La gente non si rende conto che cos'è correre una tappa di 250 chilometri dopo venti giorni che sei in sella a una bici, la neve l'acqua il freddo il caldo la febbre la dissenteria il dolore la fatica. Quando sai che domani devi correre la stessa distanza e anche il giorno dopo e il giorno dopo ancora, tutto quello che puoi ingerire lo ingerisci. Non siamo eroi, siamo dei pazzi scatenati, dei coglioni. Gente che sta in dialisi, che si è bruciata le palle, che è morta per ispessimento della parete cardiaca. Per un ciclista l'importante è vincere, non pensi mai che ti ritiri, che ti possono beccare, che ti puoi ammalare, che puoi farti male. Esiste solo la vittoria. Quando i direttori sportivi dicono: "Non so niente", mentono. L'ambiente non ti obbliga a doparti, ti sollecita perché tutti hanno interesse che tu vinca, la squadra e gli sponsor hanno bisogno del campione, il campione crea un indotto che dà da mangiare a un sacco di famiglie. Ogni ciclista sa che tutti si dopano eppure nessuno parla. La verità è che nessuno di noi pensa di sbagliare, facciamo tutto quello che un ciclista professionista deve fare. La verità è che tutti si dopano e che tutti lo rifarebbero, la verità per la società civile è inaccettabile. Come si fa a dire la verità e a essere credibile? Bisognerebbe accettare l'inaccettabile. Questa è l'altra faccia del ciclismo, il racconto di quel mondo parallelo fatto di ipocrisia, interessi e giochi di potere che sta dietro ai colori, ai tifosi lungo le strade, ai carrozzoni festanti delle grandi gare. Un sistema cannibale di cui tutti sono a conoscenza, ma di cui nessuno parla, perché tutti hanno troppo da difendere. Un libro denuncia che chi fa parte del sistema non potrebbe scrivere. Solo uno che non ha più nulla da perdere, come Di Luca, radiato a vita per doping, poteva farlo.
Pagine di posticcia catarsi letteraria, dedita all’auto soppressione della colpa. Un bulletto presuntuoso che verga inopportune giustificazioni. Troppo facile abbandonarsi alla vendetta letteraria dopo esser stati sfrattati dall’unico mondo che ti interessa. Troppo facile crogiolarsi nel “Così fan tutti…”. Avrei potuto stimare l’autore se avesse deciso di pubblicare questo libro al culmine della carriera, magari facendolo uscire il giorno dell’arrivo a Milano in maglia rosa, mentre stava vincendo il suo Giro. Allora sì che avrebbe mostrato il coraggio che, inopportunamente, si auto attribuisce. E la nenia dell’ignoranza sul doping dei non addetti ai lavori è una panzana buona per giustificarsi. Chiunque abbia macinato un po’ di chilometri in BdC capisce all’istante che certe prestazioni non sono umanamente possibili, che percorrere 200 e passa km al giorno, per due settimane, bruciando ogni giorno 8.000 kcal è semplicemente impossibile. E il sistema, bersaglio del J’accuse di Di Luca, è marcio fino al midollo, ma non è certo una novità. Peccato perché, per gli amatori come me, amanti della sana bici da corsa, è una lettura piacevole, ma la trattazione, la gestione delle parole e i gesti compiuti, rendono l’ex atleta ancora più insopportabile di quando, seppur poco, riuscivo a seguirlo negli anni in attività.
Un libro unico perché scritto da un ex campione radiato a vita. Non potendo tornare nel ciclismo Di Luca dice tutta la verità (o quasi). La lotta al doping è diventata uno strumento per far fuori chi non si allinea o chi è scomodo. Il potere ed i soldi rendono l ambiente irrespirabile. Non oso immaginare l uso di doping in altri sport, come calcio, basket etc. Lo sport professionistico è collegato storicamente al potenziamento della prestazione attraverso farmaci. Un problema pervicace, persistente e senza una soluzione semplice.
