Tra gli abbandonati, i reclusi, i dimenticati Simona Vinci tesse il filo d'oro di una storia che arriva dal passato e viene fino a te, proprio a te che stai leggendo, qui e ora. È una storia scandalosa, perché non si può narrare senza rivelare anche i fantasmi di chi la sta scrivendo.
Ciò che Angela non può sospettare, quando decide di raggiungere l'isola maledetta, l'isola lager, è che il segreto sepolto tra quei bianchi enormi edifici sia più sconvolgente di ogni immaginazione. E che spetti proprio a lei disseppellire quel segreto e affrontarlo a viso aperto. Costi quel che costi, per il bene di tutti. Ciò che Angela non ha assolutamente messo in conto, è che si apra per lei a Leros l'avventura della vita.
«Poi la serratura, improvvisamente docile, si sbloccò nella sua mano con un gemito e la porta si aprì».
Nel 1992 Angela, giovane ricercatrice italiana, sbarca sull'isola di Leros. È pronta a prendersi cura, come i suoi colleghi di ogni parte d'Europa, e come i medici e gli infermieri dell'isola, del perdurante orrore, da pochi anni rivelato al mondo dalla stampa britannica, del «colpevole segreto d'Europa»: un'isolamanicomio dove a suo tempo un regime dittatoriale aveva deportato gli oppositori politici di tutta la Grecia, facendoli convivere con i malati di mente. Quelli di loro che non sono nel frattempo morti sono ancora tutti lì, trasformati in relitti umani. Inquietanti, incomprensibili sono i segni che accolgono la ragazza. Chi è Basil, il Monaco, e perché è convinto di avere sepolto molto in alto «ciò che rimane di dio?» E tra i compagni di lavoro, chi è davvero la misteriosa, tenace Lina, che sembra avere un rapporto innato con l'isola?
Ogni mistero avrà risposta nel tesoro delle storie dei dimenticati e degli sconfitti, degli esclusi dalla Storia, nell'«archivio delle anime» che il libro farà rivivere per il lettore: storie di tragica spietata bellezza, come quella del poeta Stefanos, della ragazza Teresa e del bambino con il sasso in bocca.
Con La prima verità che, fin dal titolo, da un verso di Ghiannis Ritsos, allude a una verità di valore assoluto oltre e attraverso le vicende del libro, che si svolgono in luoghi e tempi diversi, e delle vite dei personaggi che via via si presentano al lettore, Simona Vinci torna al romanzo dopo molti anni, e vi torna con una felicità e una libertà mai raggiunte prima.
Vive a Budrio, in provincia di Bologna. Il suo esordio letterario risale al 1997, con il romanzo Dei bambini non si sa niente, edito da Einaudi nella collana Stile libero; il libro, vincitore nel 2000 del Premio Elsa Morante opera prima, fa ottenere alla scrittrice un grande successo di pubblico e di critica, suscitando anche scandalo e polemiche per il tema trattato. Il romanzo è stato tradotto in dodici paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Nel 2009 è stata fra gli ospiti del festival letterario Mondello Giovani dedicato agli autori di nuova generazione.
Voglio raccontare il mio incontro con questo libro perché è stato casualmente singolare. Ero andata in biblioteca per prendere in prestito una copia de “Le libere donne di Magliano”, libro scelto per una lettura collettiva. Un po’ sovrappensiero mi sono fermata davanti ad uno scaffale che espone le pubblicazioni più recenti. Il caso ha voluto che, spostando un altro volume, questo mi cascasse letteralmente addosso. Un’immagine di copertina che richiama un genere horror e una totale mancanza di conoscenza dell’autrice, normalmente mi avrebbero fatto desistere. Invece l’ho preso in prestito e insieme a quello di Tobino mi sono portata a casa, senza saperlo, un altro libro che parla di follia. Strane coincidenze.
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«Si, va bè. Ma quindi è un horror?»
Non è un horror ma le storie che si raccontano generano orrore perché partono da vicende realmente accadute. Non si può far rientrare questo libro in un genere specifico perché ne racchiude tanti incastrandoli e sovrapponendoli: storico, reportage, ghost –story, memoir; il tutto con inserzioni di poesia. E’ difficile credere che ci sia tutto questo senza che ne venga fuori un racconto confuso ma è così: c’è un equilibrio incredibile che non solo spazia tra i generi ma compie parallelamente un viaggio tra luoghi e tempi diversi. Come un puzzle che restituisce un’immagine al suo compimento e magicamente offre nuove prospettive a seconda di come lo si guardi.
«E di cosa parlerebbe questo libro?»
Parla degli esclusi dalla compagine umana. Coloro che non sono stati reputati degni e quindi reclusi: i matti e, in particolare, quelli che sono stati rinchiusi e dimenticati. Parla di fantasmi del passato e del presente che reclamano attenzione. Ma così come i generi e la struttura narrativa vivono di molteplicità anche la lettura offre percorsi differenti. Questo è ben esplicitato dal fatto che la Vinci fa precedere la narrazione vera e propria da ben tre prologhi corrispondenti ad altrettanti itinerari che si muovono all’interno del romanzo….
1) “Non ti scordar di me” - Si inizia con un’immagine: una foto in bianco e nero che ritrae una bambina tra i 7 e 10 anni legata con delle cinghie ad un letto. (non metto l'immagine...non me la sento..) Era la seconda metà degli anni ’60. Era il centro medico- pedagogico di Grugliasco (Torino). Una fotografia che ha ossessionato l’autrice per tanti anni.
