Scritto negli anni che vanno dal 1938 al 1940, Il mulino del Po – suddiviso in tre grandi parti o “tempi”: Dio ti salvi, La miseria viene in barca, Mondo vecchio sempre nuovo – è la prova letteraria più celebre di Riccardo Bacchelli. Con il largo disegno e l’ampio respiro di un poema, la narrazione abbraccia le vicende di un’antica famiglia di mugnai sul Po e nel territorio di Ferrara dal 1812 al 1918, nella prospettiva di un secolo di storia d’Italia e della sua gente. Gli eroi di questa saga sono gli Scacerni, tre generazioni di molinari che, dalla ritirata di Napoleone in Russia alla Grande Guerra, partecipano intensamente, in modo diretto o indiretto, alla vita politica e sociale del nostro Paese. Per la varietà e ricchezza umana dei personaggi, per la multiforme successione degli avvenimenti storici e naturali, per il tono intenso e drammatico, Il mulino del Po costituisce una grande epopea degli umili, densa di altissima poesia, e si colloca fra le opere capitali della letteratura d’ogni tempo.
His first novel was "Il filo meraviglioso di Lodovico Clo’" (The wonderful thread of Lodovico Clo). Then he wrote "La città degli amanti" (The City of Lovers). He was one of the founders of the Bagutta Prize. His more popular work was "Il mulino del Po" (The Mill on the Po), (1938–1940). A film from the novel was released in 1949. Later novels from 1967 to 1978 include: "Il rapporto segreto" (The secret relationship), "Afrodite: un romanzo d'amore" (Aphrodite: a love novel), "Il progresso è un razzo" (Progress is a rocket) and "Il sommergibile" (The submarine).
Riccardo Bacchelli was a member of the Royal Academy of Italy. He was awarded the Knight Grand Cross of the Order of Merit of the Italian Republic in 1971.
Così lo definisce Bacchelli. Non romanzo, perché? C’è poesia nelle 1158 pagine che lo compongono, c’è la poesia degli ultimi mulini d’acqua, destinati a scomparire presto dalla storia. C’è la poesia dello spirito di intraprendenza che scorre nelle vene del memorabile personaggio, il mugnaio Lazzaro Scacerni, dei tormenti del suo animo, dei rimorsi e le paure, del pentimento e del perdono, degli affetti familiari che sono una benedizione ma anche una sofferenza senza fine, c’è la poesia della provvidenza divina che sopra tutti e tutto opera. C’è la poesia dell’immenso fiume Po, un padre benevolo ma anche divinità demoniaca che distrugge ed uccide senza pietà con la violenza cieca della natura. Poi c’è l’Italia che sta per nascere e che nascerà, il romanzo abbraccia un lungo periodo temporale, dalla campagna napoleonica in Russia del 1812 fino alla battaglia di Vittorio Veneto, il secolo più lungo della storia d’Italia, sul quale Bacchelli posa lo sguardo e svolge osservazioni critiche, fondate su una vasta cultura storica, economica e sociale e su una visione moraleggiante e conservatrice della storia, l’esaltazione della resistenza dei valori umani fondamentali che sopravvivono nel popolo, nelle tradizioni dei contadini ferraresi e padani, contro la follia delle ideologie e della modernità. La sua critica alla contemporaneità emerge indirettamente anche dallo stile della scrittura: Il mulino del Po è un romanzo ottocentesco scritto nel novecento, che si posa sulla linea della continuità con il romanzo storico di Manzoni e Tolstoj, con una scrittura ricca di arcaismi frutto di recupero del linguaggio classico, che arricchiscono, secondo me, l’intera opera di una magniloquenza poderosa, veste del tutto adatta al grandioso romanzo storico che lo scrittore costruisce. Una visione storica e letteraria superata, inattuale, quella di Bacchelli, che però dà vita ad un romanzo possente, grandioso, commovente, drammatico, indimenticabile. Una delle più belle saghe familiari del novecento, o forse di sempre.
