Negli anni Ottanta e Novanta quando usciva un libro di Daniele Del Giudice era un evento per critici e lettori, in Italia e all'estero, e ancora oggi per tanti scrittori stranieri (ad esempio McEwan e Carrère) rimane lui l'autore italiano con cui confrontarsi. Qui vengono raccolti tutti i suoi racconti usciti in volume e alcuni racconti meno noti, fra i quali due inediti. Se teniamo presente che la narrativa breve può essere considerata la quintessenza dell'idea di letteratura di Del Giudice, all'incrocio fra percezione e mistero, questo volume è una via naturale per rileggerlo e riconoscere appieno il fascino della sua scrittura.
Daniele Del Giudice è stato uno scrittore e giornalista italiano. Dopo un periodo come critico e giornalista per Paese Sera, Del Giudice ha esordito nel 1983 con il romanzo Lo stadio di Wimbledon, scoperto da Italo Calvino, edito, come i successivi, da Einaudi, ed incentrato sulla figura di Bobi Bazlen. Il suo secondo libro è stato Atlante occidentale (1985), che racconta il rapporto tra il fisico Pietro Brahe e lo scrittore Ira Epstein. Nel 1988, Del Giudice ha pubblicato Nel museo di Reims, storia di Barnaba e del suo volersi fissare nella memoria le immagini di un museo, prima di diventare cieco. Nel 1994 esce Staccando l'ombra da terra, libro che contiene sei racconti dedicati al volo, che vinse il Premio Bagutta. A decorrere dal 6 giugno 2014, gli è stato attribuito un assegno straordinario vitalizio in base alla Legge Bacchelli. Negli ultimi anni l’Alzheimer pian piano gli ha tolto l’intelletto, le parole. Ma le parole che ha lasciato continuano a rischiarare la sua vita rigorosa, anche dolorosa.
Del Giudice è uno di quei personaggi un po’ mitizzati e un po’ dimenticati. Nel mio immaginario è il Webern della narrativa italiana, solo 1000 pagine pubblicate tra il 1983 e il 2013, tutte per Einaudi.
Cose che mi sono balzate all’occhio: la varietà dei temi; la ricerca e la cura nell’uso delle parole, precise, aderenti, funzionali; L’approccio scientifico alla materia, arricchito da termini tecnici; le ambientazioni straniere e gli inglesismi, che contribuiscono a dare un sapore internazionale. Diversi racconti chiamano in causa i sensi e lo scorrere del tempo, Dillon Bay rimanda a Kafka e Buzzati, in Fuga colpisce l’uso ansiogeno della seconda persona singolare.
Seconda parte - 40 pagine totali - trascurabile. Bella confezione, contenuto un pochino sotto le aspettative. [70/100]
Nel museo di Reims ►►► L’orecchio assoluto ►►►► «Com’è adesso!» ►►►► Evil Live ► Fuga ►► Dillon Bay ►►►► Come cometa ►►► Mercanti del tempo ►►► C’è stato uno scatto luminoso, un colpo di luce; dei riflettori dalla collina bucavano il buio, inquadravano velocemente la fortezza. Eravamo in una luce bianca, densa come un rumore che ci isolava dal buio attorno; in una liquidità abbagliante, in una luminosità glaciale che sembrava non riflessa dalla fortezza, ma originata dalla sua pietra. Eravamo chini accanto al colonnello. Compivamo azioni rapide, inutili. Ogni gesto era come staccato dalla nostra percezione immediata, ogni cosa che vedevamo si dilatava in una simultaneità parallela, e solo dopo aver attraversato infiniti piani tornava aderente a se stessa, ad essere quella cosa: la posizione del corpo, le pieghe della tuta, i capelli bianchi a contatto della pietra. Siamo rimasti cosí a lungo, in silenzio, senza guardarci.
Ne ho letti un paio, sfogliati quattro o cinque, ma non mi coinvolgono veramente. Non ho proprio lo stimolo di andare oltre la quarta riga. Ci ho pensato molto, perché in via sommaria è tutto giusto: i racconti sono buoni, in termini di stile, intreccio, forma e sostanza. È quasi come se, prima ancora di leggere, avessi l’impressione di conoscere già la storia: non come andrà a finire, ma il tono che avrà, il ritmo che seguirò. È un “già visto” prima ancora di vederlo, ed è parecchio strana come sensazione, ecco perché volevo forzarmi un pochino e andare avanti. Ma, alla fine... perché insistere?
Oltre a includere nella prima parte Nel Museo di Reims (che è un romanzo breve), tutti i racconti della raccolta Mania e il racconto I mercanti del tempo tratto da In questa luce (non male, anche se per molti versi ingenuo), questa raccolta comprende nella sua seconda parte racconti più o meno inediti dei quali il migliore è Di legno e di tela, che torna alla passione per il volo da sempre esplorata da Del Giudice. Avendo già letto i testi della prima parte, per me la seconda non aggiunge nulla di rilevante alla conoscenza dell'autore. Aggiungo che un libro scritto intitolato "I racconti" che si presenta con "Qui vengono raccolti tutti i suoi racconti usciti in volume " si suppone debba essere una raccolta completa, mentre qui mancano quelli di Staccando l'ombra da terra (sempre dedicati al tema del volo), che a mio avviso sono i suoi migliori.
Scrittore da Nobel: leggete Del Giudice. Vi troverete di fronte a uno scrittore di grande respiro, che con questi racconti si confronta con temi importanti come il rapporto tra tecnologia e immaginazione, la scrittura come conoscenza, la modernità come epoca delle immagini fluide, inafferrabili, condannate all’oblio. Uno scrittore che già vent’anni fa aveva compreso che con l’avvento della tecnologia sarebbe stato sempre più difficile cogliere il momento, vivere le immagini e conservare la memoria del tempo che passa.
Sono una fan di Del Giudice, non sono una fan dei racconti in generale, specie quando sembrano appartenere a momenti diversi della storia di uno scrittore. Ma ok. Qualcosa avevo già letto e così la lettura mi si è un po' rallentanta, ciò non toglie che una raccolta torni sempre utile :)
Ci ho ritrovato la stessa genialità ma forse non la stessa maniacale perfezione dei suoi libri che ho più amato. Comunque è stato bello anche leggerlo in questa versione più libera e imperfetta.