In un avvallamento tra due montagne della Val d’Aosta, al tempo della Grande Guerra, sorge il borgo di Saint Rhémy: un piccolo gruppo di case affastellate le une sulle altre, in mezzo alle quali spunta uno sparuto campanile. Al calare della sera, da una di quelle case, con il volto opportunamente protetto dall’oscurità, qualche «anima pia» esce a volte per avventurarsi nel bosco e andare a bussare alla porta di un capanno dove vive Fiamma, una ragazza dai capelli così rossi che sembrano guizzare come lingue di fuoco in un camino. Come faceva sua madre quand’era ancora in vita, Fiamma prepara decotti per curare ogni malanno: asma, reumatismi, cattiva digestione, insonnia, infezioni… Infusi d’erbe che, in bocca alla gente del borgo diventano «pozioni » approntate da una «strega» che ha venduto l’anima al diavolo. Così, mentre al calare delle ombre gli abitanti di Saint Rhémy compaiono furtivi alla sua porta, alla luce del sole si segnano al passaggio della ragazza ed evitano persino di guardarla negli occhi. Il piccolo e inospitale capanno e il bosco sono perciò l’unica realtà che Fiamma conosce, l’unico luogo in cui si sente al sicuro. La solitudine, però, a volte le pesa addosso come un macigno, soprattutto da quando Raphaël Rosset se n’è andato. Era inaspettatamente comparso un giorno al suo cospetto, Raphaël, quando era ancora un bambino sparuto, con una folta matassa di capelli biondi come il grano e una spruzzata di lentiggini sul naso a patata. Le aveva parlato normalmente, come si fa tra ragazzi ed era diventato col tempo il suo migliore e unico amico. Poi, a ventuno anni, in un giorno di sole era partito per la guerra con il sorriso stampato sul volto e la penna di corvo ben lucida sul cappello, e non era più tornato. Ora, ogni sera alla stessa ora, Fiamma si spinge al limitare del bosco, fino alla fattoria dei Rosset. Prima di scomparire inghiottita dal buio della notte, se ne sta a guardare a lungo la casa dove, in preda ai sensi di colpa per non essere andato lui in guerra, si aggira sconsolato Yann, il fratello zoppo di Raphaël… il fratello che la odia. Ritornando su un tema caro alla letteratura di ogni tempo – l’amore che dissolve il rapporto tra una comunità e il suo capro espiatorio – Francesca Diotallevi costruisce un romanzo che sorprende per la maturità della scrittura e la solidità della trama, un’opera che annuncia un nuovo talento della narrativa italiana.
Se dovessi descrivere questo libro con una sola parola, sceglierei "ingenuo". Nel bene e nel male.
Cominciando con i lati negativi, il difetto peggiore è sicuramente il fatto che tutti i personaggi si esprimano in modo troppo simile, elemento reso evidente dalla troppa somiglianza delle tre voci narranti (il parroco "forestiero" Don Agape, il montanaro Yann e Fiamma, la ragazza emarginata). Quasi tutti i personaggi parlano in modo un po' troppo forbito, in particolare alcuni personaggi secondari, come la bambina che compare alla fine e il gruppo di zingari. E proprio nella descrizione della vita di questo gruppo di zingari, molto romanticizzata, c'è qualche altra ingenuità. Altro problema, la contrapposizione tra personaggi buoni e cattivi talvolta un po' troppo netta.
Però, nonostante tutti i difetti, il libro mi è piaciuto. L'ambientazione, tra le montagne della Val d'Aosta d'inizio Novecento, è molto affascinante. I personaggi di Yann e Fiamma, sono ben costruiti, così come la loro relazione e il loro rapporto con Raphael.
Nonostante sia un libro tutt'altro che perfetto, è riuscito ad emozionarmi, segno che qualche volta si può avere bisogno di un libro un po' ingenuo. Se ne avrò l'occasione, leggerò altro dell'autrice.
Agape, il prete perennemente imbarazzato, è fastidioso come un ramo d’ortica sulle gambe. Gli altri personaggi non sono da meno, a essere sincera. Con quella sensazione di già letto. Per non parlar di cose (che noi umani)… la tagliola che si apre con uno stecco, L’erba che viene legata e non si capisce se è bastato un nanosecondo a trasformarla in fieno (perché l’erba deve essere girata finché asciuga, altrimenti marcisce). E che dire della zingara in preda ai dolori del travaglio che, fra un gemito e l’altro, mentre la testa del bambino inizia a intravedersi, racconta “delle fate capricciose in grado di influenzare la vita degli uomini”. E del neonato che a pochi istanti dalla nascita ha gli occhi “sgranati per lo stupore”.
Incomprensibile anche il modus loquendi dei personaggi. Ognuno di loro narra in prima persona. Solo che il prete e il maestro si esprimono allo stesso modo di Yann, degli zingari, di Fiamma e dei personaggi secondari. Un linguaggio che nulla ha di semplice, genuino, naturale. Perché quest’artifizio? Tutti uguali, nessuna caratterizzazione. Montanari degli anni ’20 con un linguaggio forbito e dotto. Ma soprattutto Neve, bimbetta quattrenne, che racconta (naturalmente anche lei in prima persona) la sua. E lo fa con una padronanza linguistica al pari degli altri. Tanto per gradire: “[Raphael] guarda la mamma proprio come, spesso, la guarda papà, con tenerezza e amore incondizionato” . Quattro anni! A questo punto i refusi passano quasi inosservati. Quasi.
Segnalo inoltre un’incongruenza temporale: - (Narrazione di Yann sulla partenza per la guerra del fratello) “… Raphael, che era partito in un giorno di sole con il sorriso stampato sul volto, l’entusiasmo ingenuo dei suoi ventuno anni”. - (Dopo la guerra). Padre Jaques, parlando della famiglia Rosset a don Agape dice: “Avrebbe compiuto ventuno anni in ottobre”.