Forse è l’ultimo grande romanzo storico italiano e come tale risente degli esempi di Manzoni e Nievo: un matrimonio che “non s’ha da fare”, epidemie, digressioni sul Risorgimento. La storia parte con il passaggio di un fiume russo durante la ritirata dell’esercito napoleonico nel 1812; finisce con il passaggio del Piave nel 1918. È la saga di una famiglia di mugnai di fiume del Ferrarese. Gente semplice e talvolta ottusa. Nel romanzo la microstoria si incontra con la macrostoria: la famiglia è toccata occasionalmente dai grandi eventi ma più spesso da tragedie più semplici e concrete, innestate da eventi come piene e siccità. La lingua di Bacchelli è ricchissima e il periodare complesso: non sono infrequenti periodi sopra le dieci righe. Forse proprio per questo un romanzo così giustamente celebrato fino a quarant’anni fa sembra oggi caduto nel dimenticatoio. Ingiustamente.
La saga della famiglia Scacerni è l’appassionante romanzo di tre generazioni di mugnai fluviali, stabiliti sulle rive ferraresi del Po, spesso impegnati in una dura lotta per la sopravvivenza. Ambientata nel periodo compreso tra il 1812 e il 1918, l’azione si svolge principalmente sullo sfondo dell’ingerenza austriaca, del declino dello stato della Chiesa e dell’affermarsi del nuovo stato italiano; da una moltitudine variegata tipi umani di ogni ceto sociale, emergono, quasi epici, il capostipite Lazzaro Scacerni e la “figlia del fiume” Cecilia Rei. La definizione di personaggi e luoghi, l’illustrazione della vita sul Po e delle tradizioni contadine, di attività economiche e situazioni politiche sono minuziose: il racconto sembra prendere vita davanti agli occhi e quasi ci si sente spettatori diretti degli eventi. Avvenimenti drammatici provocati dagli uomini (ricatti, violenze, rivolte, bombardamenti di città indifese, atti eroici o vili, soprusi etc.) o dalla natura (alluvioni, carestie) suscitano a volte compassione e commozione.
Lo stile adottato è quello ottocentesco, che per tradizione dà all’autore licenza per ampie digressioni dalla linea del racconto. La prosa però è generalmente poco scorrevole, spesso farraginosa e a volte anche raccapricciante (specie nelle centinaia di pagine, prive di dialoghi e caratterizzate da lunghi paragrafi, in cui può rendersi necessaria la rilettura dell’intero periodo alla ricerca del soggetto o della frase che regge le altre); e la cospicua presenza di vocaboli in disuso o presentati in forme obsolete (figliuolo, piuolo, giuoco, paiuolo, famigliuola etc.) e di grafie oggi considerate scorrette (i plurali: faccie, minaccie, pioggie, denuncie etc.; gli imperativi senza apostrofo: va, fa, sta etc.; i monosillabi accentati, gli accenti invertiti etc.) contribuisce a rendere meno gradevole la lettura.
Le numerose divagazioni permettono all’autore, notevolmente informato e documentato, di fare meglio comprendere ai lettori lo scenario in cui si svolgono i fatti; ma, diversamente dai romanzi in cui esse costituiscono capitoli separati o autonomi, qui sono intessute col racconto e si protraggono sovente per molte pagine, interrompendo e lasciando in sospeso la narrazione. Nessuna meraviglia, dunque, se in qualche punto del secondo o del terzo “libro” ci si troverà a domandarsi: Ma Cecilia? E gli Scacerni, che fine hanno fatto?
Troppo spesso lo sfondo avanza in primo piano dominando la scena, fino a eclissare la trama e i personaggi. In questa sorta di zone franche, l’autore entra in scena liberamente (e legittimamente) con considerazioni e valutazioni personali su fatti storici e personaggi della vita pubblica più o meno famosi (monarchici, repubblicani, garibaldini, socialisti, Destra e Sinistra, radicali, anarchici, etc.): ne ha per tutti – un po’ di sarcasmo avanza pure per evoluzionisti e psichiatri forensi –, zavorrando ulteriormente la narrazione. Bacchelli non si preoccupa di dare un quadro obiettivo delle situazioni che di volta in volta devono affrontare i personaggi del suo romanzo; con tono aulico e professorale ironizza, sentenzia e dileggia soprattutto chi sostiene posizioni diverse dalla sua.
