”Il mondo dell’infanzia si ingrandisce a ogni ricordo e ce lo poniamo come un mantello fatato sulle spalle.
Ma io ora tornerò a Waimaru e scoprirò che il mio mantello, come la pelle di zigrino, si rimpicciolisce a ogni desiderio, e mi ritroverò fra le mani solo un brandello frusto e grinzoso.”
Ecco. L’ho finito.
Sono in quello momento di vuoto; ferita come fossi vittima di un recente abbandono.
Mi accingo a scrivere qualcosa di questo libro.
Si dice “fare un commento a caldo”.
Che strano: io sento i brividi…
Eh, sì le parole sono veramente oggetti bizzarri che possono assumere forme differenti a seconda di chi le manipola.
Questa è la prima sensazione che mi sento di fare a fine lettura di “Gridano i gufi” primo romanzo della neozelandese Janet Frame.
Una storia bifronte già nella geografia dell’isola in cui un Nord e un sud si contrappongono nelle differenti caratteristiche di clima e di ambiente cittadino e rurale.
”Buffo, il cielo qui a nord è diverso dal cielo del sud, e anche la luce. Giù a sud non dimentichi mai l’Antartide, una specie di temibile retroterra, un blocco di ombra grigia, il continente di ghiaccio. Il buio giù al sud è più pauroso e meno amichevole di qui, ti ci senti intrappolato come in una tomba, e temi che la lastra tombale di ghiaccio non verrà mai via. Qui al nord di notte in alto nel cielo resta una specie di luce solare, come se le tenebre aderissero alla terra sotto la sferza del sole.”
Al centro la dolorosa miseria dell’indigenza e le due facce che può assumere la realtà:
follia e cosiddetta normalità.
Non vorrei dire nulla di più di quello che si può leggere in sinossi perché basta ed avanza per addentrarsi tra queste pagine fitte di umana sofferenza.
Sento, tuttavia, di dover avvertire che bisogna muoversi cautamente per non essere sopraffatti dalla potenza di questa scrittura che come una magica acrobazia riesce a stare in bilico tra prosa e poesia con spettacolare naturalezza.
La prosa segue il filo della storia che ci viene raccontata con evidenti tracce biografiche: la miseria, la follia, l’internamento (”giorni senza luce e notti senza tenebre), l’elettroshock (pare che la Franet ne subì più di duecento!!!).
” Il lungo corridoio fuori luccica come il cuoio di una scarpa nuova che cammina cammina su se stessa con passo spettrale calpesta il proprio luccichio finché non giunge alla camera dove la donna aspetta, in vestaglia, l’orrore delle ore nove del mattino chiamato trattamento di elettroshock. Indossano vestaglie di flanella rossa, come se Dio o il diavolo, comprato un continente di stoffa, lo avessero percorso a piedi, usando le forbici anziché il bastone da passeggio, da costa a costa, ritagliando un inerte e vasto disegno di pazzi e di pazze i quali all’improvviso, vedendo il loro mondo e la bandiera di stoffa a forma di sole penzolante nel loro unico cielo, diventeranno ciechi.
Oh, ma alle nove, si dice, tutto andrà a posto. La vista sarà oscurata, l’ombra risistemata sugli occhi, e il campo visivo verrà ristretto al piatto, alla tazza di tè, alle sigarette; tutto qui il loro mondo; fermi come una casa a guardare sempre il proprio cortile posteriore.
Hanno tolto loro le forcine che sono state disposte in fila lungo la mensola del camino. Le dentiere sono immerse in acqua tiepida dentro tazze senza manici, disposte in cerchio, perché si facciano compagnia, sul tavolo dalle gambe d’osso.
«Via le dentiere» hanno ordinato le donne vestite di rosa. «Via le dentiere».
E tra un attimo lo stesso Dio o lo stesso diavolo che ha passeggiato sul continente di stoffa girerà l’interruttore che decreta: Guardare. Dimenticare. Diventare ciechi. “
La poesia, intanto, tratteggia immagini e fa delle parole strumenti che evocano altri mondi, altre dimensioni.
«E la follia, non forse è questo?», mi chiedo.
Vedere oltre.
Vedere altro.
E dirlo ad alta voce con l’innocenza di chi ignora che parlare alfabeti sconosciuti è rischioso.
Chi è dichiarato folle non è forse un incompreso che parla linguaggi cifrati?
”E camminiamo come Teseo o come uno spazzino nel labirinto, le nostre memorie srotolate come fili di seta o di fuoco; e dopo aver ammazzato i minotauri del nostro ieri continuiamo a tornare incessantemente alla scaturigine del filo, al Dove. Ma quale Teseo o spazzino porterà mai fra i capelli un papavero di carta, o si legherà i calzoni come un pacco, con lo spago, legando le gambe in fondo con un filo dorato come un ciondolo di Natale?
E il cielo ora è una maschera blu che copre la memoria, le lapidi, le meraviglie nelle bacheche di vetro,
Raperonzola, Raperonzola, butta i tuoi capelli.
Lascia il tuo piffero, il tuo allegro piffero.”
Framet ci racconta la storia di questa famiglia generando emozioni e annunciando la tragedia già dal titolo.
I gufi che gridano sono presi in prestito dalla Tempesta shakespeariana e più precisamente dalle strofe cantate dallo spiritello Ariel (”Dove l'ape succhia succhio io: / giaccio nella corolla d'una primula e lì dormo./ Quando gridano i gufi. volo sul dorso del pipistrello/ in cerca dell'estate, allegramente./ E allegro, allegro ora vivrò / Sotto il fiore che pende dal ramo!) che da note spensierate si tramutano con la Framet in presagio di disgrazia tra le labbra della sorella Francie:
”Ma Francie Withers è Giovanna d’Arco, e alla festa in giardino cantò:
Là dove succhia l’ape succhio anch’io
dentro una primula è il letto mio
il mio rifugio quando gridano i gufi.
Quando gridano i gufi, quando gridano i gufi.
Ma non è più lì il mio rifugio quando gridano i gufi. I gufi sono fra gli alberi e gridano quiiuiii, quiiuiii, e a volte di notte per via degli alberi pensi che la pioggia durerà per sempre e che il sole non spunterà mai più, solo quiiiuiii, quiiiuiii e tenebre.”