Insomma, vada per le favole, però… Chiudete le porte. Ché gli spifferi fanno male.
Don Agape è il giovane e sprovveduto prete, emblema della fede semplice, primitiva e per facile analogia, dunque, la vera fede. Dovrebbe – forse- nelle intenzioni dell’autrice, ispirare una complice tenerezza ma è ridicolo nel suo balbettare, nel suo meravigliarsi di tutto e di tutti. E’ patetico assistere al passaggio da un atteggiamento esistenziale arrendevole al repentino risveglio in cui si rende conto (come se spronato da un ritardo cognitivo) di possedere un’adeguata autonomia di pensiero.
Yann è un algido montanaro: ferito nel corpo dopo un fatale incidente in montagna che lo lascia claudicante. Ferito nell’anima dopo la morte in guerra del fratello e col cuore spezzato per un amore che sembra irrealizzabile. Poche parole, dunque, e sguardi sfuggenti che non concedono nulla.
Fiamma è la solitaria donna dei boschi che di nome e di fatto accende in vario modo le fantasie degli abitanti del piccolo borgo valdostano di Saint Rhémy. Dalla madre ha ereditato l’arte di conoscere le piante mediche e con essa quella nomea di stregoneria che allontana la possibilità di ogni relazione civile.
Queste le tre voci hanno in mano le redini del racconto e aggiungono al paesaggio naturale altri personaggi funzionali alla storia: il buon maestro che insegna alle streghe la lettura e l’amore per i libri, l’anziano sacerdote custode della religione di stampo medioevale, i fratelli sanguinari che si esercitano a fare pulizia etnica...
La lettura non ha intoppi: nulla toglie e nulla aggiunge ma forte è la sensazione di già letto, già visto, già sentito.
Non solo le tematiche (la montagna, la stregoneria, gli zingari, la fede bigotta, le controversie dell’amore…) sono trite e ritrite ma c’è tutta quella dimensione del buono che è troppo buono e del cattivo che è troppo cattivo senza ci sia spazio per le sfumature. Il risultato è una trama scontata che va a comporre una favola del buonismo dove la scrittura stessa fa percepire una lampante ingenuità. Un’innocenza che, ad essere sincera, non mi ha realmente disturbata ma messo nella posizione di chi ascolta sorridendo il racconto sempliciotto di un bambino.
Poi, come sempre, è una questione di punti di vista e chissà perché mi torna in mente De André quando diceva: «dall’ingenuità possono nascere dei piccoli miracoli, o anche delle grandi stronzate.».
Magico. È la prima parola che mi viene in mente per descrivere questo romanzo. Magica è l'atmosfera delle montagne, dei boschi e delle valli valdostane. Magica è la sostanza di Fiamma, "la strega" dei boschi. Magica è l'aria di superstizione che aleggia per tutto il romanzo. Magici sono i sentimenti, l'amicizia e l'amore, che governano la vita dei personaggi. Magici sono perfino i segreti che questo borgo valdostano custodisce. Fiamma, Yann, don Agape le voci narranti, ognuno con le proprie idee, le proprie paure, la propria fragilità, la propria forza. E su tutti loro la bella figura di Raphaël, colui che, pur non essendoci più, tira le fila dei sentimenti. E, neanche tanto lontano nello spazio e nel tempo, l'eco assordante e terribile della guerra, quella guerra che ha strappato dalla vita di alcuni di loro l'affetto più grande.
Un romanzo che ha smosso molte sensazioni: rabbia, stupore, commozione, tenerezza. Occhi curiosi, i miei, per osservare ed assorbire, attraverso le parole, tutto: paesaggi, situazioni, avvenimenti, personaggi, dialoghi. È vero, ci sono alcune imprecisioni, ma nel contesto ci si può passare sopra... La bella scrittura della Diotallevi prevale su tutto il resto.
Bella lettura. Mi ha - per certi versi - affascinato.
Questo romanzo mi ha attirato per l'ambientazione perché sono stata nella zona di Saint Rhemy ma, se non fosse per un dettaglio spiegato nei ringraziamenti potrebbe essere un qualsiasi borgo di montagna all'inizio del 1900. I protagonisti sono tre, si avvicendano nella narrazione con il loro punto di vista. Una bella storia d'amore, viene creato un bel pathos che in alcuni momenti svanisce e la storia perde un po' di intensità. Il lieto fine un po' troppo da favoletta. Comunque una piacevole lettura.