Autobiografia scritta con l'aiuto di Alessandra Carati, Edizioni Piemme, 2016, 281 p.
in questo volume Di Luca racconta la parabola, sportiva e di vita, dei suoi primi 40 anni. E' la storia dell'ascesa e del declino di un uomo che, partendo dall'Abruzzo, diventa uno dei migliori ciclisti al mondo. Un uomo che apre un punto di vista insolito sul mondo del ciclismo,fatto di allenamenti estenuanti, rinunce di ogni tipo per ambire alla "forma perfetta" e soprattutto fatto di doping, o "cure"come le definisce Di Luca. Un mondo che l'autore dipinge in modo molo ambiguo, dove non esistono buoni o cattivi, e dove si lascia intendere che la lotta al doping è un business più grosso del doping, con tutto ciò che ne consegue. Emblematiche delle frasi a riguardo: "Viene fuori che sono risultato positivo ad un tracciante che era dentro il farmaco. A volte le case farmaceutiche mettono dei traccianti, in modo del tutto casuale e randomizzato. Nessuno può sapere che partita di prodotto ti capita, è una roulette russa" o ancora: "La lotta all'antidoping sarebbe così facile da fare, si obbligano le case farmaceutiche a mettere un tracciante nei prodotti. Basta, finito tutto". Un mondo che ha dato e tolto tutto a Di Luca, che alla fine commenterà: "Il peso più grande che mi porto è il dolore causato alle persone che amo e che ho amato. Per il resto,l'ho scampata".
Sempre in bilico tra autobiografia e reportage da insider, Di Luca si apre ai lettori raccontando il suo mondo. Lo fa in un modo forte, dichiarando sostanzialmente che non esistono ciclisti puliti e ciclisti dopati, ma solo ciclisti che non vengono beccati e ciclisti che vengono beccati dall'antidoping. Difficile vedere il ciclismo alla stessa maniera dopo questa lettura (non che prima fosse tutto rose e fiori ovviamente). La lettura offre notevoli spunti di riflessioni su dove può spingersi un uomo per arrivare al successo, rinunciando all'affetto degli amici, dei parenti (il momento più toccante del libro è, probabilmente, il racconto di come Di Luca manda via il fratello dall'hotel dove alloggia insieme alla squadra durante una corsa) e sul come questi comportamenti autolesionistici (col senno di poi) abbiano avuto le loro tragiche conseguenze.
Valutazione: 7/10 A chi lo consiglio? sicuramente agli amanti di questo sport e a chi vuole leggere un punto di vista in prima persona sul mondo del doping.
Non è Open di Agassi (capolavoro), ma non siamo nemmeno troppo lontani. Bestie da vittoria è certamente più di nicchia e ha un target molto preciso. Se non sapete chi è Danilo Di Luca, non fate parte del target. Se non avete seguito il ciclismo tra la fine degli anni ’90 e la prima decade dei 2000, non fate parte del target. Se non sapete nemmeno chi sono Simoni, Basso, Rebellin, Frigo, Martinelli, Ballerini, Ullrich, Cunego, lasciate perdere. Soprattutto non è il caso che leggiate questo libro se pensate che il ciclismo sia la bestia nera di tutti gli sport, l’unico dove “tutti si dopano”. Per tutti gli altri queste sono 270 pagine crude e avvincenti, scritte da uno dei corridori italiani più celebri di quel periodo. In questo racconto, Di Luca vuota il sacco e con estrema trasparenza racconta la vita del ciclista professionista, le pratiche adottate da tutto il movimento, la conoscenza dettagliata dei farmaci, delle relative posologie ed effetti collaterali, le tecniche per sfuggire ai controlli antidoping. Ma anche le debolezze, le solitudini e le paure di quegli uomini che passano 330 giorni all’anno in sella a una bicicletta, percorrendo una somma di chilometri che molte persone non raggiungono nemmeno usando l’auto. Sono persone che durante i grandi giri (come il Giro d’Italia e il Tour de France), trascorrono tre settimane in condizioni estreme per il proprio fisico (e per la testa), con tappe da oltre 200 km al giorno e, talvolta, con migliaia di metri di dislivello nel giro di poche ore. Per affrontare tutto questo è inevitabile doparsi? La risposta non è semplice. Riguarda (anche) in modo più ampio il sistema, a cominciare dagli stessi ciclisti incapaci di ragionare come gruppo, ma anche a causa del ruolo della Federazione, del CONI e della giustizia sportiva. Per un amante del ciclismo questo potrebbe essere un libro da 5 stelle, se solo fosse scritto in modo perfetto. Quindi alla fine “solo” 4, ma con un caldo invito a leggerlo se rientrate nel target.