Nel 1970 un articolo de “L’Espresso” fa scoppiare uno scandalo rivelando torture e soprusi che portano alla ribalta il primario Giorgio Coda, detto l”’elettricista”. (http://www.psichiatriaestoria.org/tor...)
Questa è anche la storia di una donna che ha conosciuto la follia da vicino: la scrittrice Simona Vinci.
” Avrei potuto essere io quella bambina nuda, legata con cinghie di contenzione a un lettino spinto contro i margini dell'abisso dove, se precipiti, non ci sarà nessuna mano ad afferrarti."
2) “L’ultimo a morire è il corpo” –
Ogni storia è una storia di fantasmi, e questa non fa eccezione -
Ci sono esistenze che tornano dal passato, fantasmi che si fanno corpo agitandosi per richiamare l’attenzione. E ci sono luoghi sulla terra che somigliano a questi fantasmi (per origine, conformazione, carattere…): le isole. Questa è una storia di fantasmi, di follia e di un’isola…
3) “Luce delle anime e dei corpi nostri” - Grecia- E’ il 1959 i quando Basil è sempre più scosso da allucinazioni mistiche e viene internato sull’isola di Leros dove è stato istituito un ospedale psichiatrico. Basil è frutto di fantasia, Leros no.
Un’isola dimenticata dove viene confinata non solo la follia ma anche ogni forma di dissidenza che si oppone alla Dittatura dei Colonelli. Il mondo non ne sa nulla fino al 1989 quando sul settimanale “The Observer” appare un articolo e scoppia, così, lo scandalo per le condizioni disumane e bestiali a cui sono costretti i malati e non.
Tra finzione e realtà
E’ il 1992 quando Angela (personaggio del romanzo) parte con altri volontari per Leros. Lo scandalo è scoppiato e si lavora per recuperare il recuperabile ma qualcos’altro incuriosisce la ragazza che si ritrova tra le mani tracce di un segreto passato. Per alcuni aspetti Angela ricalca la figura reale di una giovane Antonella Pizzamiglio che alla fine degli anni ’80 riuscì ad introdursi a Leros e fotografare l’orrore. (http://www.artestudiofoto.com/mypage....).
Nella finzione il passato riporta a galla tre personaggi: Basil, Teresa, Nikolaos, e Stefanos il poeta. Quest'ultimo ricorda Ghiannis Ritsos a cui si devono i versi da cui nasce il titolo di questo romanzo:
“Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte, perciò credo nell’immortalità. Scrivo un verso, scrivo il mondo; esisto; esiste il mondo. Dall’estremità del mio mignolo scorre un fiume. Il cielo è sette volte azzurro. Questa purezza è di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.”
Storia Fantasia e intima necessità di una donna di comunicare il suo stesso malessere.
"Le parole dei pazzi sono magiche. Le parole dei pazzi sono sempre false e sono la cosa più vera di tutte. Se entri nelle parole di un pazzo, cerchi di seguire il suo filo logico e di capire che cosa ti sta dicendo, a un certo punto ti rendi conto che ti sei perso. Adesso stai nel bel mezzo di un labirinto. Il panico cresce. Non sai più da che parte girarti, come proseguire, non riesci più neanche a ricordarti come hai fatto ad arrivare fino a lì, sai solo che ci sei, in quel posto inaspettato in cui tutto quello che credevi di sapere e che ti dava sicurezza non esiste più."
Per lo più noia e tedio. Premesse ottime: prima parte letta tutta d'un fiato, le mie già alte aspettative hanno galoppato fino a inchiodare sulla seconda e schiantarsi rovinosamente sulle ultime due. Confesso che nel capitolo dedicato alle memorie dell'autrice ho saltato pagine, mi sembrava talmente superfluo quel dilungarsi e abusare di una prosa inutilmente verbosa e fastidiosamente pretenziosa che mi sono sentita presa in giro. Confesso che mi sono approcciata al testo convinta di trovarmi davanti ad una sorta di reportage, non ad un romanzo. Mi aspettavo una prosa cruda e asettica, un soffermarsi maggiore sulle dinamiche all'interno del manicomio, mi sarebbe interessato più immergermi nell'esperienza manicomiale che leggere per pagine e pagine le storie delle vite di 3 o 4 singoli personaggi, peraltro a mio parere piuttosto dimenticabili. Ho assistito con distacco alle loro vicissitudini, l'autrice a mio parere non è riuscita a tirar fuori l'orrore che ci si aspetterebbe da un soggetto del genere. Peccato, potenziale sprecato.
Premessa: negli ultimi 5 libri italiani che ho letto: Le aggravanti sentimentali di Antonio Pascale Se avessero di Sermonti Adesso di Chiara Gamberale La scuola cattolica di Albinati e quest’ultimo La prima verità di Simona Vinci, a parte forse la Gamberale e le prime trecento pagine di Simona Vinci, c’è poca invenzione e molta autobiografia o docu-fiction (termine orrendo per il quale mi scuso) e mi sto chiedendo che fine abbia fatto il romanzo; alcune di queste prove sono interessanti e più o meno riuscite ma dov’è il racconto, le storie costruite per irretire il lettore e lasciarlo eventualmente riflettere sulle implicazioni di quanto narrato? Perché sta passando l’idea che le elucubrazioni di ogni autore sullo stato delle cose debba essere comunque interessante e meriti di trovare spazio nel mezzo durante o alla fine di un romanzo? Tornando alla Vinci, a mio parere se il romanzo si fosse chiuso con la storia dell’isola di Leros sarebbe stato molto meglio: intenso con un buon equilibrio fra la brutalità delle situazioni e la poesia e levità di alcuni personaggi. Quello che si doveva dire sulla coercizione manicomiale era già tutto racchiuso con la potenza della sua scrittura e chiunque poteva trarne motivo di riflessione allargando il contesto. Invece no, arriva l’intervento in prima persona dell’autrice, assolutamente pleonastico, ad aggiungere la propria esperienza, in famiglia e nel paese di Budrio, un viaggio nella peggiore Africa sempre in cerca di documentazione sulle soluzioni per i matti, per finire con un pensiero anche agli immigrati delle sponde mediterranee con richiamo alla celebre foto del bambino morto, perché? Tutte cose degnissime per carità, ma il tono didascalico l’ho trovato francamente insopportabile, non dopo che ho letto una storia emozionante e forte che suggeriva da sola tutto il resto. ...
