Due storie finite male
Nel giugno del 1981 in Italia accaddero due tragedie in contemporanea: la prima si consumò in 3 giorni e scatenò un caso mediatico di enorme rilevanza, che cambiò per sempre il modo di fare giornalismo televisivo, e che proprio per la sua eccezionalità - non tanto per il caso in sé quanto per il modo di portarlo in diretta tv nelle case degli italiani - oscurò la seconda tragedia, che invece si consumò in 55 giorni con un finale agghiacciante.
Mi riferisco al caso di Alfredo Rampi, detto Alfredino, un bambino di 6 anni che cadde in un pozzo artesiano, e al caso di Roberto Peci, sequestrato dalle BR come ritorsione per il pentitismo del fratello brigatista Patrizio.
Alfredino me lo ricordavo, lui e la sua avventura sfortunata cominciata il 10 giugno, ma avendola vissuta da ragazzino poi non me ne ero più interessato, dimenticando completamente l'impatto sull'Italia di quegli anni.
Veltroni me l'ha ricordato, anche se io personalmente avrei preferito un racconto cronachistico più che romanzato.
Vero è che l'autore si rifà ai fatti di quel tempo ma, specialmente nei primi capitoli, qui e là si lascia andare (in buona fede) a considerazioni personali virate al sentimentalismo che per fortuna poi abbandona per strada rimettendo la storia al centro della narrazione, una storia che ha inchiodato una intera nazione davanti alla televisione, un primo terrificante reality show senza lieto fine capace di mettere in secondo piano il caso P2 allora scoppiato, l'attentato a Giovanni Paolo II, e il rapimento di Roberto Peci.
L'unica cosa positiva al termine della vicenda fu l'istituzione del Dipartimento per la Protezione Civile voluta da Pertini.
Roberto Peci è il protagonista dell'altra vicenda che Veltroni ci racconta in parallelo: così come accadde nella realtà, anche qui tra queste pagine risulta un po' in secondo piano; di fronte al dramma di un bambino è umanamente comprensibile che il resto risulti più sfuocato.
Ma anche questa storia si è poi trasformata in un reality show. Dei peggiori.
Rapito il 10 giugno, Roberto viene interrogato e manipolato affinché confessi la realtà desiderata da Giovanni Senzani, che dopo l'arresto di Moretti e Fenzi (di cui era cognato) aveva assunto la direzione delle BR.
Senzani, personaggio ambiguo che ho sempre trovato repellente, un sanguinario dai modi mafiosi che bazzicava servizi segreti e il ministero di Grazia e Giustizia. E infatti tutta la vicenda Peci viene risolta da lui accusando Roberto di tradimento - filmando l'interrogatorio e la condanna a morte, sperando che la Rai l'avrebbe mandato in onda (così non fu) - e uccidendolo con 11 colpi di mitra dopo 55 giorni di prigionia; e ovviamente fotografando Roberto a morte avvenuta.
Così facendo, Senzani voleva dare un segnale per scoraggiare il pentitismo punendo i delatori - colpirne uno per educarne cento.
Però non ha punito il delatore ma un membro della sua famiglia. Metodi mafiosi, appunto, che al di là dei giudizi personali, con la storia di lotta armata politicizzata delle BR avevano poco a che fare.
Due storie che val la pena ricordare.