Questa e altre mirabolanti recensioni nella mia newsletter mensile sui libri: https://bit.ly/ponzabook
Se anche metà di ciò che è scritto in questo libro fosse inventato (e temo non lo sia) l'altra metà basterebbe a far accapponare la pelle. Di Luca non nasconde nulla, né le sue debolezze né i suoi (tanti) errori, e non parlo del doping. La sua vita è una parabola percorsa a 80-90 km/h come in picchiata in discesa, in sella ad una bici senza altra protezione che la tutina e quel "numero sulla schiena" che tanta forza e coraggio da a questi uomini, al punto da sfidare ogni condizione meteo, ogni fatica, e ingurgitare di tutto pur di vincere. Una lettura disillusa e meravigliosa, che apre gli occhi su un mondo fatto di poche amicizie e tante, troppe difficoltà.
Questo libro è arrivato inaspettato come un temporale. Un mio buon amico mi dice "Merc, ti consiglio assolutamente il libro di Di Luca". Basta quel cognome a riaccendere nelle mie sinapsi dei ricordi che affondano al periodo in cui seguivo il ciclismo con un'ammirazione dai contorni quasi liturgici. Il me adolescente che rimaneva a bocca aperta davanti alle imprese di Pantani, quello che di riflesso conosceva tutti, ma proprio tutti, i ciclisti che prendevano parte ai grandi giri, come fossero (quale erano, effettivamente) un carrozzone itinerante che si portava appresso un pantheon narrativo di personaggi, storie, peculiarità.
Passavo quei pomeriggi in compagnia della voce del duo De Zan - Cassani, che come pochi sapeva portarti dentro un mondo così semplice all'apparenza, che scoprivi invece essere così complesso nelle mille sfaccettature. Una dimensione in cui competizione, agonismo, tattiche, rivalità, azioni disperate, azioni eroiche, grandi cadute, impensabili rinascite, si mischiavano alla perfezione in qualcosa che ti sapeva rapire e tenere incollato alla TV.
Il cognome "Di Luca" evoca in un attimo tutto questo. Perché me lo ricordo benissimo con i suoi capelli biondi essere indicato come una delle giovani promesse in ascesa del ciclismo italiano. Era la fine dell'era Pantani, quello spartiacque che per me ha segnato il progressivo allontanamento dal mondo delle due ruote e non solo per ciò che han rappresentato le vicende legate al campione romagnolo. La scomparsa di Adriano De Zan l'ho vissuta come la fine di una lunga e splendida estate e ha sicuramente dato il colpo di grazia a tutto ciò che ancora mi faceva seguire in maniera viscerale quel mondo.
Ricordo molto bene la vittoria al Giro di Di Luca, ricordo aver pensato, con un sorriso nostalgico, a come finalmente era riuscito a sbocciare quel corridore che avevo visto dare spettacolo in salita agli inizi della sua carriera, quando ancora ero un aficionado e non più separato dalla distanza siderale che ormai avevo messo fra me e il ciclismo nel 2007. Questo libro è stato esattamente questo: uno sguardo nostalgico a quel mondo che avevo imparato a conoscere così bene, potendone però leggere una versione alternativa, una versione non edulcorata dalla poesia, dal romanticismo, ma calata nella dura storia personale di Di Luca, che per molti versi ha portato alla luce quelle che già al tempo percepivo come stonature.
Questo libro non suona come un'ammissione di colpa, né come una ricerca di redenzione. Almeno questo è quel che ho percepito personalmente. Ha fin da subito quasi più il sapore di una necessità profonda al voler scrivere la propria versione della storia. Della Sua storia personale. In un modo diretto, senza girare troppo attorno alle cose, senza cercare delle giustificazioni e prendendosi una lucida responsabilità di tutte quelle che sono state le scelte fatte nella vita sportiva e non.
