Quando ho girato l'ultima pagina di "caffè amaro" (si fa per dire: era un audiolibro) ho pensato che questa volta Simonetta Agnello Hornby ha rischiato grosso. ha rischiato grosso perchè per ambientazione ed argomento questo libro era di quelli che rischiavano seriamente di non piacermi: non amo le biografie reali o romanzate, tantomeno quelle di persone di ambiente neoborghese bell'époque.
E invece anche qui attraverso la vita e le battaglie di Maria Marra si trova il modo di parlarci della Sicilia, e attraverso di essa di cosa deve essere stato vivere in quel sanguinoso tempo che fu la prima metà del Novecento. Argomento potente ed interessante come pochi. Chi conosce la vita dell'autrice sa che è una donna che ha dovuto lottare per affermarsi, e quella spaventosa lotta che ha dovuto affrontare in quanto donna, siciliana ed emigrante la trasmette sempre in tutti i suoi libri. E' per questo che mi piace.
Certo è un libro un po' troppo lungo, che come ogni libro che si ancora ad un realismo troppo forzato fatica a tenere ancorato il lettore alla storia con il ritmo incalzante dell'azione: ogni forma di genere letterario del resto deve comunque avvincere, mentre invece troppo spesso la vita avvincente non è; ed è forse per questo che è così tanto difficile scrivere romanzi biografici. Resta sullo sfondo e poco utilizzato l'incredibile talento della Hornby nel descrivere panorami, ambientazione borghese porta la scrittrice siculo-britannica a dilungarsi in scenari da amica di nonna speranza di gozzaniana memoria. Se è vero che non è affatto un mistero la sua predilezione per la cucina, per il vestiario, per il dilungarsi nel descrivere dettagli che messi nell'insieme compongono l'eleganza di una casa, è anche vero che secondo me le meravigliose poche pagine che si ambientano nel deserto libico valgono da sole più di tutto il libro, per quel che riguarda l'ambientazione.
E poi c'è la storia. Se si decide di guardare alla prima metà del Novecento in Sicilia, bisogna confrontarsi col fascismo, e con la guerra: con la miseria più nera e con la fame che ne sono derivati.
"Caffè amaro" diventa uno strumento importante per capire la Sicilia e perchè l'impronta antifascista isolana sia rimasta sempre labile, nonostante l'autrice che tra l'altro è un magistrato in Inghilterra sia perfettamente consapevole della criminalità del regime di Mussolini, e lo dichiari più volte anche in questo libro. La nera miseria dei popoli siciliani è il risultato di un risorgimento monco e fallimentare, che ha visto l'annessione dell' Italia meridionale molto più come la creazione di un dominio coloniale che come il coronamento dell'unità. L'ideologica spietatezza dei liberali nell'asservire i lavoratori alla macchina (con un cinismo che arriva ad includere l'alleanza con la mafia nascente) ha fatto il resto, e poche volte come in queste pagine si capisce come il fascismo in Sicilia sia stato più di tutto il desiderio di garantirsi la sopravvivenza a qualsiasi prezzo, anche quello della libertà.
Il fatto che in Sicilia non ci sia stata una lotta partigiana (è stata liberata prestissimo) e che quindi per sua fortuna non abbia vissuto gli orrori repubblichini, l'alleanza esplicita degli angloamericani con la mafia, la restaurazione del regime liberale che tante sofferenze aveva imposto hanno confuso le idee delle masse ignoranti che solo in tempi recentissimi hanno maturato una consapevolezza di che cosa il fascismo sia realmente stato. Ingannati da queste distorsioni, ne patiranno le tragiche conseguenze gli ebrei siciliani, rappresentati nel romanzo dall'ardente Giosuè, che per tanti anni aderiranno appassionatamente al fascismo fino a che l'assassino di Predappio non venderà le loro vite al nazismo senza rimorsi né ripensamenti.
E' un libro utile e pieno di temi, ma di certo non è alta letteratura né ambisce ad esserlo. Il personaggio della protagonista Maria è troppo idealizzato, poco realistico nel suo essere perfetta da tutti i punti di vista. se sono rappresentate molto bene le lotte e le amarezze che una donna di quella generazione doveva affrontare per arrivare alla felicità, pure la donna su cui "caffè amaro" si focalizza è talmente priva di debolezze che semplicemente non è umana. Molto meglio riusciti e molto più vivi nella loro tormentata complessità sono il marito Pietro Sala e Giosuè, l'ebreo siciliano che ama Maria di un amore impossibile e disperato (fino allo sdolcinato lieto fine del romanzo).
E' un libro che paga tutte le debolezze intrinseche ai romanzi biografici, nel quale per di più gli strumenti narrativi che secondo me rendono Simonetta Agnello Hornby una grandissima scrittrice restano sullo sfondo. Ma la lucida chiarezza con cui ci viene raccontato come la Sicilia ha vissuto il fascismo e le guerre mondiali, la capacità (che già aveva mostrato altre volte) che viene mostrata di resistere a tentazioni feuillettonesche o veriste similverghiane valgono da sole la lettura. Secondo me "Caffè amaro" sta immensamente sopra qualunque libro di Elsa Morante o di Sibilla Aleramo, per dire.
Però la prossima volta, Simonetta, torna a parlarci di quel mare, di quel sole spietato, di quei canti che si uniscono al frinire delle cicale. Ti vengono meglio.