meglio scrivere di cose che si conoscono! premesso che l'ho iniziato senza pregiudizi: la pioggia di stelle anobiane, peraltro, era incoraggiante e lei si chiama Francesca, come me. Anzi speravo di trovare, finalmente, un giovane autore italiano di romanzi degno di essere letto, nonostante le storie d'amore romantico mi facciano venire un po' il latte alle ginocchia. A meno che non siano scritte veramente, veramente bene. E questa, (Paola mi spiace davvero!), no. Trovo infatti la scrittura un tantino imbalsamata, più vicino a un tema di italiano che a un romanzo. Il plot si svolge in un posto originale, ma tutto il resto è prevedibile e stereotipato: storia, personaggi e stile, che trovo caramelloso e ampolloso: ho contato, in circa 200 pagine di testo: 212 fra occhi (nei quali si legge .. etc) e occhiate 61 freddo 56 cuore 35 fiato 34 fra "dolore" e "doloroso" 34 sangue 32 anima 21 spezzato 5 volte gli occhi "scavano dentro" o il dolore "scava la pelle". 6 volte una donna ha il fazzoletto in testa dal quale per 3 volte spuntano i ciuffi 4 volte si serrano i pugni 2 volte "artigli di ghiaccio" ancora, pesco a caso: "le nostre bocche fameliche tornarono a incontrarsi. Non avevo mai desiderato una donna come desideravo lei." "ero un uomo spezzato, nel corpo e nello spirito." "Il suo sguardo bruciava di amore e desiderio." "il cuore che martellava furioso." "queste montagne che sono meravigliose e terribili." (montagna assassina? cit.) Ma queste, forse, sono idiosincrasie mie. Però l'autrice ha anche problemi con l'italiano: "Sembrava mortificata, e gli fui riconoscente di quel sincero darsi pena" LE fui riconoscente, a lei, donna. Anche se pare passato di moda usare il pronome femminile. Non conosce bene il significato delle parole: le bambole "erano imbottite di foglie secche e avevano capelli di lana cisposa." cisposa? Le vacche con il muso nella mangiatoia, non ruminano ma mangiano. Mai vista una vacca che rumina? la pozione per gli occhi della befana lacrimosa è un antinfiammatorio o qualcosa del genere, non un tonico che alle infiammazioni bene non fa. L'erba non si miete, si falcia, si miete il grano. Con l'erba si fanno i fasci, non le fascine. Ma soprattutto consiglierei all'autrice di non scrivere di cose che mal si conoscono: si rischia di incappare in qualcuno che ne farà le pulci. Non so come funzioni in Val d'Aosta, ma in Alto Adige non ci sono le donne dietro ai falciatori a raccogliere l'erba e legarla, perché deve stare sul prato ad asciugare per diventare fieno; la fienagione non è falciare e portare in cascina, evito di fare la lezioncina ma è più complicato di così. Se porto in cascina l'erba fresca devo avere un impianto di essiccazione forzata (nel 1920 a 1600 metri dove non arriva l'energia elettrica?) altrimenti rischia di fermentare, marcire, o dare il via a autocombustione. Se in estate hai vacche in stalla che non sono salite in malga, non le nutri a fieno che è un bene prezioso per l'inverno! ma le fai uscire a pascolare sul prato. Costa meno, meno fatica, le bestie si nutrono meglio. L'amanita muscaria (il fungo con i puntini di cui si parla) è estiva, non si trova nel bosco a 1600 metri di altitudine ad autunno avanzatissimo in un giorno di neve. (E a toccarlo non ci si avvelena) Un contadino incazzoso e ignorantello dice a sé stesso che gli dà fastidio l'epidermide, o piuttosto la pelle? quando ha appena finito di nevicare, si spala la neve, non il ghiaccio (il ghiaccio si forma se non spali). Peraltro la mettiamo a spalare con la vanga e vediamo come se la cava? Mica per nulla si dice "sPALAre", no? per alimentare il fuoco (non per accenderlo) si gettano ciocchi, non ramoscelli. E quando si tirano le fila, ovviamente si scopre che la protagonista non può essere figlia di NN o di uno zingaro, non può che essere figlia del principe... ah no mi sono sbagliata, del maestro! E alla fine della storia, dopo una serie di "ti odio ti amo ti odio ti amo, torna da lei, ma tu ami lui", si sposarono e vissero tutti felici e contenti. Compresa la moglie cornuta e il prete defunto. firmato: Liala
Premetto che i libri che parlano di magia, streghe ecc. non sono nelle mie corde. Però questo romanzo-dramma a lieto fine, poetico e commovente, mi è piaciuto soprattutto per l'ambientazione fra montanari duri, ma anche ignoranti e ottusi, e per la presenza di una natura ostile che, alla fine, sarà responsabile di una tragedia. La narrazione procede secondo tre punti di vista, con l'aggiunta di un'ultima ed inattesa prospettiva nell'ultimo capitolo. Fiamma, la protagonista, è reputata strega figlia del peccato. Ma diversamente dalle streghe "vere", che si dice non abbiano buoni sentimenti, Fiamma racchiude nel suo animo una carica straordinaria di amore. Amore non soltanto verso i fratelli Raphael e Yann, ma un amore universale verso il mondo, che la spinge ad aiutare anche coloro che la disprezzano e la temono ma da lei si recano di nascosto la notte, come ladri, a richiedere pozioni guaritrici. Una storia d'amore disperato e distruttivo, anzi un dramma perché, nonostante il lieto fine, molti saranno i morti presi in pegno dalla natura. Oltre a Fiamma, ho apprezzato il personaggio di Raphael che, in spirito, aleggia su tutto il romanzo, e del parroco Agape, un'anima fragile che prese i voti per fuggire da se stesso ma che poi approderà ad una fede autentica. Quello che non mi ha convinto è il linguaggio uniforme dei personaggi. Tutti, anche quelli di più umili origini, parlano con inconsueta e inverosimile proprietà di linguaggio. Ad esempio, Marie, servetta in un paesino di montagna di poche anime: "Spero che la vostra assenza non debba essere attribuita a qualche dissapore con il nuovo parroco." Oppure la zingara nei dolori del travaglio: «Hanno capelli intessuti di nebbia, e non bisogna contrariarle, dato che sono molto permalose…». Questo linguaggio un po' artificioso appanna la vividezza del racconto e la caratterizzazione dei personaggi. Peccato anche per la presenza di alcune incongruenze. Cito due esempi. Nel primo una tagliola chiusa sulla zampa della volpe viene aperta facendola scattare con un ramo secco. Nel secondo, si usano vanghe per spalare la neve. Una nota di demerito agli editor Neri Pozza.
Per questo amavo i libri: rendevano le persone migliori. A volte le salvavano. (Fiamma) Le virtù si ammirano, ma è dei difetti che ci si innamora. (Fiamma)
Sapevo che l'avrei amato. Non so perché ma avevo questa sensazione, e ne ho rimandato la lettura perché volevo conservarlo per un periodo migliore. Alla fine ho ceduto ma mi ha fatto bene, perché è un romanzo breve che si legge tutto d'un fiato, impossibile da mettere giù, anche per me che in questo periodo ho poco tempo e testa da dedicare ai libri, e mi è bastato dedicargli un weekend per innamorarmene.
