In una Napoli dei giorni nostri vivono due ragazzini quasi coetanei; non si conoscono fra loro. Tania, quindici anni, è figlia di Irene, una poliziotta tosta, che esce il mattino presto a fare jogging prima della giornata di lavoro e vicino all'ombelico tiene «la cicatrice tonda di quando l'hanno sparata»; a Tania piacciono i pesci “perché si stanno zitti”, i cereali con il latte la mattina, i vestitini primaverili a fiori e i bastoncini di merluzzo fritti. Genny è poco più grande, anche lui vive solo con la madre, che è molto malata, raggranella qualche soldo cucendo pantaloni in casa e ogni tanto si distrae facendo i tarocchi; Genny le dà una mano facendo cappuccini in un bar di via Toledo e dimostra molta buona volontà, nel tempo libero gli piace giocare a pallone e pazziare con il motorino, che sa portare come nessun altro. Ma le tentazioni a sedici anni ci sono, e Genny non sa dire di no all’amico Salvatore ‘o nigeriano che lo coinvolge in uno scippo. E capita che, in un mite giorno di maggio, all’incrocio tra via Cimarosa e via Mattia Preti al Vomero le vite di Tania e di Genny finiscano con l’incontrarsi. E si consuma la tragedia. In una simmetria di dolore e angoscia, anche le vite delle due madri inevitabilmente si intersecano: è soprattutto Irene, la madre di Tania, a doversi fare carico del peso più grosso, costretta a fare i conti oltre che con un dolore lacerante, anche con la pulsione alla vendetta, e con la perdita di umanità che si accompagna al giudizio e alla condanna.
Con una scrittura ruvida ma immediata, intrisa del colore della parlata napoletana, Longo - l’ex pizzaiolo ischitano che di nome fa Andrej in onore del principe Bolkonskij - utilizza l’alfabeto della sua terra, di una Napoli senza regole, capace di durezza e generosità, di crimine e riscatto, in grado di emozionare.
«Lo vedi l’orizzonte?» ha detto una volta un amico mio. E mentre lo diceva ha indicato con la mano l’azzurro del mare che si stagliava lontano mischiandosi col cielo. «Lo vedo, e allora?». «E allora, a guardarlo da qua, pare che là in fondo ci sta la fine di ogni cosa. Però poi, quando ci arrivi, ti accorgi che non era la fine, ma solo l’inizio di un altro orizzonte». «E vabbuò,» ho detto io «ma questo è un fatto che lo sanno tutti». «Sissignore, ’o ssanno tutti, ma poi nisciuno s’ ’o ricorda».