Immagino che curiosità e gioia elettrizzassero un amante della musica dei secoli scorsi appena fosse venuto a sapere che per l’imminente carnevale sarebbe comparsa sulle scene la nuova opera di Vivaldi o di Vinci, di Rossini o di Verdi, o che nella tal chiesa Corelli o Tartini avrebbero sonato una nuova composizione per violino; quanto a Frescobaldi o Bach, improvvisavano all’organo praticamente ogni domenica. Se oggi compare su d’un programma di sala un pezzo di musica contemporanea, magari in prima esecuzione, la reazione di parecchi frequentatori di sale da concerto è spesso invece: “Oddio, mica durerà troppo?”; e se il brano, poi, o il suo autore sono già noti, l’ascoltarli con pazienza sarà guardata da costoro come onorevole ammenda penitenziale che renderà viepiù bello e amabile il godimento di Brahms, Mozart o Monteverdi. La musica contemporanea, insomma, è vista con timore, con diffidenza: non credo che sia mai capitato in alcun periodo e contesto culturale; anzi, di solito, sia presso i popoli primitivi, sia dove si sono formate una tecnica e un’arte musicale raffinate, ciò che si è sempre ascoltato è la musica del proprio tempo, mentre quella più antica, posto che si sia inventato il modo di tramandarla, è usata in genere a scopo di studio, oppure se ne mantiene in vita qualche scampolo per motivi religiosi o celebrativi.
Questo saggio di Alex Ross non solo traccia una storia della musica del Novecento che, sebbene poderosa, è molto agile e di facile lettura, ma aiuta il lettore non specialista – che di fatto è, in genere, proprio quello che non riesce a capire e ad apprezzare la musica novecentesca di tradizione colta – a comprendere perché si sia formata tra compositori e pubblico una barriera foriera d’incomprensioni e incomunicabilità. Dalle pagine di Ross esce peraltro confermata una mia impressione: che cioè mentre molte musiche le quali sonavano sperimentali e rivoluzionarie al momento del debutto, magari anche suscitando scandali, come avvenne a Stravinsky col Sacre, furono poi di seguito accettate dal pubblico, e sono diventate a loro volta pezzi classici come le composizioni di Beethoven o di Haydn, è soltanto qualcuno dei filoni musicali del secolo scorso, entro un mosaico di stili e concezioni ben più ampio e sfaccettato, il vero responsabile della disaffezione e dell’ostilità del pubblico medio verso la musica contemporanea nel suo complesso.
Mi viene in mente al proposito il titolo di uno dei paragrafi della biografia di Bach scritta da Alberto Basso: Fra ars e scientia; in troppi musicisti del Novecento s’è fatta troppa scientia e poca o punta ars; anzi, a un certo punto lo scrivere musica comprensibile o che potesse procurare piacere all’ascoltatore fu visto come un esempio di cattivo gusto, di Kitsch, di bieca prostituzione estetica da trattare con esecrazione e scherno. L’intellettualismo petulante di certi musicisti s’è anche sfogato in un’altra direzione un po’ diversa ma parallela, assumendo a mo’ di assioma l’idea che per essere moderno e profondo il compositore debba solo e sempre esprimere il Weltschmerz, la disperazione, il nichilismo, la lacerazione; a dare manforte venivano anche personaggi come Adorno, che io, per il gracchiare monotono, aggrondato e funereo che lo distingue spesso e volentieri, amo definire la zitella dodecafonica: e proprio lui, che adorava tanto Bach, ad ogni pagina dimostra di non capirlo affatto, ché Bach, e nell’Arte della Fuga, seppe scrivere pezzi al contempo di altissima speculazione e di gradevolissimo ascolto; Piero Buscaroli ricordò una volta che il tema del Contrapunctus IX si può tranquillamente fischiettare. La responsabilità di quest’atteggiamento arrogante e autolesionista è di chiara origine tedesca: e della proverbiale Tiefe teutonica rappresenta in effetti la caricatura e il pervertimento: col rischio anche di travolgerne i capofila, a cominciare da Schoenberg, i quali dopotutto scrissero sì musica difficile, ma non radicalmente inascoltabile o respingente.
Ross si rivela molto equilibrato, evitando sia l’incensazione acritica delle avanguardie in quanto avanguardistiche, sia l’apocalittica condanna del reazionario secondo cui dopo il tardo romanticismo restano soltanto rovina e brutture: che ciò derivi dal suo pragmatismo americano o da semplici motivi anagrafici (è mio coetaneo, e per noi diventa più facile, rispetto a chi è nato qualche lustro prima, sottrarci al fascino conturbante ma paralizzante della visione storica, diffusa fino un po’ di anni fa, secondo cui fuori dalla Seconda Scuola Viennese e da Darmstadt ci sarebbe il nulla), è un equilibrio che non si loderà mai abbastanza, soprattutto se, come qui, va unito a un’eminente limpidezza espositiva, a una capacità divulgativa davvero coinvolgente, ma scevra da gigionerie o eccessive semplificazioni, e da una finezza di analisi che aiuta davvero a capire opere di grande complessità, magari cogliendovi anche particolari fondamentali di cui non al mero ascolto, se non si è musicisti, non ci si accorge.