È un libro che rivela un "sistema" più per un effetto "sponda" che per reale volontà a denunciarlo. È un "ti racconto com'è andata secondo me, poi decidi tu quali conclusioni trarre" e forse quel che spiazza è prendere proprio subito consapevolezza, riguardo l'aspetto Doping, di come sia molto facile e semplice ridurre il discorso a "mondo di dopati" e "mondo di non dopati", quando in certe situazioni intravedi sotto pelle la presenza di un articolato sistema che rende il doping quel tabù di cui non si può parlare pubblicamente ma che sotto sotto tutti sanno essere la conditio sine qua non per potersi sedere al tavolo dei vincenti. La cosa che lascia esterrefatti è proprio questa: la naturalezza con cui un intero ambiente dà per scontato che ci sia un unico vero modo per essere realmente competitivi e combattere ad armi pari. Un mondo che purtroppo collima perfettamente con racconti di alcuni amici ciclisti, che han volutamente scelto di allontanarsi dalle competizioni perché più si andava avanti con le categorie, più certe pratiche venivano accettate come "normali".
Di Luca, con l'aiuto di Alessandra Carati, scrive un libro che a tratti suona quasi come una lettera a sé stesso. A quel ragazzino che alle prime gare vinceva tutto e che si è "ammalato" di ciclismo. Lo fa chiarendo subito di non pentirsi mai di nessuna delle scelte fatte. Non ci si trova davanti all'ennesimo "mea culpa" del dopato (radiato a vita) che vi guarda negli occhi e vi dice un americanissimo "don't do drugs". La cosa che emerge (in parte anche destabilizzante per chi vive lo sport come lo vivo io, personalmente) è il chiaro messaggio "ho fatto certe cose perché andavano fatte e non c'erano altre possibilità". È un entrare in una dimensione, una forma mentis, che sicuramente non mi appartiene e in molti punti mi viene difficile comprendere (non dico "giustificare", perché per me è impossibile giustificare il doping). Tuttavia una dimensione che evidenzia come l'atleta sia effettivamente solo uno dei tanti fattori all'interno di un sistema pesantemente "drogato".
È una lettura interessante, un qualcosa che sicuramente va preso con le pinze (come d'altro canto tutte quelle biografie in cui qualcuno parla di sé) ma che sa catturarti, rapirti e farsi leggere in modalità "divora-libri" in una giornata.
L'ipocrisia con cui è sempre stato trattato il doping nel ciclismo mi ha sempre irritato. Non ho trovato nel libro di Danilo rivelazioni sensazionali. Quanto dice sulle pratiche farmaceutiche dei professionisti è evidente guardando una qualunque gara. Non si fanno certe distanze, con certe medie, per tre settimane a fila a pane ed acqua. Di Luca non è mai stato un atleta simpatico. A me è sempre piaciuto per il suo modo di correre così combattivo, e anche perché era così poco empatico nelle interviste; un po' spocchioso ed arrogante. In questo libro, invece, emerge un'autocritica quasi feroce. La ghostwriter Alessandra Carati è riuscita a restituirci l'immagine di un atleta oltremodo competitivo, ma anche quella dell'uomo che prende decisioni sbagliate, che è avventato ed egocentrico. Nell'attacco spietato verso un sistema corrotto, non vengono negate le responsabilità personali. Consiglio il libro a tutti quelli che hanno seguito le gare ciclistiche degli ultimi 20 anni.
I really liked this book — mi è piaciuto davvero molto questo libro. È la bellezza ammaccata di questo sport — the bruised beauty of cycling.
It’s written without trying to manage anyone’s image — just raw and real. Danilo speaks with unfiltered honesty, not hiding or softening anything. The writing might not be perfect or polished, but that’s exactly what makes it powerful. Its simplicity and rawness, the refusal to hide the ugliness, make it a 5-star book for me.
Mi è piaciuto perché è scritto senza cercare di aggiustare l’immagine di nessuno — solo parole vere, dirette. Forse la scrittura non è perfetta, ma la sua semplicità e crudezza, il rifiuto di nascondere la bruttezza, la rendono ancora più autentica.