Parte benissimo: le prime due parti ambientate a Leros avvincono. Una storia di denuncia, che vuole dare voce e ridare dignità ai pazzi internati su quest'isola. Poi nella terza parte, scade un po', ma la storia ancora tiene. Fino ad arrivare alla quarta parte, con il cambio della voce narrante, in cui si parla di altri manicomi e l'impalcatura del romanzo frana. Perché non l'ha chiuso alla fine della seconda parte? Sarebbe stata una scelta vincente. Invece allunga il brodo, fino a farlo precipitare. Davvero un peccato.
Ostrov Leros, bol dlhé desaťročia miestom, kam spoločnosť odsúvala choromyseľných ľudí a niekoľko rokov aj politických väzňov. Podstata bola rovnaká, z ostrova sa už nikto nikdy nevrátil. Umiestnenci ani ošerovatelia a dozorcovia neboli na očiach a tak sa tu dialo všeličo, podobne ako v koncentračnom tábore. Táto kauza žiaľ nie je ojedinelá. Systémová izolácia nepohodlných je, pravdaže, odvrátenou stránkou našej civilizácie. Prípad Leros, vďaka článkom novinárov a fotografiám Antonelly Pizzamigliovej (1989), upriamil pozornosť na nehumánnosť podobných zariadení. Prípad z Lerosu bol následne medializovaný, verejné odsúdenie neľudských praktík primälo inštitúcie k reformám ústavnej liečby.
Prvá pravda je silný re-telling, úprimne nerozumiem, prečo tu nemá vyššie hodnotenia. Autorka Simona Vinci sa nesnaží dokumentovať, naopak pomaly vyskaldáva príbehy ľudí, z ktorých sa stali tiene. Dobrovoľníčka Angela nachádza v podzemí budovy chaotické kartotéky, ku ktorým sa po večeroch tajne vracia a ponára sa do vnútra šialenstva. Kniha nebola úplne ľahká, niektoré pasáže sú iba pre silné žalúdky. Temné výjavy sa prelínajú s pokojnými až romantickými obrazmi, už akoby s dávkou sedatív, alebo psychotickej eufórie? Čitateľa spája s obeťami poškodená dôvera.
Pripájam ukážku zo záveru knihy, kde Vinci dopĺňa tému faktograficky a v širších kontextoch.
Šialenstvo bolo dlho považované za nákazlivú chorobu. Blázni, tak ako malomocní, nesú na sebe odtlačok hriechu, a ak sú takí, akí sú, nechutní a nečistí, je to preto, že sa na nich jednoznačne prejavilo absolútne zlo.
Najprv sa zdalo, že ich stačí poslať na odľahlé miesta, vyhnať ich palicami a prinútiť, aby sa vzdialili zo spoločenstiev a nešírili nákazu; v osemnástom storočí sa objavili základy a múry myšlienky, že existujú aj nežiaduce ľudské bytosti, ktoré treba vypudiť a uväzniť na miestach, odkiaľ sa nijakým spôsobom nebudú môcť vrátiť. Žijúce prízraky. Mŕtvoly ešte predtým, než skutočne zomreli. A často boli tieto múry postavené práve na odľahlých miestach bičovaných vetrom a príbojom, oddelených a kontrolovateľných, vzdialených životu spoločenstva, aby sa vyhli akémukoľvek druhu nákazy a útoku.
Zíde z očí, zíde z mysle. Dnes sú mnohé také miesta na západe zavreté, či zreformované a existujú už len v kolektívnej pamäti; ďalšie však prežívajú pod iným menom, ale vo svojej podstate nezmenené. Práve tam skončili a končia vrahovia, psychopati, sérioví vrahovia, zvrhlíci, nebezpeční, desiví, skrátka obludy. A všetci ostatní? Všetci tí, pre ktorých nútená zdravotná strarostlivosť nie je určená, lebo sú považovaní za ľahké prípady, ale ktorí si nemôžu dovoliť a často ani predstaviť roky a roky psychologickej terapie či psychoanalýzy - pre tých tu je záchranné koleso chémie. Psychofarmaká predpísané obvodnými lekármi aj bez posudku psychiatra každému, kto sa dopustil chvíľkového zlyhania, prejavuje smútok či kolísanie nálady. Akoby sa životné problémy dali držať pod kontrolou nejakým tricyklickým či tetracyklickým antidepresívom, tridsiatimi, či šesťdesiatimi kvapkami benzodiazepínu denne, stabilizátormi nálady ako lítium či zvyšovaním hladiny serototnínu. (...).
