VOTO: 9/10
Ci sono state moltissime pagine buie nella Storia dell’umanità, e una delle più nere e orrende è sicuramente stata scritta nel Novecento da Adolf Hitler e dai suoi seguaci. Parlo, naturalmente, dell’Olocausto e della “soluzione finale”.
E’ in questa pagina che ci porta Valentine Goby con il suo romanzo: nel mondo dei campi di concentramento, e in particolare a Ravensbrück, popolato esclusivamente da donne ebree e prigioniere politiche provenienti da tutta Europa.
Il titolo originale del libro, “Kinderzimmer”, che in italiano purtroppo non è rimasto, rimanda al filo conduttore di tutto il romanzo. “Kinderzimmer” significa “Camera dei bambini”, ed è proprio attorno alla vita che nasce, pure in un luogo di morte, che ruota l’intero libro.
La protagonista, Mila/Suzanne, è una giovanissima donna della Resistenza francese che viene catturata nella primavera del 1944 e internata a Ravensbrück. Assieme a Mila entriamo in un mondo d’incubo che lei stessa fatica a capire. Attraverso i suoi occhi vediamo, pagina dopo pagina, come un essere umano possa essere ridotto ai più elementari istinti di sopravvivenza. Perché di sopravvivenza si tratta: la sopravvivenza di Mila, e soprattutto della vita che porta in grembo e che va preservata ad ogni costo – un barlume di umanità a cui aggrapparsi quando ogni altra ragione sembra perduta. E’ alla nascita del piccolo James che Mila scopre, con grande meraviglia, dell’esistenza di una Kinderzimmer nel campo di concentramento, dove vengono tenuti i neonati: bambini che nascono già vecchi, vite appena accese costrette sin dal loro primo giorno a combattere contro il freddo, contro la fame, contro le malattie e perfino contro i topi.
E mentre il mondo sconosciuto del campo di concentramento comincia a prendere forma, e a rivelare la propria spietata logica e distorta efficienza, l’autrice ci racconta come, anche e soprattutto nelle situazioni peggiori, c’è sempre un piccolo lume di speranza che può dare la forza di non mollare. Come una luce, quando è ancora notte.
Valentine Goby ha una scrittura secca e senza fronzoli, che in un primo momento spiazza per la sua incisività. Eppure si integra perfettamente alla storia, tanto che si ha la sensazione che il romanzo non potrebbe essere scritto con parole diverse.
“Una luce quando è ancora notte” è un libro che fa male per molti aspetti. Eppure c’è una cosa che fa male più di tutto il resto: sapere che Ravensbrück e la Kinderzimmer sono pezzi di Storia.
*** Recensione scritta per la 6° edizione del Gran Premio delle Lettrici ELLE ***