"Dentro soffia il vento" è un romanzo intenso, intense sono le emozioni provate dai suoi personaggi e intensa è la natura che fa da padrona. Ambientato nel paesino di Saint Rhémy, situato in mezzo ai monti, è un romanzo corale, che si sofferma su tre personaggi principali. La storia però è quella di un amore negato per troppo tempo dai suoi stessi protagonisti, ma non solo, è anche una storia di un lutto non superato e dei pregiudizi e l'ignoranza di una comunità che giudica e isola ma che sa essere anche comprensiva nel momento del bisogno. A fare da cornice alle vicende ci pensa l'atmosfera un po' magica, dettata dai boschi e dalle cime innevate, dal freddo e dai paesaggi di montagna che sono un tutt'uno con Fiamma e con Yann.
Ho amato tanto i personaggi, come Fiamma, il cui nome ricalca i suoi capelli di fuoco, che ha dovuto vivere con i pregiudizi e l'odio della gente ma che è sempre riuscita a farsi forza. Una ragazza forte ma dai tratti malinconici, dettati dalla sua solitudine. Poi c'è Yann, un personaggio forte e deciso che sembra che odi anche lui come tutti gli altri Fiamma, la "strega" che tutti temono ma che prendono in considerazione per curare i propri malanni. Questi due personaggi sono segnati da un lutto che li collega, un lutto che nessuno di loro ha superato e fa da ostacolo ai propri sentimenti. Infine c'è il prete Agape, nuovo arrivato in questo paesino, che come il lettore si trova spettatore di questa comunità, delle sue usanze e dei suoi pregiudizi e anche lui sarà testimone di ciò che unisce Fiamma e Yanne.
Questo romanzo ha un sapore malinconico e struggente, in cui incide tanto l'ambientazione delle Alpi. Tutto è più duro e più intenso sui monti, le persone assumono il carattere e la tempra di ciò che le circonda. Pur non essendo un romanzo lungo, riesce a toccare bene tutti i temi trattati e a plasmare alla perfezione questi personaggi con cui è un attimo entrare in sintonia. In realtà l'unico difetto che gli trovo è che io ne avrei voluto di più, così da poter spaziare ancora di più su questa comunità di montagna, ma ripeto che per le pagine che ha l'autrice ha fatto un lavoro egregio. Ho sentito questo romanzo, i dolori dei personaggi e l'ignoranza della gente. Fa riflettere che certe scene, a distanza di 100 anni, ancora si ripetano tuttora, a dimostrazione che i pregiudizi sono duri a morire ma crescono facilmente.
Come romanzo presenta tratti comuni ad altri romanzi del genere, le figure forse non sono originali ma risultano comunque vere e interessanti. Una storia che non sa cosa siano i punti morti, in cui l'introspezione è sempre presente ma non ne appesantisce la lettura, anzi, rende i personaggi più umani e sembra di poter toccare con mano il loro dolore. Tutto rende quest'atmosfera un po' magica e qualche punto di realismo magico è presente, ma non è il tema centrale. Crea però un insieme perfetto. Una lettura da non perdere.
Leggo recensioni di persone indignate perché tutti dai 4 anni, agli stranieri e ai montanari hanno un linguaggio forbito...posso dire? A me è piaciuto anche per quello. Io l'ho considerato un libro coccola e la storia per quanto surreale mi è piaciuta molto.
Come ben sapete di suo ho adorato Le stanze buie, pubblicato qualche anno fa con la Mursia. Ho praticamente scoperto per caso questa autrice e dopo aver amato Le stanze buie, ho deciso che della Diotallevi avrei letto qualsiasi cosa. E così al Salone del libro quest’anno ho adocchiato la sua nuova creatura Dentro soffia il vento che ha visto la luce grazie alla sua vittoria al concorso Neri Pozza. Detto fatto, mi sono portata a casa il libro che pensavo avesse una copertina lucida e invece mi sono ritrovata tra le mani una cover ruvida da disegno. E già così questo libro è unico nella mia libreria.
Dentro soffia il vento è una storia antica e nostrana, ambientata negli anni ’20, dopo la Prima Guerra Mondiale in un piccolo paese ai piedi delle Alpi Saint Rhémy, Val D’Aosta. La vicenda inizia con l’arrivo a Saint Rhémy di Don Agape da Roma in sostituzione dell’ormai vecchio parroco del paese Jaques. Don Agape, com’è d’usanza, si presenta a tutte le famiglie del piccolo paese e quando arriva alla porta dei Rosset, si accorge che al limitare del bosco una ragazza dai capelli rossi osserva in silenzio il giovane Yann Rosset. La ragazza si chiama Fiamma ed è nata a cresciuta in una casa in mezzo al bosco, lontano da tutti. In paese si dice che sia una strega, si dice che si trasformi in una volpe e che faccia magie. Si dice che sia figlia del demonio perché nessuno l’ha mai vista in Chiesa. Solo un ragazzo, prima che la guerra lo portasse via, era suo amico: Raphael Rosset, il fratello di Yann. Dopo la morte di Raphael, a Fiamma non è rimasto nessuno se non un paese ostile, troppo religioso e l’astio ingiustificato nei suoi confronti da parte di Yann. A Yann è rimasta tanta rabbia che nasconde un sentimento potente…
Ho divorato Dentro soffia il vento come mi succede con pochi libri. Questo romanzo ha qualcosa di unico, potente e speciale. Proprio come mi aspettavo la Diotallevi non mi ha delusa. Il suo stile così delicato mi ha tenuta incollata a questa storia che aveva bisogno di essere raccontata.