Leros è un’isola incontaminata con piccole valli fertili coltivate a ulivo, dolci colline verdi ricoperte di alberi di eucalipto e pino, alte scogliere, profonde baie; sulla strada che dal piccolo villaggio agreste di Xerocambos sale verso le rovine di un castello, c’è il manicomio. Oggi il manicomio non mette più paura, perché la maggior parte dei pazienti vive fuori di esso, presso le famiglie dell’ isola che li custodiscono. Un manicomio su un’isola però è il posto ideale dove nascondere e abusare, ed è per questo motivo che l’isola fu conosciuta in passato come la vergogna d’Europa. Durante il regime dei colonnelli , a Leros furono internati prigionieri politici, bambini irrequieti o senza famiglia, donne rifiutate dalle famiglie, dal marito, vittime di violenze incofessabili. I diversi. Solo che i diversi non esistono, o meglio la normalità non esiste. Parte da questo assunto il romanzo di Simona Vinci, La prima Verità, romanzo che lascia il segno, intenso, drammatico. Romanzo che ho voluto fortemente leggere, che ho apprezzato ma in parte.
Sulla suggestione di un fatto realmente accaduto, l’esperienza di una fotografa italiana che portando via da Leros immagini rubate riuscì indirettamente a incidere sulla sorte del manicomio, l’autrice racconta di una giovane, coraggiosa studentessa italiana, Angela, che è fra i primi europei a sbarcare sull’isola per un progetto di recupero.Attraverso la ricerca di Angela, con un cambio di piano temporale, emergono le storie di Stefanos (figura che ricorda il poeta Ghiannis Ritsos, prigioniero sull’isola durante il regime), Basil, Theresa, Temistocles, le storie di un prigioniero politico, una donna, un bambino e un malato che si intrecciano fra loro con vicende tragiche. E’ la parte più intensa del libro, intensa quanto riuscita. Perché poi l’autrice sceglie di inserire altre vicende, altri piani temporali, le proprie esperienze personali. Inserisce un ulteriore ritorno di Angela sull’isola che ridimensiona e ingrigisce il personaggio. Inserisce la sua dolorosa storia personale, le storie di persone amiche e incontrate, il paese dove ha vissuto e dove c'era un altro manicomio, Budrio e ancora un'esperienza in Africa. Materiale per almeno un altro libro, troppo per il mio gusto personale, un insistere e avvalorare un concetto che già era chiarissimo. Piccola nota finale, il libro è pieno di citazioni letterarie.
A volte penso che la malattia mentale, i manicomi, la pazzia siano strettamente connessi con la letteratura, non so se questa è terapeutica per gli uni o viceversa, la letteratura si nutre delle parole dei pazzi, le quali sono un po' magiche o un po' false "e per questo sono le più vere di tutti", citando il libro. Ma il libro è anche altro, c'è il desiderio di portare alla luce i nostri fantasmi, che a volte ci passeggiano accanto, magari vicino a casa o nei luoghi che ci affascinano. Infatti, le vie dell'orrore passano anche attraverso isole che evocano azzurro, tranquillità, senso di pace. Anzi, quasi sempre i posti di detenzione e i manicomi erano su isole, per rendere difficoltosa un'eventuale fuga. Così questo romanzo inizia proprio parlando di uno di questi manicomi, fino a scavare nell'orrore che ognuno si porta dentro. Il libro mi è piaciuto in ogni sua parte. Anche se forse può apparire poco organico, l'ho trovato molto evocativo e potente. Forse mi ha colpito particolarmente perché io a Leros ci sono stata, e non è proprio l'isola brutta evocata da Durrell, anzi: avevo visto gli affreschi dei deportati, avevo visto la panaghia kavouradena, la graziosa chiesetta incastrata tra gli scogli, ho nuotato tra le acque azzurre, notato le architetture fasciste, libere dalle imposizioni del regime, ma non sapevo del luogo al di là dell baia, dove tante persone hanno vissuto, sofferto e sono morte senza lasciare traccia. Era giusto che le loro parole e i loro sogni entrassero nella nostra memoria, proprio perché ogni storia è una storia di fantasmi.
Devo essere sincera, non sono in grado di scrivere una recensione su questo romanzo perché non credo di averlo capito o forse l'ho capito male... La mia interpretazione, che è arrivata solo leggendo le ultimissime pagine del libro, è che l'autrice, Simona Vinci, volesse dare un volto o volesse in qualche modo dare un'esistenza a quelli che furono i reclusi del manicomio/lager di Leros. Si, perché coloro che furono prigionieri di quel posto, aimè realmente esistito, persero la loro identità nel momento in cui qualcun'altro per loro decise che era quello l'unico posto dove potevano stare, in attesa che la loro vita si consumasse per poi finire sepolti da qualche parte e smettere completamente di esistere. Reclusi senza nome e senza storia, proprio come le vittime dei campi di concentramento. Fin qui ci siamo. Ci siamo che la Vinci voglia scrivere la storia di alcuni "pazzi", per darci semplicemente l'idea di che genere di persone ci fossero la dentro. Poi però la storia l'ho trovata sconnessa... Troppi salti tra presente e futuro, e ad un certo punto il cambio di narratore e di storia che non capisco cosa c'entri! Una storia che lascia posto all'esperienza personale dell'autrice? La quale poi dice che anche quella contiene fatti non propriamente veri? Qualcuno mi spieghi!
