Per ora è un sonnifero micidiale... vedremo se migliora.
(una settimana più tardi)
Che dire di questa scrittrice nata nel 1913 che si scelse prudentemente uno pseudonimo maschile?
Ha una strana scrittura. Invece di interpretare il Medioevo, sembra quasi essere il Medioevo (per capirci, la stessa impressione me la diede a suo tempo il film "Magnificat" di Avati).
Non è facile ambientare un romanzo nel 1141, e curiosamente si rende inevitabile anche il paragone con "Il nome della rosa" uscito solo quattro anni prima del romanzo della Peters.
Mancano completamente alla scrittrice le ambizioni di satira, di decostruzione, di parallelismo tra passato e presente. Manca anche il compiacimento pseudo-fantasy di tanti che ambientano i loro romanzi nel Medioevo (e infatti Eco li stigmatizzava nelle sue Postille) solo per crearsi un altrove più o meno fantasioso e grandguignolesco.
La Peters preferisce il realismo, ma è un realismo romantico, con parecchia idealizzazione, da cui vengono espunti tanti aspetti sgradevoli e non perciò meno affascinanti della vita quotidiana nel XII secolo.
Il fatto stesso di imperniare tutto su un monaco benedettino sessantenne dà al romanzo il suo tono: ed è un tono lieve, mistico, credulo, o meglio credente. Non c'è spazio nel mondo della Peters per religiosi scettici, miscredenti, cinici, politicanti... o meglio, il mondo esterno con le sue storture penetra a fasi alterne nel mondo perfetto dell'abbazia, ma prima o poi ogni pezzo del puzzle si ricompone, la serenità turbata ritorna: i bricconi vengono catturati dal braccio secolare, chi si è innamorato si sposa e chi ha ricevuto un miracolo si consacra alla vita monastica.
Riusciamo a crederci? Non sempre.
Il realismo si nota anche nell'analisi dell'intricata situazione politica del momento (un re imprigionato e un'imperatrice che cerca di farsi riconoscere dalle città), che per me ha costituito la parte più noiosa, intricata e pesante del romanzo.
Al contrario, ho apprezzato molto la mancanza di effetti speciali alla Csi in un'epoca che non poteva averli, né del resto il carattere del mite e bonario Cadfael è quello positivista e orgoglioso del Guglielmo di Eco: più che fare indagini, ci si imbatte per caso, ha tante altre cose da fare (il vino, le erbe medicinali, l'orto, l'accoglienza dei pellegrini...) e il romanzo ne guadagna in naturalezza.
Una piacevole scoperta, nel complesso.