Per quanto le sue idee possano lasciare indifferenti, purtroppo il modo d’operare influisce in modo poco elegante sulla costruzione dei personaggi: infatti, in base alla sua visione politica, economica, sociale, religiosa della vita e del mondo, coloro che in qualche modo la rispecchiano appaiono energici, determinati, infallibili, e quando vincono hanno ragione a tutto campo. Gli altri, al contrario, sono sempre inaffidabili, vani, viziosi o presentati con qualche ombra sul carattere o nell’animo, e per i più detestati c’è sempre il ridicolo in agguato; e quando sono (inevitabilmente) sconfitti, l’autore li insegue con accanimento anche fuori dalla storia per confezionare loro futuri terribili di disgrazia, fallimento, miseria, alcolismo (qualcuno vedrà il Po rompere gli argini e inghiottire terre e capanne per sempre, per cancellare persino il ricordo del suo passaggio sulla Terra). Curiosamente, i personaggi più protervi, laidi e sanguinari attraversano la scena e ne escono senza troppe reprimende moraleggianti; specie se, dopo un omicidio o una vita passata a perpetrare soprusi, arriva il pentimento dell’ultima ora.
È un cliché che alla lunga diventa prevedibile. E alla fine, dopo un lungo Epilogo dove c’è ancora spazio per altre divagazioni, dissertazioni, approfondimenti (e per togliersi altri sassolini dalle scarpe) ci si chiede se l’autore volesse raccontare l’epopea degli Scacerni su uno sfondo storico visto con gli occhi della gente comune, o se quella dei molinari non sia stata semplicemente lo spunto per raccontare la “propria” storia di quell’Italia.
Nonostante la scia di gelo e di tristezza lasciata dal passaggio di personaggi agghiaccianti come Virginio Alpi, il “Raguseo”, “Coniglio mannaro”, il commendator Clapasson (“mitraglia, mitraglia!”), con le immagini di Lazzaro Scacerni, della piarda al Ponte della Pioppa con il San Michele e il Paneperso, Cecilia, Schiavetto e Malvasone, maestro Buttafumo, la Guarda, Berta e Maria, il grande fiume e i paesaggi del ferrarese sono stati nei miei pensieri ogni giorno, per un mese e mezzo: è stata, dopotutto, una bellissima compagnia. Anche se non è riuscita a persuadermi che “mondo vecchio sempre nuovo”, bensì a rimanere ancora più convinto del contrario. Anche se Il Mulino del Po è un’opera monumentale e sgraziata.
È difficile recensire un intero mondo storico e letterario: Bacchelli immerge i lettori in una saga familiare che attraversa un secolo (1816-1918), attraverso lo sguardo semplice, ora ingenuo, ora famelico, di una stirpe di mugnai insediatisi nelle zone del delta del Po. Il libro è lento, a tratti lentissimo, ma questo è anche il suo fascino: ci si lascia trasportare da un ritmo antico e rallentato, in cui i piccoli e i grandi eventi della vita procedevano calmi e silenziosi, un giorno dopo l'altro. Anche la lingua, ricercata e ricca di termini ormai desueti, ti cala in un mondo contadino lontano, che non c'è più. La lettura è ardua e riservata a lettori forti, soprattutto nelle parti in cui l'autore, narratore onniscente, divaga sulla situazione politica dell'epoca, non risparmiando commenti ironici e prese di posizione. Quando si termina il libro la sensazione è di aver condiviso un'esperienza e i personaggi, dai più amati (Cecilia e Schiavetto), ai più deprecabili (Coniglio mannaro), cominciano a mancarti... Consigliato.