Un tempo lontano, un paesino ai piedi di immense montagne, tormentato dal gelo e dall’inverno, una guerra che ha sconvolto il nostro paese. Ho adorato l’ambientazione di questa storia e la grazia con cui l’autrice ha descritto la maestosità delle montagne. Le parole che ha usato solo quelle che descrivono esattamente l’esperienza che si prova davanti alla bellezza dei monti. Ho trovato del tutto realistico il piccolo paesino in cui si svolge la vicenda. Nomi in dialetto del luogo, usanze dell’epoca, persone burbere come lo possono essere solo quelle che abitano in luoghi difficili, l’importanza della religione al centro della vita degli abitanti, la sopravvivenza fatta di caccia, pascoli, raccolti, stalle. Non manca la paura verso ciò che è diverso, la superstizione e il pregiudizio, il segno della croce per proteggersi da ciò che è sconosciuto.
I personaggi mi sono piaciuti ancora di più perché li ho trovati complessi, profondi e difficili da comprendere. Da una parte c’è Fiamma, uno spirito libero che ha scelto di vivere nel bosco e dall’altro Yann, un uomo che ha visto la crudeltà delle montagne e della vita. La loro storia è dura, animata da sentimenti così contrastanti che mi hanno messa in difficoltà più volte. Tutti gli altri personaggi hanno un ruolo ben preciso. La storia è perfetta, anche se il finale non mi ha soddisfatta al cento per cento, come mi succede nove volte su dieci. Ma nemmeno io in fondo so cosa avrei voluto.
Dentro soffia il vento mi è piaciuto tanto, tantissimo e mi è servito qualche giorno per poter raccogliere le idee e per tentare di spiegarvi perché l’ho amato. Non so se sono riuscita a trasmettervi qualcosa, ma una cosa è certa: questo libro ora ha un posto speciale nel mio cuore.
Non saprei da dove cominciare a descrivere l'assoluta perfezione di questo libro. Sarà stata la trama coinvolgente che ti stritola il cuore fino al meraviglioso finale, oppure la vasta gamma di temi trattati: dall'amore in tutte le sue sfumature all'emarginazione subita da chi è ritenuto "diverso", dall'opposizione fra fede e religione alla superstizione popolare.
"Non lasciare che qualcuno ti dica in cosa credere, ragiona con la tua testa, segui l'istinto. Nessuno dovrà importi chi amare. L'amore non si insegna, è l’unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L'amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te."
"Dio, bambina mia, non è qui. Dio è la montagna che ci tiene al sicuro, pur esponendoci a tanti pericoli. È l'acqua e il cibo che ci permettono di vivere, il fuoco che ci riscalda. Dio è la pioggia che bagna i campi e il sole che scioglie la neve. Dio è nei dettagli, figlia mia."
Sarà stata la capacità dell'autrice di ricostruire accuratamente uno scenario storico o di dipingere un'atmosfera cupa e tenebrosa, quasi magica, che mi ha ricordato tanto il mio romanzo preferito, "Cime tempestose", anche per la relazione tormentata fra i due protagonisti, Fiamma e Yann (quanti brividi!).
"Resta con me, però. Odiami, ma resta con me. Disprezzami ogni giorno della tua vita, ma resta con me."
Sarà stato il colpo di scena finale, uno degli elementi che, a mio parere, dà sempre una marcia in più alla storia. Non so bene quali di questi particolari mi abbia colpito di più, fatto sta che la Diotallevi è riuscita davvero a stregarmi, a prendermi per mano e a portarmi tra i suoi personaggi incredibilmente realistici, nei quali pare aver insufflato il soffio vitale.
Dopo aver voltato l'ultima pagina di questo libro, mi sento una granata d'amore. Una granata, si. Una di quelle sature di sentimenti positivi e di dolcezza sconfinata, di quelle per intenderci, che se scoppiasse spargerebbe pezzi di gioia ovunque. Magari è un po' splatter come paragone, ma al momento non riesco a spiegare meglio ciò che questa lettura mi ha lasciato. La Diotallevi mi ha stregata con il suo stile sobrio e diretto e la sua abilità nel raccontare, senza fronzoli ed orpelli, i sentimenti umani in maniera cruda e per questo ancora più veritiera. Un caleidoscopio di emozioni forti, dove il cuore viene travolto da una girandola di sensazioni, e stati d'animo alternati tra gioia, malinconia, rabbia e amore. L'autrice racconta in maniera nitida e vivida ambientazioni che sembrano fuori dal tempo: la montagna che diventa un luogo in bilico tra meraviglia e orrore, scenario di istanti di vita che segnano i cambiamenti radicali. Le scelte di un uomo di fede che deve decidere ciò in cui credere veramente. Un uomo dall'animo spezzato e con un cuore che ha bisogno di essere sbrinato dall'amore. Una ragazza che ha la tenacia di un fiore delicato che ha saputo crescere tra le rocce più ostili, modellandone i contorni. Questi tre narratori hanno preso per mano la mia mente ed il mio cuore di lettrice avida di emozioni, lì hanno condotti tra pagine piene di dolore e malinconia per farli approdare in un luogo dove a tutti è permesso sperare e voltare pagina. Quando si amano le pagine di un libro esse rimangono con noi per molto tempo, a ricordarci cosa abbiamo bisogno di sentire, come un promemoria di pace e dolcezza impresso nel cuore!
La storia è molto piacevole da leggere, pure in qualche punto in cui risulta un po’ più prevedibile. Le relazioni tra i personaggi sono interessanti e improntate su dinamiche di amore-odio di cui apprezzo spesso la lettura. L’ambientazione è estremamente affascinante e più originale delle solite: non sono un’esperta di usi e costumi di queste zone e di questo tempo, perciò non posso valutarne fino in fondo l’accuratezza, ma ho sentito la montagna come un vero personaggio e mi è piaciuto farne la sua conoscenza. La penna dell’autrice si fa leggere con piacere, ben bilancia descrizione e introspezione e si pregia di un lessico non limitato all’essenziale. Meno indovinata, anche in relazione a ciò, è però la scelta di narrare in prima persona, perché le voci dei diversi personaggi non sono nettamente distinte o sempre credibili, in particolar modo quando il punto di vista appartiene a un personaggio meno istruito o a una bambina. Avrei trovato più appropriata la terza persona narrante, pur mantenendo i punti di vista limitati. Nonostante qualche ingenuità quindi è un libro che ho trovato godibile!
