L'altrove serve alla vita che proprio lì non ha luogo, altrimenti vi saremmo tutti dentro, nel pieno, nella piena della vita umana, e alla osservazione della vita serve che essa abbia sempre luogo altrove. Lì dove non si è.
Questa citazione viene dal discorso che Elfriede Jelinek pronunciò alla consegna del Premio Nobel per la Letteratura nel 2014.
La scrittrice ci propone un monologo interiore e teatrale di Jacqueline Kennedy, un testo che in realtà è la quarta parte di una pentalogia dedicata alle figure femminili. E a dominare il dramma è proprio questo senso dell'altrove in cui Jackie raccoglie tutti i dolori che ha vissuto e tutte le croci e le morti che ha dovuto sopportare, spesso parlando di sé tramite gli abiti o le parrucche che indossava, mentre lei come donna era altrove. Si intuisce che sia stata una donna che non ha mai avuto la possibilità di dare piena libertà ai propri pensieri, sempre troppo occupata a comportarsi in un determinato modo per l'opinione pubblica, per far vivere al popolo il sogno tramite la sua stessa persona. Un corpo offerto a tutti, ma non a sé stessa. Il monologo è molto incalzante, non ci sono interruzioni, un episodio si incatena all'altro con estrema facilità e rende la lettura godevole, ma anche molto drammatica.