Il romanzo è diviso in quattro parti di cui le prime tre sono davvero di ottimo livello, per scrittura e struttura mentre la quarta, per quanto ben scritta, appare una sorta di corpo estraneo, che svigorisce la potenza narrativa dell’opera e ne appanna l’intensità emotiva. Anche se, probabilmente, assolve la funzione di una dolente riflessione sulla pervasività e la contiguità del disagio mentale e sulla determinante influenza del caso nel determinare se il destino di tanti uomini e donne dovesse consumarsi dentro o fuori da un manicomio, penso che eliminarla avrebbe reso l’opera più bella ed efficace.
Questo libro proprio adesso non ci voleva, avrei, volentieri, rimandato la lettura di qualche mese. In questo periodo di clausura forzata avevo bisogno di leggerezza, invece ho trovato pagine che parlano di solitudine di anime abbandonate, dissidenti, malati psichiatrici, orfani lasciati al loro destino, disabili reclusi, in una sorta di girone dantesco, in un istituto nell’ isola di Leros. Un’ isola. Solitudine dentro la solitudine. Angela ci racconta la cruda storia di queste persone diventati fantasmi ed è dolorosa.
Lettura molto particolare e complicata. Io mi sono ritrovata ad avere a che fare con questo libro perché colpita dalla recensione di una partecipante alla challenge e ho avuto un rapporto molto controverso sin da subito con la narrazione. Il racconto, che non è frutto di invenzione, in quanto si tratta di fatti e personaggi realmente esistiti, ma soprattutto del terribile manicomio sull’isola di Leros, ma nemmeno è completamente un saggio, in quanto alcuni personaggi e vicende, come per esempio quella di Basil sono state inventate. Il libro viaggia su piani temporali e spaziali diversi: si parte dalla cornice della scelta di Angela (probabilmente Simona) di andare sull’isola a cercare la verità su questo posto che era comparso sui giornali dopo anni che esisteva; si passa per le vicende di Basil il “monaco”, si arriva sull’isola con i volontari che ci si recano per riuscire ad aiutare i reclusi e migliorare in qualche modo le loro condizioni di vita che ci vengono svelate davvero pessime, come documentate quali orrori senza fine. Si passa poi alla storia di tre dei tanti personaggi reclusi, cioè Teresa, Stefanos il poeta, Nikolaos, il bambino muto. Insieme a queste viene rivelata la storia di soprusi che subivano i reclusi e il fatto che venissero mandati lì anche oppositori politici che venivano torturati, e che erano separati dai pazienti psichiatrici solo da una rete. Non esistevano limiti né confini a ciò che succedeva entro quelle mura: alle guardie, ai dottori e agli infermieri era permesso tutto e i pazienti erano tenuti lì peggio degli animali e senza alcun diritto. È Angela che, rubando per caso la chiave di una stanza archivio, scoprirà, ricostruendole tramite i documenti, queste vite spezzate. Sempre Angela sarà la persona che, diversi anni dopo, dovrà scoprire che fine hanno fatto i tre personaggi e, soprattutto, scoprire il rimorso per non aver confessato a Lina ciò che ha scoperto riguardo la sua ricerca del padre. Passaggio molto triste è quello della confessione del guardiano del manicomio, da cui si evincono la solitudine e il vuoto interiore che lasciano dentro questo genere di esperienze. Il racconto termina ai giorni nostri, con un excursus sul contesto della salute mentale nell’ambito della provincia bolognese, anche storico, che individua il cinismo con il quale si ricorreva a una categorizzazione del genere della malattia mentale, per persone e difficoltà di tutti i tipi, che avevano ben poco a che fare con questa. Il genere del libro non ben definito disorienta un po’ e così è stato infatti che mi sono sentita alla fine dell’ultima pagina. In particolare si avverte che le varie parti sono state scritte in momenti diversi e con approcci alla stesura totalmente differenti. Colpisce leggere, attraverso la sua storia, che la stessa autrice sia stata segnata da disagi di tipo psichico, eredità della madre che ha protetto per anni. Difficile per me il rapporto con questo libro. Fino alla metà del libro, che coincide con la prima parte scritta dall’autrice molto tempo prima, non ho fatto altro che annoiarmi e chiedermi che cosa volesse ottenere e a cosa mirasse questo libro. Sono tutte parti slegate che non seguono un filo logico e da cui si evince che la scrittrice non avesse ben chiaro l’obiettivo del suo documentario; infatti abbandonerà il manoscritto, come più tardi dirà, per riprenderlo anni dopo. La seconda parte del libro cambia completamente genere: le storie di Stefanos, Teresa e Nikolaos, sono molto devastanti ma coinvolgenti e sensibilizzano realmente sulla malattia mentale, sugli emarginati e sui perseguitati; ci si sente veramente vicini a loro e si vorrebbe poter fare qualcosa per aiutarli. Ugualmente toccante e sconvolgente è leggere della storia di Simona Vinci e scoprire che le storie che racconta sono in un certo senso la sua, che lei ha vissuto accanto ad una madre depressa e che, fin da piccola, ha dovuto fare l’adulta per proteggerla, e che ha poi in seguito sviluppato lei stessa una patologia psichiatrica, e mi ha quindi stupita la sua consapevolezza e la scelta di trattare proprio questo argomento. Nonostante questa incoerenza nel racconto, per questa seconda parte, vale la pena leggere questo libro, soprattutto per poter rendere coscienti tutti della sofferenza che gira intorno alla malattia mentale e alle famiglie dei malati, ma anche delle ingiustizie e della stigmatizzazione che l’hanno sempre caratterizzata.