Libro pieno, pieno, di difetti, ma non ho potuto far altro che amarlo. Ha un'atmosfera bellissima, mi sono piaciuti tutti i personaggi, anche il tipo di storia d'amore mi ha emozionata. Ignorando il fatto che ogni pov è scritto in prima persona, senza la minima distinzione da un personaggio all'altro, è stata comunque chiara (almeno per come l'ho percepita) ogni personalità. Probabilmente perché c'è poco "show don't tell" e più "tell". Consiglierei all'autrice di scrivere piuttosto in terza persona per ovviare a questo problema, che a me in questo caso specifico non è pesato molto, ma potrebbe far storcere molti nasi.
"Non lasciare che qualcuno ti dica in cosa credere, ragiona con la tua testa, segui l'istinto. Nessuno dovrà importi chi amare. L'amore non si insegna, è l'unica cosa che non posso spiegarti. Non posso dirti quali battaglie combattere, dovrai capirlo da sola e non sarà facile. L'amore non lo è mai, richiede coraggio e tenacia. Non si sceglie, è sempre lui che sceglie te."
Dentro soffia il vento è il nuovo romanzo di Francesca Diotallevi, giovane autrice italiana di cui ho sempre sentito parlare benissimo ma di cui non ho mai letto nulla. Questo romanzo dalla meravigliosa cover ci conduce a Saint Rhemy, un piccolo borgo della Valle D'Aosta. Qui , in un capanno nel bosco, vive Fiamma, una giovane donna dai capelli rossi come il fuoco che vive in solitudine lontana dalla comunità. Fiamma è capace di usare le erbe e i fiori per preparare decotti in grado di curare quasi tutto. Gli abitanti del borgo si recano al capanno di Fiamma con il buio per non essere visti, e nonostante usino tutti "le pozioni" preparate dalla ragazza, la tengono in disparte additandola come strega. L'unica persona che conosceva la vera Fiamma era Raphaël, l'unico amico che aveva, ma Raphaël è andato via, è partito per la guerra e non è più tornato. Adesso non è rimasto più nessuno, solo la solitudine e Yann Rosset, il fratello di Raphaël, l'uomo che forse la odia più di tutti. Il primo approccio con la Diotallevi è stato più che positivo, dopo poche pagine mi sono ritrovata a vivere completamente nella storia, avvolta dalle atmosfere cupe e quasi magiche che si respirano! La storia raccontata ha qualcosa che ricorda le fiabe, non le fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare, piuttosto le fiabe della tradizione, come quelle raccontate dai fratelli Grimm, delle storie dalle atmosfere spesso cupe e particolari ammantate di magia. La storia di Fiamma è quella di una persona che per il suo essere diversa, per il suo comportamento fuori dalla norma, è considerata da tutti la pecora nera del borgo, addirittura viene additata come strega ed evitata. L'unica persona che non si è fermata all'apparenza e ha saputo scalfire la corazza di Fiamma è Raphaël, il bambino poi diventato uomo e partito per una guerra da cui non ha fatto ritorno, il migliore e unico amico di Fiamma. Dopo la morte della madre e quella di Raphaël, la solitudine è diventata quasi insopportabile per la ragazza che nonostante tutto si rifiuta però di tornare a far parte della comunità. L'unica persona che le ricorda Raphaël è Yann, il fratello che Fiamma ha salvato ma che sembra odiarla, odiarla però di quell'odio che spesso si confonde con ben altro sentimento. L'arrivo di un nuovo prete da Roma e di una compagnia nomade di zingari stagnini, rimescolerà gli equilibri del borgo e permetterà a Fiamma di capire cosa significa far parte di qualcosa. In un paio d'ore ho terminato questo romanzo che mi ha emozionata e tenuta col fiato in sospeso fino alla fine! Lo stile narrativo della Diotallevi è molto particolare, è delicato, scorrevole e ha un che di poetico che dà alla storia un tono inconfondibile. La narrazione ha un bel ritmo, non particolarmente sostenuto ma adatto al tipo di storia narrata. A raccontarci la storia sono vari personaggi, scelta che ho apprezzato perchè, avendo più punti di vista, è più semplice familiarizzare con la storia e diventarne parte. Ho trovato bellissima l'ambientazione, le descrizioni dei paesaggi, dei luoghi chiave legati alla storia, sono così particolareggiate che sembra di poter vedere quei posti tra le pagine. I personaggi sono ben caratterizzati e riescono perfettamente a far trasparire quello che è il messaggio che l'autrice voleva dare. Fiamma è la vera protagonista della storia, una donna forte, indipendente, incurante dell'opinione altrui ma decisa a fare la vita che desidera. Il rapporto che si sviluppa con Yann è molto intrigante, ho apprezzato la gradualità dello sviluppo, come anche il modo in cui la comunità intera reagisce a certi eventi descritti nel romanzo. Altro punto di vista che ho apprezzato moltissimo è quello di Don Agape, nome che già rappresenta perfettamente il personaggio: Agape come l'amore disinteressato, incondizionato e assoluto! Il tema centrale del romanzo è a mio avviso particolarmente interessante: Fiamma rappresenta chi viene giudicato semplicemente in base ad uno stupido pregiudizio, chi, per colpa di giudizi affrettati e sbagliati, viene marchiato a vita, condannato ad essere diverso. Il modo in cui Fiamma affronta il pregiudizio, lasciando comunque spazio alla nascita di un amore tanto forte quanto inaspettato, costituisce un messaggio forte e bellissimo. Mi sono totalmente immersa in questa storia, ho respirato l'aria fredda e rarefatta di Saint Rhemy, ho affrontato il gelido inverno delle Alpi, ho percepito il dolore e la solitudine che scaturiscono dalle superstizioni e dal pregiudizio, ho sospirato, mi sono commossa e ho sperato fino alla fine! Francesca Diotallevi è una scrittrice estremamente talentuosa capace di arrivare dritta al cuore del lettore e di coinvolgerlo totalmente. Dentro soffia il vento è un romanzo magico, fiabesco e molto intenso, una storia che vi emozionerà e vi scenderà nel cuore, un libro che non dimenticherete facilmente!