La conoscenza del Novecento musicale che l’autore dimostra è davvero enciclopedica, quantunque ne resti escluso, tanto per dire, il Novecento italiano, invero poco conosciuto anche in Italia: benché troviamo citati Dallapiccola, Menotti, Berio e Nono, nessuna loro opera è analizzata in modo approfondito come avviene con capolavori di altre scuole; può anche darsi che nel Novecento nostrano di capolavori non ce ne siano affatto, a parte quelli di musicisti, come Puccini, che però con le scuole e le tendenze qui studiate hanno poche attinenze, ma su ciò io non ho elementi per poter giudicare. Piuttosto caotici e carenti mi sembrano viceversa i capitoli finali dell’opera, scritti forse di fretta e con minor ispirazione, per dovere d’ufficio: ma poiché si tratta d’una parte dopotutto esigua nel complesso del saggio, a mio avviso non ne sminuisce la qualità, che resta pur sempre molto elevata.
Ross inoltre ama molto l’aneddotica, della quale si serve in maniera saggia e discreta sia per introdurre o rendere palesi collegamenti, contatti ed eventi salienti, sia per vivificare l’esposizione dando anche conto del lato umano dei compositori esaminati, attraverso particolari della loro biografia. Per me ne vengono fuori numerose conferme. Ad esempio, dagli episodî qui rammentati trova conferma la mia impressione che Schoenberg fosse una persona mentalmente disturbata e anche difficilmente frequentabile con piacere: è sempre andato di moda il dare addosso a Richard Strauss per le sue contiguità col nazismo, d’altronde meno costanti e ossequiose rispetto a quelle di tanti suoi colleghi, ma in ogni caso Strauss rispetto a Schoenberg era, nonostante il suo egotismo, un mostro di simpatia; l’inventore della dodecafonia era paranoico, acrimonioso, saccente, malevolo, in guerra eterna col mondo e con gli uomini, perennemente travolto da un’altissima opinione di sé al limite, e a volte anche oltre il limite del caricaturale: come attesta un piccolo carteggio edito anni fa anche in Italia, riuscì a trascinare un riluttante Thomas Mann in una guerra inutilmente assurda, trattandolo da miserevole plagiario per avere indicato l’Adrian Leverkühn del Doctor Faustus quale inventore d’una tecnica musicale praticamente uguale alla dodecafonia (e non mi tolgo dalla testa che, come certi particolari della storia sembrano attestare, a soffiare sul fuoco intervenisse anche Alma Werfel vedova Mahler, che col marito viveva in esilio a Los Angeles vicino ai Mann e a Schoenberg), ed è solo una delle diverse storie tristemente ridicole che si possono riferire su tanto personaggio. Altro modello di antipatia difficilmente superabile, Pierre Boulez: ma mentre Schoenberg peggiorava con l’età, Boulez diede il peggio di sé, per settarismo e intemperanze intellettuali, negli anni giovanili; un secolo prima, gli sarebbero fioccate addosso le sfide a duello. Eppure non tutti i rivoluzionarî furono così bellicosi: John Cage sarà pure stato un provocatore nella musica, ma di persona doveva essere un simpatico zuzzurellone; in Italia divenne perfino concorrente di Lascia o raddoppia?, gareggiando come esperto di funghi, ma di ciò mi sembra che Ross non parli. Peraltro Alex Ross non si limita a raccontare particolari bizzarri o curiosi: traccia, per esempio, anche un ritratto molto bello e sensibile d’un musicista dall’animo delicato e umbratile come Benjamin Britten. In quanto americano, naturalmente Ross è particolarmente interessato ai compositori della sua terra, e ciò per un lettore italiano è forse ancor più prezioso che per uno d’oltreoceano, perché gran parte dei maestri statunitensi dalle nostre parti sono conosciuti più di nome che di fatto. Insomma, un saggio poderoso ma scorrevolissimo, pieno di dati senza esser opprimente, vivace senza scadere nell’approssimazione, e sorretto da un equilibrio esemplare nel metodo e nel giudizio storico. Credo che per una disamina panoramica, ma tutt’altro che cursoria e superficiale, della musica novecentesca, non si possa pretendere di meglio.