“Quella zona del paese in età medievale era stata uno spazio aperto utilizzato come discarica per i rifiuti del nucleo urbano. In effetti, pure i matti sono una cosa indecorosa, scomoda, e dove vuoi che ti venga in mente di metterli, per non disturbare gli altri, se non nello stesso posto nel quale getti gli scarti della tua vita? In realtà, l’istituto non era così lontano dal centro abitato da impedire ai cittadini la visione dei matti aggrappati alle sbarre delle finestre, a urlare, cantare, dire la loro al mondo di fuori, come racconta chi negli anni Sessanta era un bambino e per caso si trovava a passare dalla via Viazza in bicicletta per andare a scuola.” “Molti dei miei amici e delle mie amiche, a un certo punto dell’infanzia, avevano incominciato a usare quest’espressione: quando sarò grande. Io non pensavo mai a quando sarei diventata grande, perché credevo fermamente che a me non sarebbe accaduto. Il mistero degli adulti certo mi incuriosiva, ma non abbastanza da volermi tramutare in loro per carpirne segreti. Anche perché, tolte quelle minuscole cose che non volevano condividere con noi bambini e spesso nemmeno tra loro, gli adulti mi sembravano infelici, feroci e tristi. Presi da occupazioni noiose, affannati e con il naso sempre rivolto verso il suolo come cani che seguano non si sa quale pista.” “Il passato non torna, ma nemmeno si estingue; qualcosa resta e anche quando ogni singolo sanpietrino e mattone sarà stato sostituito, noi ci saremo ancora. E dunque ogni giorno, in ogni istante, ogni scelta e ogni gesto sono indelebili, le loro conseguenze perdurano; molto più di noi, in effetti. Tutti i malati di mente, i pazzi, i diversi, gli inquieti, i maniaci, gli psicopatici, gli ansiosi, i depressi, i suicidi, i morti in vita, i mostri, i mattucchini del passato sono qui. Ognuno racconta i suoi bisogni, e i sogni, gli incubi, i desideri, la sua veramente dei fatti e hanno tutti ragione perché una prima verità non esiste da nessuna parte. È tutto vero, anche quando non lo è.”
Ho dato due stelline a questo libro per l'argomento trattato, la mia tentazione era assegnargli solo una stellina . Peccato, questo romanzo aveva mille potenzialità per risultare un buon lavoro, purtroppo per me non lo è stato. Scrittura pretenziosa, storie scollegare tra di loro, noioso e insensato. Ho avuto l'impressione che l'autrice abbia scritto 3 libri diversi creando solo un guazzabuglio di vicende senza un nesso tra esse. Un altro difetto è che le storie descritte avrebbero dovuto emozionare il lettore , infatti il mio timore era di rattristarmi molto nel leggere le condizioni disumane di queste persone fragili e abbandonate da tutti . Ahimè anche questo non è accaduto, mi è sembrato di leggere di situazioni drammatiche scritte senza cuore, senza anima .... Allora ho sperato nel racconto di Budrio visto che è da 3 anni che abito vicinissimo a questo paese e come l autrice vengo da Milano.... Niente, neanche questa parte mi ha convinta. Mi dispiace molto perché avevo alte aspettative su questo romanzo, però naturalmente questa è semplicemente e solo la mia opinione.
Ako celku by som knihe dala nižšie hodnotenie, niektoré pasáže boli zbytočné a kniha nebola veľmi čtivá. Napriek tomu je pre mňa téma tak významná a zároveň niektoré jej časti boli tak bravúrne, že predsalen dávam štvorku.
Som rada, že autorka spracovala tému vylúčenia "iných", "nechcených", "bláznivých", "nebezpečných" a "nepohodlných" ľudí koncentrovaných na jednom mieste, pričom ich potreby či mýtické ľudské práva sú absolútne ignorované a popierané. Možno viniť poddimenzovaný personál? Čo už len mohli robiť? Možno viniť domáce obyvateľstvo, ktorého ekonomicko-sociálna situácia vyžadovala kradnutie hygienických potrieb určených "bláznom"? Niektoré uhly pohľadu uvedené v knihe boli pre mňa nové.
Po Druhej svetovej vojne sa hovorilo "už nikdy viac" a to "nikdy viac" sa stále opakuje a opakuje. Včera. Dnes.
Questa autrice mi ha convinto, mi è piaciuto come ha raccontato la storia di quell'incubo che, purtroppo, è reale. La storia dei vari personaggi mi ha toccato e mi ha commosso. Concordo con altri commenti in cui si dice che le ultime due parti "stonano" un pò con il resto del libro. Per me è comunque stato interessante questo salto nella vita dell'autrice, quasi a volerci indicare le motivazioni che l'hanno portata a raccontare e svelare la storia di Leros.
Un romanzo denso: quattrocento pagine intrise di Storia e di storie di persone che per anni hanno continuato a respirare senza realmente vivere. http://www.piegodilibri.it/recensioni...