In apparenza banale, due fratelli, uno buono e dolce, l'altro burbero e poco socievole, che si innamorano della stessa donna. In realtà non è così riduttivo. In questo libro si parla di superstizione, ignoranza ma anche di rinascita e perdono. Scritto in maniera splendida, molto scorrevole, tiene incollati alle pagine.
"Le virtù si ammirano, ma è dei difetti che ci si innamora"
Vincitrice del premio Nero Pozzi Editori, Francesca Diotallevi si conferma un prodigioso talento italiano di eccezionale capacità narrativa, dalla penna potente e decisamente scalfente. La trama di Dentro soffia il vento segue le vicende di Fiamma, Yann e don Agape al passato e lentamente assistiamo alla loro crescita e alla maturazione come persone, ma sopratutto come esseri umani. Certamente una delle lezioni più importanti.
Francesca Diotallevi è dotata di una grande sensibilità, di una scrittura introspettiva, profonda e allo stesso tempo libera, semplice, diretta e vivace. Una scrittura che è come un incantesimo, e come per magia ci dona gli occhi per vedere le montagne innevate, l'olfatto per sentire l'odore selvatico dei boschi e l'udito per percepire i suoni e i rumori del paese e delle parole. Addirittura udiamo il rimbombare dei ricordi e dei cuori spezzati. Del tutto, insomma. Viviamo gli attimi del mattino e della sera, il gelo pungente, le chiacchiere della gente, lo strazio della guerra.
4 stelline, perché avrei voluto più pagine, mi sarebbe piaciuto un maggiore approfondimento dei personaggi. 'Solo' quattro stelline perché ho come termine di paragone 'Amedeo, je t'aime' sempre di questa bravissima autrice. Questo è un libro in pieno stile Neri Pozza, corale, storie di vita e di passaggio. Mi è piaciuta molto l'ambientazione, vera, sentita; la collocazione temporale si fa importante soprattutto nelle parole di quel fratello e amico, Raphael, che non c'è più. Ma è presente più che mai nei ricordi e nei pensieri dei due protagonisti, Yann e Fiamma. E proprio Raphael tra tutti, a mio avviso, risulta il personaggio meglio caratterizzato. Avrei voluto sapere di più di Yann, entrare nei suoi percorsi mentali; avrei voluto conoscere qualcosa di più di Fiamma, della sua vita così solitaria nel bosco. Questo è un romanzo corale, un romanzo che parla di emarginazione e sospetto, di ignoranza e superstizione. Le pagine volano via svelte e, soprattutto le parti descrittive legate ai paesaggi, sono molto evocative. Un bel romanzo da un'autrice che ha dimostrato di saper cambiare pelle senza perdere il dono di incantare con le parole.
Ambientazione davvero molto bella e suggestiva, come è anche bello e ricercato lo stile di scrittura. Vi è una precisione linguistica che difficilmente ho riscontrato in altri romanzi di autori contemporanei. Le tematiche e l’atmosfera che si respira leggendo sono similari ad alcuni romanzi di Joanne Harris, soprattutto vi è qualche somiglianza con Chocolat. La storia inizialmente mi stava piacendo molto, ma purtroppo andando avanti con la lettura quella freschezza ed originalità che mi era parsa di riscontrare all’inizio va pian piano scemando, fino ad un finale parecchio scontato, dai toni quasi disneyani. Ripensandoci sarebbe meglio leggere questo libro nell’ottica di una favola più che di un romanzo, perché sicuramente con il giusto approccio anche il finale risulta idoneo. Io invece mi aspettavo un romanzo che mi avrebbe regalato qualche sorpresa e ne sono rimasta un po’ delusa. Comunque è stata innegabilmente una lettura piacevolissima, dallo stile di scrittura talmente bello e armonioso che solo per quello vale la pena di leggere il libro.
La cosa negativa che ho notato, al di là delle molte incongruenze pratiche sulla vita di montagna, riguarda lo stile adottato: uguale per ogni personaggio, contadino e prete, donna e uomo, parlano allo stesso modo. Secondo me vi sono anche alcune ingenuità nella storia ma qui si va nel gusto personale.
Quello che mi è piaciuto è l'atmosfera del racconto, il paesino di montagna, e alcuni passaggi di scrittura particolarmente ispirati.
Semplicemente bellissimo,divorato in un pomeriggio! Una bellissima ambientazione come la montagna e una scrittrice che sa scrivere e sa dare emozioni. Era tanto che non leggevo un libro così bello!
L'autrice ha scelto di raccontare la storia in prima persona, cosa che non ho per nulla apprezzato, perchè non è riuscita a differenziare la voce di ogni personaggio, rendendo a volte la storia un pochino confusa e secondo me dando troppo spazio ad alcuni personaggi.
Fiamma è sicuramente il personaggio che ho più amato; molto particolare, legata al mondo della natura, gli odori, i fiori, le spezie e medicina naturale, il vento e l'anima del bosco che la circonda. Vive da sola isolata dagli altri abitanti del paesino dove ha sempre vissuto con la madre prima che morisse ed è sempre stata vista dagli altri come qualcosa di malvagio addirittura alcuni credono che sia una strega e figlia del diavolo per via della sua chioma rossa fuoco. L'unica persona che ha avuto il coraggio di avvicinarsi a lei diventare il suo unico amico e grande punto di forza è scomparso in guerra lasciandola di nuovo sola.