Molto bello, assumendo che quanto scritto sia vero, si impara molto sulla vita di un ciclista professionista.
Non ho letto altri libri scritti da ciclisti ma penso che in un libro che racconta la vita di un pro, se non si parla di doping, si e` ipocriti e si riporta solo una frazione limitata del tutto omettendo una parte fondamentale. Nel libro di Di Luca, invece, il doping e` ben spiegato come e` ben narrata tutta l'altra parte "sana", quella relativa all'agonismo, alla competizione e alla vittoria.
Io vado in bici ma non ho mai fatto gare, questo libro mi ha fatto venire voglia di andare di piu` in bici e, perche' no, anche di provare qualche gara.
E' un libro vivo e sincero. Al di l� delle confessioni sul doping Di Luca ha avuto il pregio di mettersi a nudo senza addolcire troppo la sua posizione. Emerge fortemente il suo carattere, e spesso non ci fa una gran figura, in quanto in ogni riga emerge il suo egocentrismo. Onesto e scritto molto bene, si legge in un fiato. Ottimo lavoro
Discreta autobiografia di un personaggio molto discusso del ciclismo di inizio secolo. Si mette a nudo e di questo gliene va dato atto, ma spara a zero su tutto il settore in maniera un po' troppo generica.
“Bestie da vittoria” è l’autobiografia di Danilo Di Luca, che ne segue la vita e la carriera come ciclista professionista, descrivendo gli alti e bassi del suo viaggio. La trama esplora la sua ascesa fino a diventare uno dei migliori ciclisti del mondo, i sacrifici fatti per raggiungere la forma perfetta e il controverso argomento del doping nel mondo del ciclismo. L’atmosfera del libro è intensa e stimolante, facendo luce sul lato oscuro di questo sport e sulle conseguenze personali che Di Luca ha dovuto affrontare.
L’autore fornisce una prospettiva unica sul mondo del ciclismo, condividendo le sue esperienze e opinioni sul doping e sulle complessità di questo sport. La scrittura di Di Luca è allo stesso tempo introspettiva e informativa, fornendo un resoconto schietto e senza filtri delle sue esperienze. Colpisce questa narrazione piena di dettagli scioccanti e aneddoti personali.
Di Luca si presenta come un personaggio complesso, mettendo in mostra la sua ambizione, determinazione e il prezzo che le sue scelte hanno avuto sulla sua vita personale. Tra cui la ricerca del successo, i sacrifici fatti per raggiungere il successo e le conseguenze delle proprie azioni scopriremo le sue azioni nel corso degli anni.
Valentina, la moglie di Di Luca, gioca un ruolo significativo nella sua vita e la loro relazione viene esplorata in tutto il libro. La sua partenza da Di Luca durante il Giro del 2011 funge da punto di svolta nella sua vita, evidenziando le conseguenze personali delle sue azioni. La presenza di Valentina nella narrazione aggiunge profondità emotiva e mostra l’impatto delle scelte di Di Luca su coloro che gli sono più vicini.
Di Luca esplora i confini sfumati tra atleti puliti e dopati, sfidando la nozione di buono e cattivo nel mondo del ciclismo. Il libro solleva interrogativi sull’efficacia delle misure antidoping e sul ruolo delle aziende farmaceutiche nello sport.
Non si può recensire il testo senza dare un'opinione al suo contenuto morale, poiché è esattamente questo che contiene. Tuttavia è scritto bene? Trattandosi di un resoconto e non di un romanzo posso rispondere di si, ma il linguaggio molto spesso -e volutamente immagino- troppo volgare mi ha un po' indisposto perché non ne coglievo il bisogno. Parabola dell'uomo sportivo, con decollo, arrivo in cielo e conseguente precipitazione per colpe, va detto e sottolineato, proprie e non per i motivi che l'illusione del successo e dei suoi ingredienti necessari per rimanere tale, impongono. Non mi sembra di aver trovato all'interno delle pagine un solo "mi dispiace" per non dire di peggio, a voler quindi giustificare sempre e sempre e ancora sempre tutte le proprie colpe. Mi rincresce caro Di Luca, hai fatto il galletto in mezzo al pollaio, con le tue macchine sportive e costose, le tue sgommate, le tue ville da cinquecento metri quadrati, le tue donne, le tue ambizioni da campione (quale forse eri? non lo sapremo mai) e in nome di tutto questo, per non ritornare ad essere un vero uomo, un vero sportivo, un vero punto di riferimento pieno di valore per chi ti guardava, hai gettato tutto nel gabinetto. Chi è causa del suo male pianga se stesso. Non mi dispiace per te.