Se si potesse dare un nome all’inferno, uno tra i tanti papabili, sarebbe Leros, un’isola greca diventata famosa , alla fine degli anni 80, per essere il lager degli orrori. Su quest’isola nell’ arcipelago del Dodecaneso sorge l’istituto psichiatrico, protagonista del romanzo di Simona Vinci, dove venivano scaraventati folli, poeti e oppositori politici. Il filo conduttore del romanzo è Angela, giovane ricercatrice italiana, mossa da un idealismo ingenuo e da un senso di colpa legato alla sua situazione familiare,che sbarca sull’isola come volontaria, e attraverso lei conosciamo le vite dei personaggi del libro: Teresa, Nikolaos, Stefanos ,Basil e centinaia come loro GraZie al ritrovamento casuale, di un archivio polveroso e mal organizzato, Angela proverà a ricostruire le vite, a dare nomi, attribuire date di nascita e un’identità all’insieme di relitti legati ai letti, malnutriti, sporchi e costretti a vivere in condizioni disumane, abbadonati su quest’isola dimenticata nel cuore dell’Egeo. Il romanzo è un mix tra un reportage e un’autobiografia, l’autrice non fa segreto infatti di come la malattia mentale, nelle sue svariate forme, abbia fatto parte delle sua vita, l’ha riconosciuta in amici , compagni e a volte anche in se stessa, partendo da Budrio, paese in cui la Vinci ha vissuto e dove i “mattucchini” si mischiavano al resto delle persone . Un faro puntato su uno dei tanti, purtroppo, capitoli vergognosi del nostro tempo, un tentativo di risarcimento per tutte le persone, umiliate, offese, torturate, un voler portare l’attenzione sullo scempio che è stato commesso, con l’annullamento totale della figura dell’essere umano.
La prima verità è una lettura difficile, e per niente veloce, almeno per me non lo è stata, c’è voluta molta concentrazione e più volte, con il passaggio da un periodo storico all’altro, ho tentennato e sono stata portata a interromperla. Complessivamente un libro che consiglio, ignorantemente era una realtà che non conoscevo, e per quanto sia una verità sconcertante è giusto sapere.
Mi è capitato questo libro tra le mani e non ho potuto fare a meno di leggerlo in quanto si svolge nell'isola maledetta da me tanto amata. Dove ho trascorso per 5 anni di fila le mie vacanze. Dal 90 al 95.nel 1993vi ho trascorso un'intera estate lavorando come cameriera. Ovviamente dai giornali ero al corrente dello scandalo dell'ospedale psichiatrico e sull'isola ho conosciuto volontari e psicologi dell'equipe di Basaglia che lavoravano all'ospedale psichiatrico, e ogni tanto portavano i pazienti nei bar di Leros. Conoscevo anche tre isolani che avevano trovato lavoro lì dopo la riforma. Ho amato leggere il libro anche se gli orrori che racconta danno i brividi.. Forse questo spiega una foto di copertina così tetra? Ho apprezzato anche come l'autrice si sia messa a nudo parlando della sua esperienza personale con la pazzia anche se all'inizio ho fatto un po' fatica a capire che si stava parlando dell'autrice e non più di Angela..e anche se, il libro in quanto romanzo, forse avrebbe potuto tranquillamente finire al termine della terza parte. Per finire l'epilogo stronca un po' un'isola che in realtà ha davvero degli scorci unici, che é da apprezzare proprio per lo scarso turismo, i cui abitanti sono ospitali, almeno per la mia esperienza. Forse l'autrice in qualche modo ha cercato di non darne un giudizio negativo ma purtroppo le documentazioni che ha apportato mettono Leros proprio in una cattiva luce.
🏝 Túto knihu nie je ľahké predstaviť v dvoch-troch vetách, lebo ani žánrovo nespadá do jednoduchej škatuľky. Oficiálne je to román o gréckom ostrove Leros, kde sa v tamojšom psychiatrickom ústave (naozaj) diali zločiny proti ľudskosti. Keď sa na prelome 80. a 90. rokoch prevalilo, akým spôsobom tam doslovne nakope žijú nevyliečiteľní blázni pomiešaní s politickými väzňami, prilákal ostrov výpravy dobrovoľníkov, medzi ktorými bola aj Angela, hlavná postava v knihe. 👩💻 Prostredie psychiatrie, duševné choroby, podivné správanie a „hororová“ atmosféra, to je moje. V tejto knihe som však, paradoxne, našla skôr iné veci. Už s odstupom je mi jasné, že autorka chcela vzdať poctu všetkým, ktorí na tomto ostrove skončili – lebo odtiaľ sa žiaľ už nikto nevrátil. (Je to veľmi podobné ako vyrovnávanie sa lokálnych autorov s holokaustom.) Robí to však spôsobom, ktorý nie je ani ryba, ani rak: je to spleť príbehov, osudov, situácií, postáv, časov, ale do každého z nich sme ponorení len na chvíľku. Tým, že kniha v podstate nemá celistvý dej, je vyslovene poetická, melancholická a statická - niekedy mi pripadala až nekonečná. A to pre knihu nie je veľmi dobrá vizitka. 💡 Knihu kúpite na Martinuse: https://bit.ly/2ZqUgWv
Rispetto alle cinque buone letture precedenti, proprio quando viene premiata con il Campiello, Simona Vinci mi ha convinto meno: in questo libro affronta il tema nobile, forte, chiaramente molto sentito, dei malati di mente, veri o presunti, e del trattamento indegno loro riservato nel passato e forse pure in qualche presente, ma la storia narrata procede a strappi, tra molti salti temporali e scene che si alternano in continuazione, con personaggi illuminati da brevi flash. Ne risulta un romanzo di per sé poco scorrevole, al quale si aggiunge una postfazione autobiografica lunga oltre cento pagine che accentua oltremodo la disomogeneità del tutto. Fosse per me, il Campiello a Simona Vinci lo confermerei... ma non per “La prima verità”: per quanto ha scritto prima.