La storia del sacerdote l'ho trovata abbastanza fuori luogo e superflua, è carino che lui si trasferisca in questo paesino perché in fuga dai suoi doveri e in qualche modo riesca a ribellarsi e rinascere ma ai fini della storia l'ho visto come un personaggio inutile se non alla fine del romanzo che gioca un ruolo abbastanza importante. Alcuni personaggi li ho trovati invece molto contraddittori e non sono riuscita a comprenderli. Ho l'impressione che di fronte ad un personaggio così bello, particolare e unico come Fiamma gli altri vadano a scomparire e il loro capitoli rallentino solo la narrazione.
L'ambientazione è meravigliosa, viene voglia di andare su quelle montagne in quei boschi e lasciarsi avvolgere da tutte le piccole cose che ti circondano.
A fine lettura mi è rimasto come un senso di insoddisfazione, come se la storia di Fiamme e di Neve non ci fosse stata raccontata nel dettaglio perché ci sono troppi personaggi ad interferire o se vogliamo vederla da un'altra prospettiva troppe poche pagine in cui raccontarla.
Finale un pochino "e vissero per sempre felici e contenti" che ci può stare ma che a me non ha convinto. Un romanzo che consiglio, perchè il gusto personale gioca tanto secondo me per questa lettura, ma dal quale mi aspettavo molto molto di più.
Premetto che mia mamma è nata in un paesino di montagna molto simile a quello di cui si parla in questo romanzo, e che io ho passato lì ogni estate e Natale della mia infanzia. Forse è per questo che non sono affatto convinta dalla piega che l’autrice ha fatto prendere alla storia.
I pregiudizi sono cosa ben ardua da abbattere, molto più di quanto non venga mostrato qui.
Una ragazza accusata di essere una strega rimarrà sempre tale, e chi si accompagna a lei può al massimo sperare di essere solo diseredato dalla famiglia di origine. Spero tanto gli piaccia vivere nei boschi.
Un prete con idee moderne non aprirà mai la mente a una platea restia e retrograda con un bel sermone improvvisato.
Queste cose succedono solo nei libri e nei film.
Inoltre è un vero peccato che Fiamma, donna forte e indipendente per tre quarti del libro, si riveli poco più di un’eroina romantica in attesa che il suo principe azzurro - dai dubbi principi morali - si palesi per salvarla. “Ho provato a non amarti ma non ci riesco quindi accetterò questo sentimento che in realtà disprezzo e ti accoglierò come mia compagna.” In questi casi Elizabeth Bennet ci insegna che un bel “Ma anche no, grazie” ci sta sempre bene.
Detto questo, la scrittura è pulita, curata, a volte troppo descrittiva per i miei gusti, ma di sicuro qualitativa. Un romanzo leggero e che regala un happy ending che tutto sommato in questo periodo non fa mai male.
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Dentro soffia il vento è una storia divisa in tre, tre personaggi che si intrecciano nell’innevato borgo di Saint Rhény. Fiamma e Raphaël sono due bambini quando si incontrano per la prima volta, lei è la figlia della strega, una donna che vive fra le montagne, una reietta. Entrambe per vivere preparano delle medicine per gli abitanti del borgo, anche se nessuno di loro vorrebbe mai ammetterlo. Raphaël, invece, abita con la sua famiglia ai piedi della montagna ed è l’unico ragazzino che ha avuto il coraggio di fare amicizia con Fiamma, la bambina dai capelli rosso fuoco che si dice sia figlia del demonio.
La comunità è molto devota a Dio, e il parroco della chiesa non fa altro che incitare i suoi fedeli all’odio verso qualsiasi cosa sia diverso o abbia un pensiero non affine ai precetti della chiesa. Fortunatamente arriva da Roma un nuovo parroco, si tratta di Don Agape, un uomo devoto, ma molto insicuro sulla sua fede.
Devo ammettere che l’autrice è riuscita a soprendermi, cosa che non succedeva da un po’ di tempo. Leggo continuamente storie scontate, con lo stesso finale, con la stessa trama. Invece, questa volta mi sono trovata davanti una storia potente. Un racconto in cui passione, rabbia, dolore e coraggio si mescolano insieme in un piccolo borgo innevato. http://leggerecomevolaresenzali.alter...
La scrittura della Diotallevi è MAGISTRALE, lei è un mostro con le parole e sicuramente leggerla è un piacere.
Se la storia fosse stata sviluppata di più, se l'autrice ci avesse donato un altro centinaio di pagine, analizzando meglio i personaggi e dandogli più spazio per crescere ed "esprimersi" sarebbe stato probabilmente perfetto: così invece non ho avuto tempo di affezionarmi a loro e soprattutto l'intera vicenda sembra un po' buttata lì e improbabile nella dinamica spazio/temporale.
Peccato.
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Ho divorato questo libro in un paio di giorni. La storia è coinvolgente e scorrevole, ma sembra avanzare troppo velocemente, non dando quasi il tempo ai personaggi di sedimentarsi in essa e farne pienamente parte. Il passaggio odio-amore improvviso e poco approfondito è uno dei punti che mi ha lasciata più perplessa, così come il succedersi delle tre voci narranti (e dell'ultima, alla fine) che non hanno difformità tra loro, anzi sembrano un'unica voce continua se non fosse per l'uso della prima persona. Nel complesso è comunque una bella storia, scritta con una prosa chiara e scorrevole.
Un bel romanzo. Perfetto da leggere durante un weekend in montagna. Fiamma e Yann sono personaggi perfetti e la loro evoluzioni ci coinvolge nella lettura. Paesaggi mozzafiato. Menzione speciale per Padre Agape e la sua passione per i libri.
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