciati nell’ignoranza, per dare a un Romanov, recluso in quel palazzo, qualcosa di piacevole da ammirare sulle pareti.
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Ero l’appestato. Come Eisenstein a Mosca ero forse diventato un paria? Una sola parola di Stalin lo aveva messo in isolamento. Evidentemente una sola parola di Cohn era bastata per rendermi un «intoccabile» dagli altri studios. La politica dittatoriale del Cremlino non era molto diversa dall’autocrazia economica di Hollywood.
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Il cinema è una malattia, e una volta che ti è entrato nel sangue non te ne liberi più; come con l’eroina, di cui finisci per aver bisogno in dosi sempre più grandi. L’astinenza dalla droga è una tortura per il corpo, ma l’astinenza dal set distrugge l’anima di un regista, la sua essenza.
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Quando vedo una folla, io vedo un insieme di liberi individui: dove ciascuno è una singola persona, ciascuno un re o una regina, ciascuno una storia che potrebbe riempire un libro, ciascuno un’isola di dignità umana. Sì, che gli altri facessero pure film sulle grandi svolte della Storia, io avrei fatto i miei sull’uomo qualunque.
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Le scene di sesso esplicite fra giovani sono così imbarazzanti da diventare ridicole. Quelle fra persone mature sono lubriche, o addirittura offensive.
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Non c’erano grandi e piccoli ruoli. Erano tutte parti da grandi attori, anche se duravano cinque secondi. E per me questa era una legge sacrosanta: per quanto breve, ogni segmento di tempo di un film ha la stessa necessità e importanza di ogni altro segmento di tempo, più lungo o più complesso che sia.
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Non c’è niente di male nella vita comoda, basta saperne sopportare la noia e avere lo stomaco per reggere il vuoto di «quelli che amano la bella vita».
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Che cosa è altro, infatti, il destino se non il farmacista che firma le ricette che noi stessi ci prescriviamo?
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Sotto una pioggia sferzante ripresi Eisenhower, comandante supremo dell’esercito Alleato, mentre consegnava le lauree ai laureandi di Sandhurst (l’equivalente inglese di West Point). Il succo del discorso era questo: Signori, nel bel mezzo di una guerra, voi vi siete laureati ufficiali di professione nel mestiere della guerra. Che è il mestiere, signori ufficiali, più arcaico, brutale, senza senso, distruttivo, bestiale, disumanizzante, che l’uomo abbia inventato. Dovrebbe essere stato abolito da un bel po’. E invece abbiamo un compito da portare a termine, un compito brutale e schifoso.
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Quando piovono i dollari è in gioco solo la quantità, non ci si preoccupa certo della bontà dell’opera. La produzione cinematografica hollywoodiana prevedeva un 20% di film di qualità ad alto budget e un 80% di film di seconda categoria con spese molto contenute.
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La vecchia canzone dei dittatori: che ti sfameranno, ti proteggeranno, che ti daranno la pace. La stessa delle guardie carcerarie.
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Quando accarezzi la testa di un fanciullo è come se accarezzassi Dio, quando colpisci un uomo è come se uccidessi la divina bontà.
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E, nella nostra professione, quando vincono gli affaristi il cinema finisce per tornare indietro di dieci anni almeno.
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E sebbene dimostri il più vivo rispetto per film italiani come Ladri di biciclette e Paisà, sente che quei film lasciano una traccia di disperazione del tutto estranea agli americani. «Quei film sembrano dire tutti: “Non si può far nulla. Tutto va come deve andare”», ha sottolineato Frank Capra. «Noi qui crediamo ancora nel lieto fine: è necessario alla nostra visione del mondo come le automobili e le tubature dell’acqua».
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Questo è ciò che la scatola nera significa per il mondo: ci ha trasformati da persone in attori. E tutto ciò che accade oggi nel mondo ha sempre l’aria di essere una prestazione televisiva.
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Hollywood abdicava davanti alla scatola idiota.
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[...] il riso è la componente più piacevolmente misteriosa di un mistero ancora più grande, la psiche umana.
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Gli svedesi, essendo rimasti neutrali, non potevano prendersela con nessuno. Così fecero a meno della trama e sfidarono tutti a capire i loro film. E i critici che non li capivano, come tutti gli altri, dissero che quella era vera arte.
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Dove furono guidati i re magi? A un castello? No, a una stalla. Vedono una stella, ma la realtà è una stalla. La vita è un’insieme di stelle e di stalle; gloria e immondezza.
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«Non scendete a compromessi. Perché solo i coraggiosi possono creare. E solo chi è capace di osare dovrebbe fare i film. Solo chi ha coraggio morale è degno di parlare ai suoi simili per due ore al buio. E solo chi è integro sul piano artistico può conquistarsi e mantenere la fiducia della gente».
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L’artista muore dalla voglia di realizzare qualche progetto senza interferenze «commerciali». Ecco un’interessante guerra civile: l’artista contro il dittatore. È una guerra vecchia come il tempo.
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