Di Luca racconta il ciclismo visto "dal sellino" e ne esce un racconto crudo, intimo e personale.
Racconta di come sia diventato un campione partendo da zero e di come in seguito sia riuscito a buttare tutto ciò che aveva ottenuto (fama, soldi, amore) per le logiche malate su cui questo sport si basa. Il doping ed il suo rapporto con questa pratica è solo una piccola parte della storia, che Di Luca non nega né accusa. Nel ciclismo professionistico sono tutti "curati", a pane e acqua non si vince. Lo sanno tutti anche se nessuno lo dice...
Bel libro. Non dice tutto né potrebbe farlo (se lo facesse, probabilmente Di Luca rischierebbe di auto-incriminarsi...) ma fornisce una visione sincera di come "gira" il mondo dello sport professionistico, dagli sponsor al "sistema" dell'antidoping, che di sicuro non troverete sui giornali :) È anche scritto in maniera piacevole.
Autobiografia cruda e spietatissima di uno dei ciclisti piu' forti in Italia e nel mondo fra gli anni '90 e 2000. Assolutamente da leggere per gli amanti del ciclismo e per chi vuole conoscere meglio il sistema del doping nel ciclismo moderno. Scritto molto bene ed avvincente, si legge con la stessa foga con cui Di Luca racconta della sua innata voglia di pedalare e vincere.
Un libro molto bello che descrive il Ciclista e l'uomo senza sconti. Il libro rapisce ed è molto scorrevole. Resta l'impressione che si tratti della punta dell'iceberg.
Danilo Di Luca - Bestie da vittoria Il libro parla delle follie che i ciclisti compiono sul proprio corpo, per arrivare alla vittoria. Come succede in ogni ambiente, i più ambiziosi e arrivisti, rischiano l'inverosimile per giungere all'obbiettivo. Anche qui si dice che tutti facciano uso di pratiche o sostanze proibite, ma a pagare sono quelli politicamente deboli, ovvero chi non milita in una ricca squadra protetta o chi non ha il tacito consenso delle istituzioni sportive, ampiamente informate su fatti e personaggi. Di Luca racconta la sua carriera nel ciclismo e parla di come l'ambiente nel quale gli atleti crescono, trita e massacra le persone a livello fisico e mentale. Fa sorridere il fatto che tra ciclisti e addetti ai lavori, non si usa la parola doping, ma la parola cura, come se fosse una cosa lecita e buona. Ho ritrovato in questo libro, quello che è il pensiero comune della gente, tutti sanno o sospettano, ma il giro di denaro e il lavoro che ne deriva, fanno si che la carovana non si fermerà mai. A mio parere, visto che Di Luca si è rovinato soprattutto come persona, per riabilitarsi un po', avrebbe potuto fare nomi e cognomi di ciclisti, medici, connivenze e metodi, invece si è solo sminuito la coscienza salvaguardando i suoi colleghi. Nonostante abbia dichiarato di aver mentito più volte durante gli interrogatori e di aver continuato a drogarsi solo per vincere, parla dei suoi successi come se fossero ancora oggi legittimi e leciti. E' convinto che sia stato preso di mira e di aver sbagliato solo nel metodo di doparsi....che tristezza infinita. Ne esce male la persona, dello schifo del ciclismo invece si sapeva già tutto. Il libro comunque è interessante perché qui, un uomo racconta e dichiara la sua colpevolezza, ma continua a ritenersi innocente perché così fan tutti. Finito il 13/06/2016