14. Tutta la prima parte di questo romanzo, tutto incentrato sulla follia, descrive un manicomio su un'isola Greca, dove la protagonista va a fare un periodo di volontariato, dopo che erano apparse notizie del trattamento disumano che subivano le persone lì rinchiuse. Non solo matti, ma anche detenuti politici oppositori del regime dei Colonnelli. Nella la seconda parte il racconto si trasferisce qui, ora, nel paese dove la sua famiglia si trasferisce da Milano, nel quale i matti girano da sempre liberi, o all'interno stesso della sua famiglia, con una madre con tratti chiaramente psichiatrici, caratteristiche che lei stessa riconosce nascere in sé. Romanzo pesante, cupo, che non da chance di salvezza.
Dilaniante. Straziante, ma bellissimo. Ho letto recensioni dove veniva "criticato" lo stile di narrazione, alternato in base alle sezioni in cui è suddiviso il romanzo. Non l'ho trovato per nulla confusionario o complicato. È semplicemente impegnativo da leggere perché quello che si legge è tosto, è una verità che ti viene sbattuta dentro la pancia, che ti viene lacerata senza darti il tempo di ricucirne i lembi. L'autrice scrive di abissi e Inferni di cui, chiaramente, ne conosce le stanze e gli antri, perché ci mette troppa confidenza nel raccontarli. L'unico libro, fino ad ora, che mi ha obbligata a fermarmi di tanto in tanto, mi serviva far sedimentare, serviva riprendermi. Non è per tutti, ma lo consiglio vivamente.
Siamo in Grecia nel 1992, sull'isola di Leros. Ma l'atmosfera è tutt'altro che vacanziera. Angela ha deciso di vedere una realtà utile per la redazione della sua tesi di laurea. Da poco si è saputo, infatti, che sull'isola c'è una sorta di ospedale psichiatrico nel quale i pazienti hanno convissuto coi dissidenti politici marxisti in condizioni a dir poco contrarie alla tutela dei diritti umani. Ma la realtà è ancora peggiore di quanto lei potesse immaginare.
Romanzo caratterizzato da uno stile di scrittura magistrale, coinvolgente, crudo e diretto. L'ultima parte la ritengo un'appendice del romanzo. Imperdibile
Duro, disturbante e dolorosamente bello. Un libro sui muri che si costruiscono per separare i sani dai malati, ma soprattutto su quelli che s'innalzano nella testa, e che non vengono giù neanche a suon di picconate. L'autrice ci dona anche una piccola parte di sé. Dolorosissima. Lei che la "pazzia" l'ha vissuta molto da vicino ed ha cercato di capirla, di guardarla in faccia. L'eredità della follia di una madre è un fardello troppo pesante da portare: erigere quel famoso "muro" per proteggerla, per essere sempre insieme, sole. Ho finito il libro ma non riesco ad “uscirne”…
Mi aspettavo un libro molto diverso e purtroppo non sono riuscita ad apprezzarlo per quello che si è rivelato. Non è scritto male, nella parte finale dove le parole sono quelle dell'autrice e non di un personaggio fittizio migliora molto. Lo stile è buono, ricercato ma non pesante, il romanzo procede scorrevole salvo alcuni scivoloni dovuti al calcar troppo la mano su concetti già esposti. Tuttavia non è una lettura che fa per me.
Dala by som 2,5 hviezdy. S touto knihou to bolo ako na hojdačke, veľmi silné pasáže sa striedali s kopou zbytočného balastu. V polke som mala chuť knihu odložiť a nedočítať, ale som rada, že som to prekusla, posledná autobiografická časť sa mi páčila najviac.
Ben scritto, su un argomento che da sempre mi appassiona, la malattia mentale. La seconda parte quasi autobiografica è anche molto coinvolgente. Avevo sentito nominare l'autrice, questo libro mi ha convinta e ne cercherò altri.
Un pugno allo stomaco .Meraviglioso.Cambia il modo in cui guardiamo il mondo.Duro e tenero al tempo stesso.Da leggere assolutamente.Uno sguardo originale sulla follia.
Intricato, forte, crudo, bello. Siamo a Leros, un'isola greca del Dodecaneso, in più epoche diverse (1968, 1992, 2009). Angela è una studentessa universitaria italiana che approda sull'isola nel '92 assieme a un gruppo di giovani volontari che lavoreranno per migliorare le condizioni dei malati rinchiusi nell'istituto. Angela, rubata la chiave del seminterrato, si introduce in una stanza piena di scartoffie e cartelle dalle quali inizia a conoscere le storie dei pazienti della struttura. Angela durante la permanenza sull'isola si infatua di un'altra volontaria, figlia di un paziente dell'istituto imprigionato non perché pazzo, ma comunista dissidente durante la dittatura dei colonnelli (Stefanos). Vengono quindi raccontate principalmente 4 storie: quella di Nikolaos-Temistocles (bambino di 8 anni che si finge muto e che sulla collina vicino al manicomio scoprirà una baracca in cui i militari torturavano i prigionieri e per questo sarà confinato nella sezione dei malati irrecuperabili -gabbia murata senza contatti con l'esterno-), di Basil (gigante infervorato dalla fede che verrà costretto dai militari ad abusare di Teresa), di Teresa (ragazza che ha subito da bambina violenze sessuali da parte del fratello maggiore , un aborto e altre violenze nel manicomio, morta suicida nel mar Egeo), di Stefanos (poeta dissidente).
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In verità 3 stelle e 1/2. L'ultima parte non mi ha convinto, fino alla terza le stelle erano 4, poi purtroppo le ultime pagine mi hanno fatto propendere per un mezzo voto in meno.